Ora di religione, la salta il 18,2% degli studenti

In tre anni la quota cresce di 2,4 punti. Casi limite: Firenze al 39,1%, Enna al 3,3%

Suona la campanella dell’ora di religione, e in ogni classe italiana si ripete la stessa piccola coreografia: qualcuno resta al banco, qualcun altro raccoglie lo zaino ed esce, verso un’aula di studio assistito, un’attività alternativa o, semplicemente, verso casa. In una classe di 25 studenti, capita che siano quattro o cinque a fare questo secondo percorso. È una scena così abituale da passare quasi inosservata — eppure, sommata scuola dopo scuola, provincia dopo provincia, questa piccola migrazione quotidiana disegna oggi uno dei tratti più interessanti della scuola italiana.

I numeri lo confermano: nell’anno scolastico 2024/25 sono circa 1,39 milioni gli studenti che non si avvalgono dell’insegnamento della religione cattolica, su una popolazione scolastica complessiva di circa 7,66 milioni — secondo i dati del Ministero dell’Istruzione e del Merito, il 18,2% del totale. Detto altrimenti, quasi uno studente su cinque. Una quota che ha ormai lasciato da tempo il perimetro del fenomeno marginale, e che merita di essere raccontata non solo come cifra nazionale, ma come mappa: perché dietro quel 18,2% si nasconde un Paese tutt’altro che uniforme, dove la scelta di frequentare o meno l’ora di religione cambia enormemente da regione a regione, da provincia a provincia.

Sempre più studenti dicono no all’ora di religione

C’è un modulo che ogni famiglia italiana compila all’inizio dell’anno scolastico, di solito senza pensarci troppo: una casella da spuntare, sì o no, per decidere se il proprio figlio seguirà l’ora di religione cattolica. È un gesto minimo, quasi automatico, ripetuto ogni settembre in migliaia di segreterie scolastiche. Ma se si mettono in fila i moduli di tre anni diversi, quel gesto racconta un cambiamento tutt’altro che piccolo: sempre più spesso, in quella casella, la risposta è no. Nel 2021/22 chi non seguiva la religione era il 15,8% degli studenti, oggi è il 18,2%. Nel mezzo, una crescita che non si è mai fermata: 16,4% nel 2022/23, 17,3% nel 2023/24, fino al dato attuale. Non un salto improvviso, ma una salita costante, un punto percentuale alla volta.

C’è un dettaglio che rende questa crescita ancora più significativa. Nello stesso periodo, le classi italiane si sono progressivamente svuotate: gli alunni complessivi sono scesi da circa 8,03 a 7,66 milioni, quasi 362 mila studenti in meno per effetto del calo demografico. Ci si aspetterebbe che, con meno studenti in generale, si riducesse in proporzione anche il numero di chi non segue l’ora di religione. È successo l’esatto contrario: nonostante le aule più vuote, chi sceglie di non avvalersi di questo insegnamento è aumentato di circa 125-130 mila unità rispetto al 2021/22. Due linee che si muovono in direzioni opposte — una popolazione scolastica che si contrae, una scelta che invece si allarga — e che insieme raccontano un cambiamento più profondo di quanto un singolo dato annuale potrebbe suggerire.

Religione a scuola, un Paese diviso da Nord a Sud

Ma quel 18,2% nazionale, per quanto racconti una tendenza reale, nasconde più di quanto non riveli: è una media che appiattisce un’Italia in realtà spaccata in due. Basta attraversare un confine regionale per vedere la casella del “no” riempirsi in modo completamente diverso. In Valle d’Aosta non segue l’ora di religione circa il 32,5% degli studenti, in Toscana il 30,3% — quasi uno su tre. Poco più indietro si allineano l’Emilia-Romagna con il 29,4%, la Liguria con il 28,6%, il Piemonte con il 26,5%, il Friuli-Venezia Giulia con il 25,6% e la Lombardia con il 25,4%: un’intera fascia di regioni dove rinunciare alla religione è ormai una scelta di massa, non più un’eccezione.

Scendendo lungo la Penisola, il quadro si ribalta quasi specularmente. In Basilicata i non avvalentisi sono appena il 4,6% degli studenti, in Puglia il 5,2%, in Molise il 5,4%: qui, al contrario, restare in classe durante l’ora di religione è la norma quasi assoluta. Tra Toscana e Basilicata corrono così circa 25,7 punti percentuali — una distanza che nessuna media nazionale può restituire, e che dice più di ogni altro numero quanto la scelta sull’ora di religione dipenda, prima ancora che dalle famiglie, dal territorio in cui si vive.

ora religione scuola

Quali sono le regioni più “laiche”

Immaginiamo di salire su un treno che parte dal Veneto e scende lungo la Penisola fino alla Puglia, fermandosi in ogni regione a controllare quella casella sui moduli di iscrizione. Il viaggio non racconterebbe un confine netto, ma una discesa graduale, quasi un dislivello che si accumula chilometro dopo chilometro. In Veneto non frequenta religione circa il 20,9% degli studenti; nelle Marche la quota scende al 16,7%, nel Lazio al 16,3%. Numeri già lontani dal 30% delle regioni più “laiche” viste in apertura, ma ancora distanti da quanto si registra proseguendo verso il Mezzogiorno, dove il calo si fa più ripido: Campania 8,3%, Sicilia 7,0%, Calabria 7,0%, Puglia 5,2%. Detto in altri termini, in Veneto la quota di chi non segue religione è circa 2,5 volte quella campana, e arriva a essere quasi 4 volte quella pugliese.

Messe tutte insieme, queste cifre confermano il quadro emerso poco sopra: sono sette le regioni sopra il 25% — Valle d’Aosta, Toscana, Emilia-Romagna, Liguria, Piemonte, Friuli-Venezia Giulia e Lombardia — un blocco compatto che occupa quasi tutto il Centro-Nord. E resta il confronto più eloquente di tutti: quello tra la Toscana, al 30,3%, e la Basilicata, ferma al 4,6%. Uno scarto di 25,7 punti percentuali, un rapporto di 6,6 a 1 — la prova più diretta di quanto due studenti italiani, a seconda di dove nascono, possano vivere esperienze scolastiche radicalmente diverse.

Firenze in testa alla fuga da religione

Continuando il viaggio, ma con la lente d’ingrandimento — perché è a livello di provincia che i contorni di questa mappa si fanno davvero nitidi. Il primato spetta a Firenze, dove non frequenta religione cattolica circa il 39,1% degli studenti, quasi 49 mila ragazzi: la provincia italiana in cui la scelta di uscire dall’aula durante quell’ora è, di fatto, maggioritaria per quasi due studenti su cinque. Subito dietro corrono Bologna con il 36,6% (circa 46,8 mila studenti), Prato con il 36,0%, Gorizia con il 35,8% e Trieste con il 35,4%.

La classifica prosegue con Ravenna al 33,0%, Livorno al 32,7%, Aosta al 32,5%, Modena al 31,6%, Mantova al 31,0% e Biella al 30,0%. Sono in tutto 11 le province italiane dove almeno tre studenti su dieci non si avvalgono dell’insegnamento della religione cattolica — non più un’eccezione locale, ma un fenomeno che attraversa stabilmente il Centro-Nord. E se si allarga lo sguardo, abbassando la soglia al 25%, l’elenco si allunga fino a 31 province: quasi una su tre tra quelle censite nel dataset ministeriale.

Enna, la provincia italiana più fedele all’ora di religione

A Enna, in fondo alla classifica, l’ora di religione racconta una scuola completamente diversa da quella fiorentina. Qui restare in aula è quasi la norma assoluta, e chi sceglie di uscire è talmente raro da poter essere quasi contato a dito: appena il 3,3% degli studenti non frequenta religione cattolica, 632-638 ragazzi in tutta la provincia. Subito sopra si trova Barletta-Andria-Trani, ancora al 3,3%, poi Matera al 4,3%, Brindisi e Taranto al 4,4%, Campobasso al 4,5%, Potenza al 4,7% e Lecce al 4,9%. Sono dunque 8 le province che restano con certezza sotto la soglia del 5%, circa l’8% delle 103 presenti nei dati ministeriali. Frosinone, compresa tra 4,94% e 5,02%, resta invece appena a cavallo del limite.

Non è un’anomalia isolata: allargando la soglia al 10%, il numero di province coinvolte sale a 32, quasi una su tre. Un’intera area del Paese, insomma, dove non frequentare religione resta un’eccezione statistica — agli antipodi esatti di Firenze, che chiude la classifica opposta con il 39,1%. Tra le due province corrono circa 35,8 punti percentuali, con Firenze che tocca una quota quasi 12 volte superiore a quella di Enna: la misura più netta di quanto due studenti italiani possano vivere l’ora di religione in modo diverso, semplicemente a seconda di dove nascono.

Ora di religione, la mappa che divide le grandi città

Le grandi città raccontano la scuola italiana con un linguaggio che tutti conoscono, ed è per questo che vale la pena leggere gli stessi dati attraverso i loro nomi. A Torino non frequenta religione una quota compresa tra il 29,49% e il 29,60% degli studenti, circa 81.157-81.439 ragazzi in tutta la provincia. A Milano la percentuale scende leggermente, tra il 28,07% e il 28,14%, ma il numero assoluto di chi non si avvale resta il più alto tra le grandi città — circa 116.207-116.504 — semplice effetto di una popolazione scolastica molto più ampia. Genova si attesta tra il 29,82% e il 29,85%, Venezia tra il 24,59% e il 24,64%, mentre Roma si colloca quasi esattamente sulla media nazionale, tra il 18,85% e il 18,97%.

È guardando a Nord e Sud insieme, però, che la distanza tra le metropoli italiane si fa più netta. Bologna è tra il 36,55% e il 36,60%, Firenze tra il 39,08% e il 39,15% — tra le percentuali più alte in assoluto — mentre a Napoli la quota scende tra il 7,72% e il 7,90%, a Palermo tra il 7,30% e il 7,47%. Tra Firenze e Napoli corrono così circa 31,2-31,4 punti percentuali, una distanza vicina a quella già incontrata tra Toscana e Basilicata: un segnale che il divario non è un’anomalia isolata, ma un tratto strutturale del Paese. Un’ultima precisazione, però, è d’obbligo: questi dati fotografano l’intera provincia, non il solo comune capoluogo, e vanno letti tenendo a mente questa scala.

La mappa completa, per chiudere il quadro

Guardando la mappa nel suo complesso, il quadro non è fatto di due sole Italie contrapposte, ma di una vera scala di sfumature. In 45 province — quasi una su due — più del 20% degli studenti non si avvale dell’insegnamento della religione cattolica. Restringendo la soglia, sono 31 quelle sopra il 25%, e 11 quelle che superano addirittura il 30%. All’estremo opposto, 32 province restano sotto il 10%, quasi una su tre, e appena 8 scendono sotto il 5%.

Alla fine, tornando a quella casella spuntata ogni settembre in migliaia di segreterie scolastiche, si capisce che non è mai stata solo un dettaglio burocratico. È il punto in cui si intrecciano la storia religiosa di un territorio, i suoi ritmi di secolarizzazione, le scelte di famiglie che a volte assomigliano a quelle dei vicini di banco, altre volte no. Da Enna a Firenze, da un capo all’altro del Paese, quella casella continua a raccontare — un anno dopo l’altro, una provincia dopo l’altra — un’Italia che non smette di essere plurale, anche quando si tratta di decidere come passare un’ora a scuola.

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Fonti: Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM)
Anni di riferimento: anni scolastici 2021/22-2024/25

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