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Coronavirus e lockdown: secondo l’ultima stima Istat sono ferme due terzi delle industrie

Come ripartire? Quali settori devono lasciare per primi il lockdown? Prima di rispondere a queste domande, però, è necessario conoscere la risposta ad altri quesiti. Quante sono le persone che non stanno lavorando per le misure imposte dal decreto del 22 marzo per contenere il contagio del coronavirus? Quante sono le aziende ferme? E’ impossibile stabilirlo con esattezza, ma possiamo fare delle stime realizzate ad hoc dall’Istat con i dati delle imprese del 2017 o più aggiornati, nel caso ci siano.

Per prima cosa si deve dire che l’apertura è stata consentita soltanto alle aziende impegnate nel sostegno al sistema sanitario, nella produzione di alimenti, farmaci e di altre attività ritenute strategiche dal governo. Il 25 marzo è stata pubblicata la lista di attività che potevano restare aperte in base al codice Ateco, i codici che identificano la tipologia di produzione o servizio fornita dalle aziende italiane. Il decreto, però, ha previsto anche alle aziende di autodichiararsi “essenziale” anche senza rientrare nei codici Ateco stabiliti. Come? Inviando una lettera al proprio Prefetto per poi proseguire la produzione o i servizi senza attendere risposta. Le prefetture, con l’aiuto della Guardia di finanza e dei sindacati, hanno il compito di verificare solo in un secondo momento la correttezza delle richieste.

Quante sono le aziende ferme?

Secondo i dati di contabilità nazionale del 2017 riferiti al totale delle attività economiche e inclusive della componente dell’economia non osservata, la limitazione delle attività produttive coinvolgerebbe il 34% della produzione e il 27,1% del valore aggiunto. Si tratta dell’ultima stima dell’Istat, contenuta nella “Nota mensile sull’andamento dell’economia italiana” di marzo. Una nota diversa dalle altre: la prima dall’esplosione del contagio.

L’Istat, però, nei giorni precedenti ha pubblicato anche una “memoria” (aggiornata al 31 marzo) sugli ultimi decreti cercando di definire il perimetro di lavoratori e aziende coinvolti. Si tratta, comunque, di stime basate su calcoli fatti prima dell’esplosione del contagio. E nel conteggio non si fanno differenze tra lavoratori in smart working e quelli in sede. Non si deve dimenticare, inoltre, che vengono considerati tra i settori attivi tutta la pubblica amministrazione, l’istruzione (le attività, dove possibile, proseguono ma le scuole sono chiuse da settimane) e anche le attività professionali (per le quali, comunque, il lavoro è soggetto a notevoli riduzioni in questi giorni).

I decreti e l’industria

Inoltre, l’Istat il 22 aprile ha fornito una memoria scritta alla Commissione industria, commercio e turismo del Senato nella quale si evidenzia che i provvedimenti di chiusura hanno riguardato in maniera più pervasiva l’industria: quasi i due terzi delle imprese industriali, che rappresentano il 46,8% del fatturato e il 53,2% del valore aggiunto del macrosettore, hanno dovuto sospendere la propria attività.

Allo stesso tempo, nel terziario l’incidenza delle imprese che operano in comparti la cui attività è interrotta è del 43,8%, il 37,2% in termini di fatturato e il 29,9% in termini di valore aggiunto. La sospensione incide in misura maggiore nel comparto industriale anche dal punto di vista occupazionale: il 59,3% degli addetti del settore afferiscono ad attività sospese, contro il 35,2% dei comparti dei servizi.

Leggi anche: Le misure anti coronavirus del governo italiano a confronto con gli altri Paesi

Quelli che continuano a lavorare

Secondo l’Istat sono 15 milioni e 434mila le persone che lavorano perché impegnate nelle attività che possono proseguire: sono i due terzi (66%) del totale. Gli altri, 7 milioni e 926mila occupati, sono impegnati in settori dichiarati sospesi dal decreto. Nel grafico in alto vediamo quanti sono i lavoratori dei vari settori ancora attivi. Il principale è quello dei trasporti e del magazzinaggio con 1.143.000 occupati. La quota di occupati nei settori ancora attivi varia da un minimo del 63% nel Nord-ovest a un massimo del 74,5% nelle Isole, per effetto della diversa struttura settoriale dell’attività nelle aree del Paese.

Come si vede nel grafico sopra (in cui viene descritta la quota di lavoratori attivi per regione per regione secondo le rilevazioni Istat del 2019) la Sicilia presenta il valore più alto, davanti alla Calabria. Nel Nord la quota più elevata di lavoratori che possono lavorare in queste settimane si registra in Valle d’Aosta, Trentino alto Adige e in Liguria.

I dati si riferiscono al: 2018-2019

Fonte: Istat 

Leggi anche: Le aziende con meno di 5 dipendenti sono più di un milione 

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