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Il doppio rispetto al 2000. Ecco che cosa succede con l’arrivo del “Reddito di cittadinanza”

Sulla platea dei beneficiari del Reddito di cittadinanza (Rdc) lo scontro è aperto. Per L’Istat saranno 1,3 milioni di famiglie e 2,7 milioni di persone; per l’Inps 1,2 milioni di famiglie e 2,4 milioni di persone e per il governo 1,3 milioni di famiglie e ben 4 milioni di persone. Ovviamente ognuno ritiene le proprie stime migliori di quelle degli altri, ma il punto è: a oggi, considerando tutti i sostegni al reddito esistenti, quante sono le persone che ricevono aiuti dallo Stato perché hanno perso il lavoro, oppure perché non lo trovano o anche perché sono in condizione di disagio sociale?

I beneficiari dei sussidi di disoccupazione

Lo spiega bene il grafico interattivo qui sopra che rappresenta il numero di beneficiari dei vari sussidi di disoccupazione in Italia tra il 2000 e il 2016. I dati provengono da una fonte “fuori dai giochi” come la Banca d’Italia che alla fine dell’anno scorso ha pubblicato uno studio dettagliatissimo e che, a ora, è ancora il più affidabile. Una cosa importante da sottolineare subito è che Aspi e Naspi restano in vigore anche con il Reddito di Cittadinanza ma non sono ad esso cumulabili (a differenza del Reddito di inclusione che, invece, viene assorbito dall’Rdc).

Il primo dato da sottolineare è che c’è stato un notevole aumento delle persone che hanno potuto ricevere una delle tante forme di sussidi di disoccupazione dopo le riforme che sono seguite alla crisi, in particolare quella Fornero del 2012 e il Jobs Act del 2015. I numeri davvero importanti, quindi, sono quelli relativi al totale dei beneficiari. Ecco i numeri nel grafico sotto.

Da un minimo di 1.429.828 soggetti nel 2000 si è man mano cresciuti, a causa di una maggiore flessibilità nel mondo del lavoro, fino a superare i 2 milioni con la crisi dal 2009 in poi, fino a raggiungere i 2.671.039 nel 2012. Fino a quel momento tuttavia si trattava dei consueti ammortizzatori sociali che consistevano in:

– Indennità di disoccupazione ordinaria

– Indennità  di disoccupazione a requisiti ridotti

– Indennità  di disoccupazione agricola

– Indennità  di disoccupazione edilizia

– Indennità di mobilità ordinaria o in deroga

Il numero dei beneficiari di ognuno di questi ammortizzatori sono indicati nella prima pagina del primo grafico. Nel caso dell’indennità di disoccupazione si trattava di benefici solo per chi si trovava in uno stato di disoccupazione involontaria dopo aver lavorato per almeno due anni e percepito contributi per un anno (o 78 giorni nella versione ridotta) ed era riservata solo ai dipendenti, escludendo per esempio gli apprendisti.  Durava 8 mesi se si avevano meno di 50 anni e 12 se più, e si riceveva il 60% dello stipendio per 6 mesi e il 50% dopo. Solo il 35% invece nella versione ridotta, ma in un’unica soluzione.

L’indennità di mobilità riguardava chi aveva subìto un licenziamento collettivo o aveva terminato una Cassa Integrazione Straordinaria; era solo per chi era a tempo indeterminato e con un’anzianità aziendale di 12 mesi e per di più aveva una durata differente a seconda dell’età ed andava da un minimo di 12 mesi per i più giovani al Centro-Nord fino ai 48 mesi per gli ultra 50enni al Sud. Il trattamento era per 12 mesi del 100% del pagamento che si riceve in Cassa integrazione Straordinaria, dell’80% dopo.

Un grande aumento ha interessato, fino al 2012, l’indennità di disoccupazione ordinaria: dai 246.791 lavoratori del 2000 si è passati ai 2.375.504 del 2012. Idem per l’assegno di mobilità in deroga (quella che scattava alla fine della Cigs) passato, nello stesso periodo, da 2.490 beneficiari a 103.325. Effetti della crisi.

Cosa è successo con la ripresa

Tuttavia i numeri hanno continuato a salire e sono accelerati anche quando è cominciata la ripresa economica e la disoccupazione è calata, cioè dal 2013 in poi. Il motivo consiste nell’introduzione prima dell’Aspi nel 2013 (e della Mini-Aspi) e poi della Naspi nel 2015. Così, nel complesso, i beneficiari dei sussidi di disoccupazione sono cresciuti a fino a raggiungere quota 2.835.969 nel 2013, a 2.998.978 nel 2014 e a 3.248.615 nel 2015 per poi scendere a 3.012.576 nel 2016 quando l’occupazione è ulteriormente aumentata e molti lavoratori hanno ritrovato un impiego facendo anche diminuire il numero di coloro che ne avevano perso uno. 

In effetti solo tra Aspi e Mini-Aspi, nel 2014, i percettori erano 2.098.822; poi, essendosi aggiunta la Naspi nel 2015, sono saliti a 2.426.941 e a 2.071.951 nel 2016 . Nel frattempo le vecchie forme indennitarie contavano, anno dopo anno, sempre meno beneficiari.

Quanti di italiani con l’Aspi e la Naspi

Il motivo di questo aumento è che Aspi e Naspi hanno cercato di avvicinare l’Italia al modello di welfare nordeuropeo in cui la platea di coloro che ricevono un sussidio è più ampia. Anche se non si è giunti a un assegno per chi non ha mai lavorato, si è cercato di coinvolgere più forme di lavoro. Per esempio nell’Aspi della legge Fornero del 2012 si sono compresi gli apprendisti, prima esclusi, nonché i soci di cooperativa.

Rispetto al precedente sussidio, l’Aspi ha incrementato la durata fino a 10 mesi, 12 per i 51-54enni, 16 per gli over 55, con un assegno non più del 60% dello stipendio, ma del 75%, almeno per i primi sei mesi. La Mini-Aspi sostituiva il sussidio ridotto precedente, con la differenza che non veniva versata in un’unica tranche come prima, ma mese per mese, e  anche qui con il 75% della retribuzione.

La crescita dei beneficiari dei sussidi di disoccupazione è, quindi, dovuta anche al solo fatto che la durata dell’aiuto a un certo punto ha cominciato a essere maggiore, includendo persone che sarebbero risultate escluse con le regole precedenti.

La mobilità non c’è più

Sono cresciuti anche i percettori di un assegno di mobilità fino ai 376.776 del 2014 per poi calare. La mobilità poi è stata abolita a fine 2016, per essere sostituita dalla Naspi che mette insieme l’Aspi e la Mini-Aspi e cerca di racchiudere una platea di persone ancora maggiore. Infatti, per accedervi è sufficiente avere 13 mesi di contribuzione nei precedenti 4 anni e avere avuto un’occupazione per almeno 30 giorni nei 12 mesi precedenti. L’obiettivo è includere il lavoro saltuario e precario, sempre più diffuso, e offrire una protezione anche ai più giovani. La durata è del 50% delle settimane di contribuzione, quindi con un minimo di 7 mesi, fino a un massimo di 24 mesi.

Secondo lo studio della Banca d’Italia, da cui sono tratti questi numeri, è aumentata la copertura del sussidio in particolare per le donne, del 4,85% in più rispetto agli uomini, e per i lavoratori del Sud, del 10,3% in più rispetto a chi abita al Nord Ovest. E soprattutto per chi ha tra i 35 e i 54 anni, dell’11,5% circa in più in confronto a chi ne ha tra i 15 e i 34 anni. Questi ultimi del resto spesso non sono beneficiati da una misura che riguarda solo chi un’occupazione l’ha già avuta.

Manca ancora il salario minimo

Se, quindi, l’Italia ha fatto enormi passi avanti con i sussidi di disoccupazione, ancora molto c’è da fare su un altro fronte: quello del salario minimo, cioè della retribuzione minima sotto la quale non si può andare. Praticamente tutti gli Stati europei lo hanno adottato, mutuando l’esperienza americana, di cui Truenumbers ha spiegato le caratteristiche (e gli importi per ogni Stato) in questo articolo.

I dati si riferiscono al: 2000-2016

Fonte: Banca d’Italia

Leggi anche: Il problema della Francia con il salario minimo

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