In Fisco e tasse

Ecco di quanto saranno adeguati (oppure no) gli assegni all’inflazione per ogni scaglione di reddito

 

Il grafico qui sopra mostra le pensioni italiane suddivise in base all’importo. Come si può vedere la gran parte, 15.142.728, il 78%, corrispondono a un assegno di meno di 1.500 euro mensili lordi. Sono in gran parte pensionati non pubblici. Tra gli emolumenti per gli ex statali infatti sono una minoranza i più poveri, il 44,01%. In questa categoria sono comprese anche le pensioni di invalidità o minime, anche di coloro che non hanno mai lavorato né versato contributi.

Il taglio delle pensioni

Questa soglia, di 1.500 euro, è importante perché rappresenta il limite oltre il quale secondo le dichiarazioni del governo Lega-M5S, non verrà garantita la piena indicizzazione al costo della vitaNella realtà il limite preciso, fonte Inps, è pari a 1.521 euro, dato che si parla di pensioni che superino 3 volte il minimo, che, nel 2018, è pari a 507,42 euro.

Il governo ha affermato  che gli assegni tra 3 e 4 volte questo minimo, ovvero tra i 1.521 e i 2.029 euro, l’adeguamento all’inflazione sarà pari solo al 97%. Ovvero l’aumento sarà il 97% di quello che spetterebbe incrementando la pensione nella stessa percentuale dell’inflazione.

In questo caso andrà meglio di quanto sia andata tra 2014 e 2018 quando, dopo il blocco totale deciso dal governo Monti, era stata reintrodotta un’indicizzazione, ma del 90%. Nel 2019, secondo la legge finora in vigore, si sarebbe dovuti passare al 90%, ovvero la stessa presente dal 2000 fino al 2012. Ora per i pensionati tra 3 e 4 volte il minimo andrà un po’ meglio, si sale al 97% e, quindi, per loro, in realtà, non ci sarà alcun taglio delle pensioni.

Ma quanti sono? Secondo l’Inps si tratta di circa 2.090.529 pensioni, il 10,77% del totale. In media. Perché tra gli ex dipendenti pubblici sono di più, il 24,2%, mentre tra tutti gli altri molti meno, l’8,47%.

L’indicizzazione all’inflazione

Va parzialmente peggio a quanti guadagnano di più. Tra 4 e 5 volte il minimo. Circa 2.000-2.500 euro. Ora la loro indicizzazione è del 75% dell’inflazione, dovrebbe salire al 90%, e invece si fermerà al 77%, meglio di oggi, ma il progresso sarà molto inferiore rispetto a quello già stabilito. Qui parliamo di meno pensioni, 1.606.432, il 7,23%, che diventano il 17,24% tra gli statali e il 3,82% tra gli altri.

Man mano che gli importi salgono il numero di assegni naturalmente cala. Tra 2.500 e 3.000 parliamo di 475.748 pensioni, il 2,45%, il 6,17% tra quelle degli ex dipendenti pubblici. In questo caso si passerà dal 50% al 52% di quota di indicizzazione all’inflazione, ma se non si fosse fatto nulla si sarebbe saliti al 75%.

Tra i 3 mila e i 3.500 euro (209.991 in tutto) invece del 75% si otterrà il 47% dell’adeguamento Istat, ma finora si era a quota 45%. Stessa cosa per gli assegni tra 3.500 e 4.000 mila euro (108.227) al mese circa. Tra i 4 mila e i 4.500 euro si rimane a quota 45% di indicizzazione, nessun cambiamento rispetto a quanto si prende oggi. Per loro nessun taglio delle pensioni, apparentemente, perché, in realtà, il 75% che sarebbe dovuto scattare rimane una chimera. Questo vale per 65.917 pensioni, il 0,34% del totale.

Sopra i 4.500 euro vi è una diminuzione della percentuale di indicizzazione, quindi di fatto un taglio delle pensioni, anche rispetto alla situazione attuale. Si passa infatti dal 45% al 40%. Sono coinvolti 196.077 assegni, l’1,01% del totale. Per la gran parte pensioni d’oro statali. Queste ultime sono 112.338, il 3,97% del totale delle pensioni pubbliche e, come spiegato in questo articolo, le cosiddette “pensioni d’oro” sono molto, ma molto più numerose al Nord che al Sud.

I dati si riferiscono al: 2018

Fonte: Inps

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