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 In Crisi&Ripresa

Tra il 2000 e il 2017 il Pil sale del 4,5%. Il Centro +11,9%, Nord Est +9,2%, Nord Ovest +8,6%

L’Ocse ha appena rilasciato le previsioni sull’andamento del Pil italiano tra il 2019 e il 2021. Sono previsioni tutto sommato positive perché, per esempio, da una crescita zero accreditata per l’Italia nel 2019, si è passati ad una previsione di crescita dello 0,2%.

Bisogna essere ottimisti? Probabilmente sì, nonostante i mille problemi dell’economia italiana, ma a raffreddare l’entusiasmo c’è la Banca d’Italia che ha realizzato un interessantissimo studio sull’andamento del Pil regionale tra il 2000 e il 2017 e, per il 2018, per macroaree regionali del Paese. I risultati sono nel grafico sopra.

L’andamento del Pil regionale

La prima cosa che salta all’occhio è che il divario tra Centro Nord e Sud non ha cominciato ad allargarsi solo con la crisi, ma da prima. Già tra 2000 e 2007 l’incremento cumulato del Pil del Mezzogiorno era stato meno della metà di quello del Centro e del Nord, +4,5% contro il +11,9% del Centro, il 9,2% del Nord Est e il +8,6% del Nord Ovest, simile al +8,5% nazionale. Certamente ha influito il diverso tasso di incremento della popolazione, decisamente più vivace al Nord, ma non basta questo elemento a spiegare un divario così ampio. Lo si vede nel grafico qui sotto.

Una regione che già allora era in recessione era la Basilicata, che ha perso in quei 7 anni lo 0,5% del Pil, anche se si era in un periodo di crescita generale. Impressionante (lo si vede nel grafico sopra), la perdita di ricchezza prodotta in Basilicata tra il 2015 e il 2016. Male anche il Pil della Puglia con +2,1%, il Pil della Calabria con +3,6%, il Pil dell’Abruzzo con +4,2%, che hanno avuto performance peggiori anche di quelle già scarse del Sud. Al Centro Nord molto sotto la media era il Pil della Liguria con una crescita solo del 4,9% e poi il Pil dell’Umbria con +6,1%.

Liguria e Umbria sono state anche tra le regioni d’Italia che hanno sofferto di più la recessione successiva. Sono tra le otto regioni d’Italia in cui il calo del Pil tra 2007 e 2017 è stato superiore al 10%, a fronte di un -5,2% medio. Le altre sono state Valle d’Aosta, Marche, Molise, Campania, Calabria e Sicilia nonostante che nella redistribuzione delle risorse siano queste le Regioni maggiori beneficiarie del cosiddetto residuo fiscale. Ma sono state il Molise, con un -20,1%, e l’Umbria, con -15,6%, quelle con i risultati peggiori.

Il divario Nord-Sud

Ci sono, in questo elenco, regioni del Centro Nord e del Sud, ma se nel primo caso si tratta di quelle meno popolate, in quello del Mezzogiorno abbiamo le più grandi, ovvero Sicilia e Campania. Non ci si stupisce allora del fatto che in media Sud e Isole abbiano sofferto una recessione doppia di quella media italiana, -10,4% contro -5,2% e cinque volte peggiore di quella del NordOvest, -2,1% e del NordEst, -2,5%. In questo caso il Centro, trascinato da Umbria e Marche, se la cava decisamente peggio del Nord, con un -6,9%.

A salvare il Nord sono il Pil della Lombardia, che in totale controtendenza cresce dell’1,7% tra 2007 e 2017, e le provincie di Trento e Bolzano, +0,6% e +9%. La provincia di Bolzano in particolare sembra completamente staccata dal trend del Pil italiano, e più vicino a quello europeo.

Il Pil delle regioni italiane

Del resto sono le regioni con più legami con l’estero a cavarsela meglio. La Lombardia, appunto, ma anche l’Emilia Romagna, il cui Pil scende solo del 2,1%, e il Veneto, con -3,4%. Felice eccezione al Sud è il Pil della Basilicata, che perde solo lo 0,1% ma ha meno della metà degli abitanti di Milano. Al Nord oltre alla Liguria fa peggio della media il Pil del Piemonte che cala dell’8,2%.

La crisi ha reso più evidenti trend strutturali, che hanno visto la concentrazione dell’economia più dinamica nelle grandi città come Milano o, se si parla di industria, nei distretti più legati alle esportazioni, anch’essi collocati su assi centrali come la via Emilia o l’A4 tra Lombardia e Veneto, o la strada per il Brennero. E l’accelerazione del declino delle aree più periferiche e rurali o quelle che dopo una fase di crescita nel Dopoguerra non hanno saputo trasformarsi, come il Piemonte e la Liguria, motori di un Triangolo Industriale che non esiste più.

Il Pil cumulato

D’altronde il ritardo delle stesse aree è continuato anche durante la ripresa. Il Sud e le Isole hanno superato in crescita la media italiana solo nel 2015, ma poi nel 2016 e 2017 hanno fatto decisamente peggio con rispettivamente +0,2% e +1%, contro un aumento del Pil italiano dell’1,1% e dell’1,6%. Il Pil della Lombardia ha invece continuato a superare la media italiana sia nel 2015 che nel 2016 e nel 2017, con crescite del Pil dell’1,3%, 1,6% e 2,7%. Nel 2017 bene anche la provincia di Trento e il Veneto con +2,6% e +2,3%, mentre rallenta in modo deciso il Pil dell’Alto Adige. Al Sud il Pil della Sicilia con un aumento dello 0,5% fa decisamente peggio del Pil della Campania, che è cresciuto dell’1,6%.

L’andamento del Pil storico per macroaree

Per il 2018 ci sono solo i dati per macro aree, il Mezzogiorno appare ancora in ritardo, è cresciuto del 0,4% mentre l’Italia del 0,9%. Ecco il grafico.

Invece il Nord Est che stacca il Nord Ovest mettendo a segno un +1,4% contro un +0,8%. Ma qui è tutto il Pil italiano ad avere rallentato. Come il 2019 del resto.

I dati si riferiscono al: 2000-2018

Fonte: Banca d’Italia

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