Azimut, Ferretti e Sanlorenzo valgono 3,4 miliardi. Il settore fa meglio della moda
Per decenni ci siamo raccontati che il made in Italy avesse un guardaroba ben preciso: giacche, abiti, tessuti, passerelle. E invece oggi la nautica produce più dell’abbigliamento. Nel 2024 la filiera navale e nautica italiana ha raggiunto 14 miliardi di euro di produzione industriale, contro gli 11,7 miliardi degli articoli di abbigliamento, uno dei comparti che più di ogni altro ha costruito l’immagine internazionale dell’impresa italiana. Il dato emerge dal report La Repubblica Marinara del Centro Studi Cipnes Gallura–UniOlbia, elaborato a partire dalle rilevazioni Istat.
La nautica non è più un settore di nicchia riservato agli yacht di lusso, ma una filiera industriale di primo piano. Dentro quei 14 miliardi rientrano la costruzione navale, le imbarcazioni da diporto, la componentistica, il refit e la manutenzione. E il dato non è la semplice somma dei fatturati delle aziende: misura il valore della produzione industriale dell’intero comparto secondo la classificazione Istat.
Quante imprese lavorano nella nautica
Dietro i 14 miliardi di produzione industriale non c’è un piccolo club di cantieri per ricchi, ma un sistema produttivo molto più largo. L’analisi dei bilanci individua 1.013 imprese, che nel 2024 hanno generato complessivamente 13,2 miliardi di euro di ricavi e occupato 32.479 addetti. La parte più pesante è quella della costruzione navale in senso ampio, con 393 aziende, 7,4 miliardi di fatturato e quasi 19 mila lavoratori. Ma dentro questo universo convivono attività molto diverse.
Le imprese che si occupano della costruzione di navi, sono appena 42, con 425 milioni di ricavi e 1.281 addetti. Molto più numeroso è invece il gruppo delle aziende che costriscono imbarcazioni da diporto: 578 imprese, 4,4 miliardi di ricavi e 12.202 occupati. È proprio questa frammentazione a spiegare perché la nautica sia difficile da fotografare con una sola etichetta: sotto la stessa filiera convivono grandi gruppi industriali, cantieri specializzati e una rete fitta di imprese che costruiscono, assemblano e trasformano barche e navi.
Yacht e barche, un settore da 6,4 miliardi
La nautica da diporto è quella che si vede nei porti turistici, nelle marine e lungo le coste: yacht, barche a vela, motoscafi e altre imbarcazioni usate per piacere, turismo e tempo libero. Ma dietro quell’immagine da cartolina c’è un’industria vera, fatta di cantieri, operai, tecnici e aziende specializzate. Nel 2024 il comparto contava 668 imprese, con 6,4 miliardi di euro di ricavi e 13.858 addetti. Numeri che raccontano un settore molto più ampio della sola fascia del lusso e che comprende produzioni, lavorazioni e servizi legati a imbarcazioni di dimensioni e caratteristiche molto diverse. I dati si riferiscono alle società che avevano depositato il bilancio 2024 e mostrano con chiarezza che la nautica da diporto non è soltanto un simbolo di ricchezza, ma uno dei motori più consistenti della filiera italiana.
Quali aziende nautiche fatturano di più
La nautica italiana ha molti cantieri, ma il grosso dei ricavi si concentra nelle mani di pochi grandi gruppi. In cima alla classifica costruita sui bilanci consolidati 2024 c’è Azimut Benetti, con 1,3 miliardi di euro, seguita da Ferretti Group con 1,2 miliardi e da Sanlorenzo con 930 milioni. Le prime tre aziende superano insieme i 3,4 miliardi di ricavi, più della metà dell’intero giro d’affari della nautica da diporto italiana. E sono marchi entrati anche nell’immaginario delle celebrità: nel 2020 Cristiano Ronaldo ha acquistato un Azimut Grande 27 Metri, yacht prodotto dal gruppo che guida la graduatoria.
Il distacco con le altre aziende è netto. The Italian Sea Group raggiunge 406 milioni, Overmarine 199,5 milioni, Baglietto 154 milioni e Cantiere del Pardo 143,5 milioni. Più che una semplice classifica, questi numeri mostrano la struttura del settore: una base ampia di imprese, ma un vertice molto ristretto, formato da gruppi capaci di concentrare una parte decisiva dei ricavi e di vendere yacht italiani ai clienti più ricchi e conosciuti del mondo.
Chi guadagna di più nella nautica italiana
Fare molti ricavi non basta: la vera differenza si vede in quanto valore resta dentro l’azienda dopo aver sostenuto i costi della produzione. Da questo punto di vista, Azimut Benetti guida ancora il gruppo con 379 milioni di euro di valore aggiunto, 253,1 milioni di margine operativo lordo e 139 milioni di utile. Il margine è del 19,5%: significa che l’attività genera quasi 20 euro ogni 100 di ricavi prima di interessi, tasse e ammortamenti.
Ferretti Group registra 338 milioni di valore aggiunto, 199 milioni di margine operativo lordo e 88 milioni di utile, con un’incidenza del 16,6% sui ricavi. Sanlorenzo, pur avendo un fatturato inferiore, è il gruppo più redditizio tra i primi sette: 273 milioni di valore aggiunto, 185 milioni di margine operativo lordo, 103 milioni di utile e una quota del 19,9%. In pratica, riesce a trasformare in margine una parte leggermente più alta del fatturato rispetto ai concorrenti. The Italian Sea Group chiude questo gruppo con 113 milioni di valore aggiunto, 67 milioni di margine operativo lordo e 34 milioni di utile, per un’incidenza del 16,5%.
Come si completa la classifica delle magnifiche sette
Scendendo nella classifica, i numeri diventano più piccoli ma le differenze tra i modelli di business restano evidenti. Overmarine genera 35 milioni di euro di valore aggiunto, con 27 milioni di margine operativo lordo e 15,7 milioni di utile. La redditività operativa è del 13,5%: in altre parole, poco più di 13 euro ogni 100 di ricavi restano all’azienda prima di interessi, tasse e ammortamenti. Baglietto presenta invece risultati più contenuti: 16,7 milioni di valore aggiunto, 6,3 milioni di margine operativo lordo e 1 milione di utile. Il margine si ferma al 4,1%, il dato più basso tra i sette gruppi presi in esame.
Cantiere del Pardo, pur avendo ricavi inferiori rispetto ai grandi nomi della graduatoria, mostra una redditività più robusta: 32 milioni di valore aggiunto, 24 milioni di margine operativo lordo e 11,3 milioni di utile. Il margine del 16,7% lo colloca vicino ai livelli di Ferretti Group e The Italian Sea Group. In altre parole, la posizione in classifica per fatturato non racconta tutto: conta anche quanto ogni azienda riesce a trasformare i ricavi in margini e profitti.
Nel mercato delle navi da crociera l’Italia è il Paese da battere. Nel 2026 Fincantieri realizza 7 delle 13 navi in costruzione nel mondo, pari al 54% del totale globale. Alle sue spalle, Chantiers de l’Atlantique conta 2 progetti, mentre Halong, Meyer Turku, ASENAV e CSSC ne hanno uno ciascuno. Il primato produttivo emerge anche dai bilanci: nel 2024 Fincantieri ha registrato 8,1 miliardi di euro di ricavi complessivi, di cui 3,9 miliardi generati dal segmento delle navi da crociera.
Quanto è concentrato il mercato della nautica
La nautica italiana è fatta da centinaia di imprese, ma il grosso del denaro passa da pochissimi gruppi. Le prime sette aziende della classifica generano infatti 4,3 miliardi di euro di ricavi, pari al 68% dei 6,4 miliardi attribuiti all’intero comparto della nautica da diporto. Significa che le altre 661 imprese si dividono appena il restante 32% del mercato. La concentrazione è ancora più evidente guardando al podio: Azimut Benetti, Ferretti Group e Sanlorenzo rappresentano da sole oltre la metà del fatturato complessivo del settore.
Non è però solo una questione di dimensioni. I principali operatori registrano anche un margine EBITDA medio ponderato del 12,8%, cioè trattengono in media quasi 13 euro ogni 100 di ricavi prima di interessi, tasse e ammortamenti. Il risultato è una filiera molto larga alla base, con cantieri e imprese specializzate diffuse sul territorio, ma fortemente concentrata al vertice. In pratica, la nautica italiana assomiglia a una piramide: moltissime aziende sotto, pochi grandi gruppi sopra e una quota enorme del fatturato nelle loro mani.
Quanti superyacht costruisce l’Italia
Se c’è un settore in cui l’Italia non deve inseguire nessuno, è quello dei superyacht. Nel 2026, nel mondo, risultano in costruzione o già ordinati 1.093 yacht lunghi almeno 24 metri. Sono 45 in meno rispetto ai 1.138 del 2025, con un calo del 3,95%, ma il mercato resta comunque più grande rispetto agli anni precedenti alla pandemia. I dati arrivano dal Global Order Book 2026 di BOAT International, che ogni anno censisce i progetti verificando direttamente le informazioni fornite dai cantieri e incrociandole con registri, società di classificazione e altre fonti del settore. E soprattutto parlano italiano: nei cantieri del nostro Paese si concentrano 568 progetti, circa il 52% del totale mondiale.
Il primato resta quasi identico anche misurando le dimensioni: le imbarcazioni in produzione nei cantieri italiani raggiungono complessivamente 22.299 metri, su 44.637 metri a livello globale, quindi circa la metà dell’intero mercato. Anche la stazza lorda, che misura il volume interno delle imbarcazioni e non il loro peso, conferma la crescita: la produzione italiana arriva a 240.560 GT, con una media di 424 GT per progetto, il 6,4% in più rispetto all’anno precedente. Dietro l’Italia il distacco è enorme: la Turchia è seconda con 141 progetti, mentre i Paesi Bassi si fermano a 66.
Quali cantieri costruiscono più superyacht
Il dominio italiano non si vede soltanto nel numero complessivo di yacht in costruzione, ma anche nella classifica dei singoli cantieri. In testa c’è Azimut Benetti, con 163 progetti, una lunghezza complessiva di 5.924 metri e una media di 36,3 metri per imbarcazione. Un primato che il gruppo conserva per il ventiseiesimo anno consecutivo. Subito dietro arriva Sanlorenzo, seconda al mondo con 130 progetti, 4.698 metri complessivi e una lunghezza media di 36,1 metri.
La graduatoria ufficiale non riporta Ferretti Group tra i costruttori classificati, ma le valutazioni di BOAT International collocano il gruppo al terzo posto mondiale. La presenza italiana continua con The Italian Sea Group, quinta con 23 progetti e 1.337 metri. Overmarine è settima con 26 progetti e 1.129 metri. Palumbo Superyachts è nona con 20 progetti e 1.057 metri. Baglietto è undicesima con 18 progetti e 872 metri. A completare il quadro ci sono Next Yacht Group, Cantiere delle Marche e Tankoa. Nel complesso, l’Italia occupa una posizione larghissima ai vertici della cantieristica mondiale.
Dove vengono venduti gli yacht italiani
Il vero banco di prova arriva quando yacht e navi escono dai cantieri e trovano compratori all’estero. Nel 2025 le esportazioni della cantieristica navale e nautica italiana hanno raggiunto 10,3 miliardi di euro, contro i 7,4 miliardi del 2024: un balzo del 39% in un solo anno. Il risultato si regge su due pilastri quasi identici. Le navi da crociera valgono 4,3 miliardi di euro di export e le imbarcazioni da diporto altri 4,3 miliardi. Tra queste ultime, i superyacht lunghi più di 24 metri generano da soli 2,5 miliardi, mentre gli yacht tra 7,5 e 24 metri valgono 1,3 miliardi.
Il primo mercato di destinazione sono gli Stati Uniti, che assorbono 3,3 miliardi di euro di produzione italiana. Seguono la Germania con 1 miliardo, le Isole Cayman con 945 milioni e l’Indonesia con 837 milioni. I dati raccontano quindi una filiera che non vive soltanto del mercato interno: una parte decisiva della sua forza economica dipende dalla capacità dei cantieri italiani di vendere all’estero prodotti ad altissimo valore, dalle grandi navi passeggeri agli yacht destinati ai clienti più ricchi del mondo.
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Fonti: Centro Studi Cipnes Gallura–UniOlbia; BOAT International
Anni di riferimento: 2024-2026
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