Un commercialista guadagna fino a 141.772 euro

Il reddito medio nazionale è di 87.376 euro, ma cresce enormemente con l’età

Meno commercialisti, ma più ricchi. Sembra un paradosso da manuale di economia, e invece è la fotografia esatta di una professione che si restringe nei numeri e si rafforza nei guadagni. Come è possibile che una categoria perda iscritti e allo stesso tempo veda crescere i redditi a doppia cifra? E soprattutto: è un segnale isolato o racconta qualcosa di più ampio sul valore che il mercato oggi riconosce alla consulenza fiscale? A rispondere, numeri alla mano, è il Rapporto 2026 sull’Albo dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili, firmato dalla Fondazione Nazionale di Ricerca dei Commercialisti insieme al Consiglio Nazionale della categoria. Al 31 dicembre 2025 gli iscritti all’Albo erano 119.050: 902 in meno rispetto all’anno precedente, un calo dello 0,8%. La platea si assottiglia, insomma. Ma chi resta guadagna di più: il reddito medio è salito a 87.376 euro, con un balzo di 6.728 euro in dodici mesi, pari a un +8,3%.

Commercialisti, i redditi crescono più del Pil

Quell’8,3% diventa ancora più interessante se si toglie di mezzo l’inflazione. Il Rapporto 2026 calcola la crescita reale del reddito medio, al netto del caro-vita. Il risultato è comunque del 7,3% nell’ultimo anno. È la prima volta, da quando esiste questa serie statistica, che l’aumento nominale supera l’inflazione. Rispetto al 2008, il reddito medio è cresciuto nominalmente del 46%. È passato da circa 59.800 a 87.376 euro. In termini reali, però, l’incremento si riduce al 4,5%. Un segno di quanto l’inflazione abbia eroso parte dei guadagni nominali nel corso degli anni.

Il report propone anche un secondo confronto. Negli ultimi quattro anni il reddito medio dei commercialisti è aumentato del 28,3%. Il Pil, nello stesso periodo, è cresciuto del 19,5%, il Pil pro capite del 20,1%. È una crescita superiore a quella dell’economia nel suo complesso. Il documento collega questo dato alla trasformazione della professione. Aumenta il peso della consulenza e delle competenze specialistiche. Le attività più routinarie, invece, perdono progressivamente rilevanza.

Chi sono i commercialisti italiani oggi

In quasi ogni via d’Italia, tra un bar e una tabaccheria, c’è quasi sempre uno studio con la targa “Dottore Commercialista”. Non è un caso: la categoria resta uno dei presidi più capillari dell’economia italiana, tanto che in media c’è un iscritto ogni 496 abitanti, con 49,3 imprese attive per ogni professionista. Un rapporto che si traduce, giorno per giorno, in migliaia di bilanci controllati, dichiarazioni presentate, scelte fiscali suggerite. Alla fine del 2025 gli iscritti complessivi ai 132 Ordini territoriali erano 119.050. La stragrande maggioranza, 113.145 professionisti, fa parte della Sezione A dell’Albo, quella dei dottori commercialisti, mentre gli esperti contabili della Sezione B sono 2.487, in crescita del 3,3% rispetto all’anno precedente.

Pochi giovani tra i commercialisti italiani

Ma dietro questa presenza diffusa si nasconde una categoria che invecchia. Le donne rappresentano il 34% degli iscritti, e solo il 15,8% dei professionisti ha 40 anni o meno: un ricambio generazionale che stenta a decollare. La fascia più numerosa è quella tra 41 e 60 anni, che da sola pesa per il 54,5% del totale, mentre gli over 60 sono ormai il 29,7%. Un identikit che racconta una professione ancora saldamente presente sul territorio, ma con un’età media che sale e pochi giovani pronti a raccogliere il testimone.

Quanto guadagna un commercialista nel tempo

Vale la pena diventare commercialista? Se la domanda è economica, i numeri offrono una risposta piuttosto chiara. Certo, all’inizio i guadagni sono contenuti, se commisurati alle ore di lavoro e allo sforzo richiesto dai primi anni di carriera: tra gli iscritti alla Cassa Dottori Commercialisti, il reddito netto professionale degli under 40 si ferma a 45.812 euro. Ma la curva sale in modo costante e significativo con l’esperienza: 89.947 euro tra i 40 e i 55 anni, 125.316 euro tra 56 e 60, fino al picco di 141.772 euro tra 61 e 65 anni, contro una media generale di 96.577 euro. È una progressione che premia chi resta nella professione a lungo termine, con margini di crescita che pochi altri percorsi lavorativi offrono in modo così lineare.

Il potenziale economico emerge ancora meglio se si guarda al volume d’affari, cioè al totale delle prestazioni fatturate prima di costi, contributi e imposte. Qui si parte da 65.902 euro sotto i 40 anni, ma si arriva a 153.413 euro tra 40 e 55 anni e si tocca il massimo di 244.147 euro tra 61 e 65, con una media complessiva di 165.163 euro. Quanto vale, in termini pratici, restare in carriera fino a quella fascia d’età? Un commercialista tra 61 e 65 anni guadagna in media quasi tre volte più di un collega under 40, un risultato che racconta bene il legame diretto tra continuità professionale, portafoglio clienti e crescita del reddito.

Il reddito cambia tra Nord e Sud

Fare il commercialista a Bolzano o a Reggio Calabria non è affatto la stessa cosa. Almeno dal punto di vista economico. Parlare di un unico “reddito medio del commercialista italiano” rischia infatti di appiattire una frattura territoriale profonda. Una frattura che i numeri nazionali da soli non riescono a raccontare. La media del Paese è di 87.376 euro. Ma al Nord sale a 114.261 euro, mentre al Sud si ferma a 48.975 euro. Un collega del Nord dichiara in pratica un reddito pari a circa 2,3 volte quello di chi lavora nel Mezzogiorno. Il divario resta ampio. Anche se nell’ultimo anno si è leggermente ridotto, con i redditi cresciuti dell’8,8% al Sud contro l’8,2% al Nord. Un segnale di lieve riavvicinamento più che di reale convergenza.

Se poi si scende a livello di singole regioni, la frattura territoriale si allarga ulteriormente, fino a diventare quasi un altro paese. In cima alla classifica c’è il Trentino-Alto Adige, con un reddito medio di 151.162 euro, seguito dalla Lombardia con 132.206 euro. All’estremo opposto si trova la Calabria, ferma a 41.032 euro, poi la Sicilia con 48.837 euro e la Campania con 49.733 euro. Tra Trentino-Alto Adige e Calabria corrono oltre 110mila euro di differenza all’anno: nella prima regione il reddito medio è quasi 3,7 volte quello della seconda. Un divario che, ancora una volta, conferma come in questa professione il territorio in cui si lavora pesi tanto quanto, se non di più, delle competenze acquisite.

Più donne commercialiste, ma guadagnano meno

Non c’è solo il territorio a dividere i redditi dei commercialisti italiani: anche il genere, in questa professione, fa ancora una differenza sostanziale. La presenza femminile è cresciuta in modo evidente negli anni, ma il divario economico resta ampio. Oggi le donne rappresentano il 34% degli iscritti all’Albo, contro il 28% del 2007: in diciotto anni la loro quota è salita di 6 punti percentuali. Anche qui, però, la fotografia cambia molto da regione a regione: in Emilia-Romagna le donne sono il 42% degli iscritti, in Piemonte il 41,6%, mentre in Campania la quota scende al 26,3%.

Sul fronte dei guadagni, però, la distanza resta netta. Tra gli iscritti alla Cassa Dottori Commercialisti, nel 2025 le professioniste dichiarano in media 60.400 euro di reddito netto, contro i 115.000 euro degli uomini, quasi il doppio. Lo stesso scarto si ritrova nel volume d’affari, con 97.900 euro per le donne contro 199.500 euro per gli uomini. Nell’ultimo anno il reddito femminile è cresciuto del 7,3%, quello maschile del 9,9%, e anche guardando all’intero periodo 2016-2025 il ritmo resta lievemente sbilanciato: +53,6% per le donne, +54,8% per gli uomini. La professione, insomma, si è aperta sempre di più alle donne, ma questo ingresso più numeroso non ha ancora prodotto un riequilibrio altrettanto significativo sul piano economico.

quanto guadagna commercialista

Studi associati, il modello che avanza

Lo studio con la targa di un solo nome sulla porta sta lentamente lasciando spazio a qualcosa di diverso. Per decenni l’immagine tipica del commercialista è stata quella del professionista solitario, al massimo affiancato da pochi collaboratori. Quel modello resta ancora molto diffuso, ma sta crescendo con decisione una forma organizzativa alternativa: le Società tra professionisti, o STP, strutture in cui più commercialisti esercitano insieme, condividendo organizzazione, costi e competenze. Alla fine del 2025 le STP erano 2.142, contro le 1.961 dell’anno precedente: 181 in più, una crescita del 9,2%. Un fenomeno che non riguarda solo alcune aree del Paese ma che corre ovunque, seppure a velocità diverse: +11,7% al Centro, +9% al Nord, +7,7% al Sud. In testa alla classifica regionale c’è la Lombardia, con 597 STP, seguita dal Veneto con 257 e dall’Emilia-Romagna con 174.

Dietro questa spinta all’aggregazione non c’è solo una questione organizzativa. C’è anche una questione economica. Il Reputational Report rileva infatti che i commercialisti che lavorano in studi associati o società tra professionisti registrano una crescita dei redditi maggiore. Chi opera da solo, invece, cresce meno. Tra i professionisti over 55 intervistati, il 58,6% indica un vantaggio preciso: la possibilità di offrire una gamma più ampia di servizi. Mettere insieme competenze diverse permette allo studio di andare oltre la contabilità e le dichiarazioni fiscali. Si apre così alla consulenza societaria, alla finanza, alla gestione delle crisi d’impresa, all’organizzazione aziendale. È uno dei segnali più chiari della trasformazione in corso. La professione si sta spostando dal piccolo studio individuale verso strutture più grandi, organizzate e specializzate.

Pochi giovani, professione sempre più anziana

Se c’è un numero che dovrebbe far riflettere l’intera categoria, è questo: nel 2009 quasi un commercialista su tre aveva 40 anni o meno; oggi ne basta uno su sei. Un ricambio generazionale che si è letteralmente dimezzato nel giro di sedici anni, passando dal 29,9% al 15,8% degli iscritti, con una perdita secca di 14,1 punti percentuali. Uno svuotamento che si specchia, in negativo, nella crescita delle fasce più mature: gli over 60 sono saliti dal 26,9% del 2024 al 29,7% del 2025, un solo anno di aumento sufficiente a raccontare la direzione presa dalla professione.

E non è solo un problema di anagrafica interna, perché anche il flusso di chi entra nella professione si è ridotto drasticamente. Nel 2025 i neoiscritti all’Albo sono stati appena 1.494, l’1,3% del totale, contro i 1.958 dell’anno precedente: un calo di circa il 24% in dodici mesi. Se si allarga lo sguardo, il Reputational Report della Cassa restituisce un trend ancora più netto: i nuovi iscritti erano 2.609 nel 2016, oggi sono scesi a 1.531, quasi il 41% in meno in un decennio. È la prova di un paradosso che attraversa tutto il settore: una professione che guadagna sempre di più, ma che fatica sempre di più a convincere i giovani a sceglierla.

Torna a salire il numero dei praticanti

C’è un dato che rompe lo schema consolidato degli ultimi anni: i praticanti, cioè coloro che stanno svolgendo il tirocinio prima di diventare commercialisti a tutti gli effetti, tornano a crescere. Al 31 dicembre 2025 erano 11.507, contro gli 11.039 dell’anno precedente, 468 in più, pari a un +4,2%. È la prima inversione di tendenza dopo diversi anni di calo continuo, e per questo il segnale non passa inosservato. Va detto però che l’entusiasmo va misurato: il recupero non basta ancora a colmare il divario con il passato. Nel 2016 i praticanti erano 13.554, quindi oggi se ne contano circa 2.050 in meno, oltre il 15% sotto il livello di nove anni fa.

A rendere la fotografia ancora più interessante è la geografia di questa ripresa, tutt’altro che uniforme. Nel 2025 i praticanti sono aumentati dell’8,5% al Sud, del 2,4% al Nord e appena dello 0,7% al Centro, un gradiente che racconta velocità molto diverse da regione a regione. Il caso più eclatante è quello della Calabria, dove il numero dei praticanti è letteralmente raddoppiato, passando da 244 a 500 in appena un anno, un balzo del 104,9%. Numeri così marcati vanno presi con le pinze, ma restano un indizio difficile da ignorare. Resta da capire se questo movimento sia l’inizio di un nuovo ciclo di ingressi nella professione, oppure solo un rimbalzo fisiologico dopo anni di contrazione.

L’intelligenza artificiale entra negli studi dei commercialist

C’è un nuovo praticante negli studi dei commercialisti, e sta facendo carriera più in fretta di quanto si pensi: si chiama intelligenza artificiale. Non sostituisce ancora nessuno, ma si sta ritagliando uno spazio sempre più concreto nel lavoro quotidiano. Nel sondaggio della Cassa rivolto ai professionisti over 55, 3 studi su 10 dichiarano di avere già adottato strumenti di IA, mentre altri 4 su 10 sono in fase di implementazione: circa sette studi su dieci, tra quelli coinvolti nell’indagine, hanno quindi già avviato o stanno avviando questo percorso. Non sorprende che l’adozione sia più diffusa negli studi con redditi più elevati e nelle regioni del Nord, dove le risorse per investire in nuove tecnologie sono maggiori.

Dove l’intelligenza artificiale fa la differenza

Ma di cosa si occupa, in pratica, questo nuovo collega digitale? Registrazione dei documenti contabili. Controllo dei dati. Predisposizione di rendicontazioni. Organizzazione delle informazioni che arrivano da clienti e imprese. Sono proprio questi i processi in cui i professionisti intervistati si aspettano i maggiori miglioramenti. Merito dell’automazione delle operazioni contabili e di una rendicontazione più efficiente. Ed è qui che si chiude il cerchio con l’aspetto economico. Il Rapporto 2026 collega la crescita dei redditi degli ultimi anni proprio all’ampliamento dei servizi di consulenza e delle competenze specialistiche. Le attività più ripetitive, invece, perdono progressivamente valore: sono le stesse che il “praticante” IA sta imparando a svolgere. La direzione, dunque, non sembra essere “meno commercialisti”. Ma un lavoro in cui conta sempre di più ciò che una macchina non può fare da sola: interpretare i numeri, affiancare le imprese, orientare scelte economiche complesse.

Leggi anche: Le sette aziende leader dell’industria nautica italiana
Fonti: Fondazione Nazionale di Ricerca dei Commercialisti (FNC); Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili (CNDCEC); Cassa Dottori Commercialisti (CDC)
Anni di riferimento: 2008-2026

Ti piace citare i numeri veri quando parli con gli amici?
Allora seguici su TelegramLinkedInXInstagramTikTok e Facebook.