Università online: laureano prima, preparano meno

Gli iscritti online saliti da 119 mila a 308 mila: sono il 15% degli universitari italiani

Una lezione seguita dal tavolo della cucina, tra un turno di lavoro, i figli e gli impegni quotidiani, può rappresentare per molte persone l’unico modo concreto di iscriversi all’università. È proprio su questo equilibrio tra accessibilità e qualità della formazione che si concentra il nuovo studio della Banca d’Italia. L’analisi prende in esame l’intera popolazione universitaria italiana tra il 2010 e il 2021 e incrocia i percorsi accademici con i risultati dei test Invalsi. I dati principali vanno letti insieme.

A parità di età, diploma, voto di maturità, area geografica e disciplina scelta, chi frequenta una laurea triennale telematica ha 14,6 punti percentuali in più di probabilità di concludere gli studi in corso rispetto a chi frequenta un ateneo tradizionale. Quando però passa a una magistrale in presenza, dove esami, docenti e criteri di valutazione sono uguali per tutti, il risultato cambia: la probabilità di laurearsi nei tempi scende di 4,4 punti percentuali e il voto finale è inferiore di 1,5 punti. Le telematiche sembrano quindi più efficaci nel ridurre ritardi e abbandoni, ma lasciano aperta una questione sulla solidità della preparazione acquisita.

Il sorpasso silenzioso: uno studente su 7 è online

Prima di valutarne i risultati, bisogna capire quanto siano diventate grandi. Le università telematiche italiane sono 11, tutte private e nate tra il 2004 e il 2006. Per molti anni hanno occupato uno spazio marginale, poi la crescita ha accelerato: gli iscritti sono passati da circa 119.000 nell’anno accademico 2018/19 a quasi 308.000 nel 2024/25. Oggi il 15% degli universitari italiani segue quindi l’intero percorso a distanza. Anche i laureati sono aumentati rapidamente: erano 16.000 nel 2018, sono diventati quasi 74.000 nel 2024, quasi cinque volte tanto in sei anni. Il settore, però, è molto concentrato: Pegaso, Universitas Mercatorum ed eCampus raccolgono da sole il 72% degli iscritti online. Pegaso, in particolare, ha ormai più studenti di qualunque università italiana, con la sola eccezione della Sapienza di Roma.

È il segno di un cambiamento ormai visibile anche nella vita quotidiana: accanto ai grandi campus tradizionali è cresciuto un sistema universitario che entra nelle case attraverso computer e smartphone. L’offerta è passata da 112 a 157 corsi di laurea in sei anni, con un aumento del 40%, ma resta concentrata in alcuni ambiti. Il 47% degli iscritti alle triennali online sceglie discipline economiche, giuridiche e sociali, contro il 32% degli atenei tradizionali. I corsi più frequentati sono scienze motorie, con il 18%, psicologia con il 15%, giurisprudenza con l’11% e management con il 10%. Le materie Stem si fermano invece al 17%.

Chi è lo studente telematico: il ritratto in numeri

Lo studente telematico, in media, non è il neodiplomato che passa direttamente dalla scuola all’università. Ha 27,3 anni al momento dell’iscrizione, contro i 19,9 di chi sceglie un ateneo tradizionale. Solo il 29% comincia l’università nello stesso anno del diploma, mentre negli atenei in presenza la quota sale all’82%. In mezzo ci sono spesso un lavoro, una famiglia o altri impegni: secondo un’indagine Censis citata nello studio, circa il 75% degli ex studenti telematici lavorava durante gli studi. Anche il percorso scolastico precedente è diverso. Tra gli iscritti alle università telematiche, solo il 25% ha frequentato un liceo, contro il 56% degli studenti degli atenei in presenza. Il 58% proviene invece da un istituto tecnico e il 16% da un professionale. Il voto medio di maturità è 76,4, quasi nove punti in meno rispetto all’85,1 degli altri universitari.

Ancora più netto il divario nelle competenze iniziali: il 55% degli iscritti online appartiene al quartile più basso dei risultati Invalsi, contro il 27% degli studenti tradizionali, mentre appena il 5% rientra nel quartile più alto. Conta anche la distanza fisica: il 44% vive al Sud, contro il 36%, e quasi uno su quattro risiede nelle aree interne, lontano dalle sedi universitarie. Le differenze di reddito e condizione familiare, invece, sono più contenute: le telematiche intercettano soprattutto chi è distante dall’università per età, lavoro o territorio.

lauree online

Primo verdetto: alla triennale mollano meno e finiscono prima

Tra un turno di lavoro, una cena da preparare e qualche ora ritagliata la sera, arrivare fino alla laurea non è scontato. È proprio su questo terreno che le università telematiche mostrano il loro vantaggio più evidente. Confrontando studenti con caratteristiche simili — stessa età, stesso diploma, stesso voto di maturità, stessa area geografica e stessa disciplina — la Banca d’Italia rileva che chi studia online abbandona meno tra il primo e il secondo anno: la differenza è di 9,8 punti percentuali, a fronte di una media generale del 12%. Gli studenti telematici cambiano anche meno corso, con un divario di 2,7 punti, e soprattutto si laureano in corso molto più spesso: 14,6 punti percentuali in più rispetto ai colleghi degli atenei tradizionali, su una media complessiva del 35%.

Il prezzo di questa maggiore regolarità è limitato: il voto finale è più basso di circa mezzo punto, su una media di 100 su 110. Gli autori indicano tre possibili spiegazioni. La flessibilità dell’online può ridurre gli ostacoli per chi lavora o ha una famiglia; chi si iscrive intorno ai 27 anni può essere più motivato a concludere; infine, esami modulari e autovalutazioni frequenti potrebbero rendere più difficile essere bocciati. Le prime due ipotesi raccontano un sistema più accessibile. La terza apre invece un dubbio sulla severità della valutazione.

Secondo verdetto: alla magistrale il vantaggio evapora

Ma quanto pesa davvero quella laurea quando lo studente lascia il circuito telematico e si misura con un’università tradizionale? La risposta arriva dai cosiddetti “switchers”: 768 studenti che, dopo aver completato la triennale online, si sono iscritti a una magistrale in presenza. Da quel momento il confronto avviene nelle stesse condizioni: stessi docenti, stessi esami e stessi criteri di valutazione dei colleghi provenienti da atenei tradizionali. È qui che il vantaggio si interrompe. A parità di caratteristiche iniziali, compreso il voto della triennale, chi arriva da una telematica ha 4,4 punti percentuali in meno di probabilità di laurearsi in corso e ottiene un voto finale inferiore di 1,5 punti.

Il dato è ancora più significativo perché chi compie questo passaggio rappresenta mediamente la parte più forte degli studenti online: più diplomati al liceo, voti più alti e profili accademici più solidi rispetto a chi resta nelle telematiche. Se persino i migliori incontrano maggiori difficoltà, osservano gli autori, il divario complessivo di preparazione potrebbe essere più ampio di quello misurato. Le telematiche sembrano quindi più efficaci nel condurre gli studenti fino al titolo, ma meno nel fornire competenze capaci di reggere allo stesso banco di prova.

Università telematiche, il nodo dei docenti

A spiegare almeno in parte il divario di preparazione è la struttura stessa degli atenei online. Nell’anno accademico 2024/25, nelle università telematiche c’era in media un docente ogni 250 studenti, contro uno ogni 27 nelle università tradizionali: una distanza di quasi dieci volte. In termini concreti, significa che mentre in un ateneo fisico un professore può seguire gruppi relativamente più contenuti, nell’online il rapporto con gli iscritti è molto più diluito. E questo nonostante il corpo docente delle telematiche sia quasi triplicato in sei anni, passando da 454 a 1.239 professori e ricercatori, con un aumento del 173%. Gli iscritti, però, sono cresciuti ancora più rapidamente. Inoltre, il 40% dei docenti è a tempo determinato.

Università telematiche, nuove regole e costi

Secondo l’Anvur, l’Agenzia nazionale che valuta la qualità delle università e della ricerca, più della metà degli atenei online presenta carenze strutturali rispetto agli standard di accreditamento, a partire proprio dal rapporto tra studenti e docenti. Per intervenire, dal 1° agosto 2025 un decreto impone che almeno il 20% delle lezioni sia svolto in modalità sincrona, cioè in diretta e non attraverso contenuti registrati, e che gli esami si tengano in presenza, salvo emergenze e disabilità certificate. È il primo vero irrigidimento delle regole dal 2006. Resta poi il nodo dei costi: la retta media di una telematica è di circa 2.400 euro l’anno, contro i 1.500 delle università statali. L’online costa quindi di più come iscrizione, ma per chi vive lontano da una sede universitaria resta spesso molto più conveniente rispetto a un trasferimento, tra affitto, trasporti e spese quotidiane.

 

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Fonti: Banca d’Italia; ANVUR; Ministero dell’Università e della Ricerca; Censis
Anni di riferimento: 2010-2026

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