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Ecco a chi finiscono i soldi. In testa ci sono Turchia e Afghanistan. Spiccioli alla Libia

“Aiutiamoli a casa loro” è la linea politica sui migranti del Pd, enunciata dal suo segretario, Matteo Renzi, nel suo ultimo libro “Avanti”. Renzi si riferisce soprattutto ai cittadini dei Paesi dell’Africa che sbarcano sulle coste siciliane, calabresi e campane. Rispetto alle politiche seguite finora si è trattato di un’inversione a U nella strategia sugli aiuti ai Paesi in via di sviluppo.

Infatti, se si guarda a quanti soldi l’Italia ha destinato agli aiuti internazionali e, soprattutto, a quali Paesi ha deciso di destinarli, si scopre che la politica messa in atto finora è stata molto diversa.

Discorso diversi, invece, se si guarda alle decisioni prese dalla Ue, tuttavia anche in questo caso entrano in gioco considerazioni geo-politiche più complesse – ma molto interessanti -.  L’analisi degli aiuti internazionali e delle politiche in questo senso mostrano quali sono state le vere preoccupazioni di Bruxelles. Cominciamo a vedere proprio i dati europei.

Quanto dona l’Europa in aiuti internazionali?

Dai Paesi della Ue arrivano complessivamente ben 75 miliardi e mezzo di euro ai Paesi in via di sviluppo, è stata una cifra che è cresciuta nel 2016 rispetto ai 67 miliardi e 888 milioni del 2015.

Dopo una stabilità tra il 2010 e il 2013 vi è stato un netto aumento delle somme messe a disposizione, ma attenzione. Questa cifra comprende “tutto”: gli aiuti che i singoli stati gestiscono autonomamente, i fondi dell’Unione europea e anche i soldi che tutti i paesi Ue versano alle organizzazioni internazionali come l’Unicef, più quelli usati per progetti di cooperazione internazionale messi in campo dalle Organizzazioni non governative.

Chi ha aumentato i fondi e chi li ha ridotti

Il grafico sopra mostra quanto ogni singolo Paese ha impegnato in aiuti internazionali, sono compresi anche i fondi della Ue come istituzione a se stante – ma li analizzeremo meglio più avanti.  Il “gran totale” è stato, appunto, di 75,5 miliardi nel 2016. La parte del leone l’ha fatta la Germania, che in un anno ha accresciuto la propria spesa di ben 6 miliardi, passando così da poco più di 16 a più di 22 miliardi.

Di fatto quasi tutto l’aumento dei finanziamenti allo sviluppo da parte dei paesi Ue è imputabile al paese di Angela Merkel. Non si può però ignorare il balzo di 2,5 miliardi della Spagna, che ha più che raddoppiato il proprio impegno. Buona anche la crescita dell’Italia, i finanziamenti destinasti a questo tipo di progetti sono aumentati di quasi 800 milioni. Da segnalare invece il calo dei finanziamenti svedesi, in diminuzione di circa 2 miliardi, e olandesi, meno 600 milioni di euro.

Quello che più conta non è tanto e solo il numero assoluto, ma la percentuale di questi aiuti sul Pil, ovvero quanto del reddito dei paesi viene destinato alla solidarietà internazionale.

Gli aiuti in rapporto al Pil

In media i Paesi europei destinano agli aiuti internazionali lo 0,51% del proprio Pil, in crescita rispetto allo 0,47% del 2015 e a 0,43% del 2014. Il tasso raggiunto nel 2014 è stato il minimo dal 2010. Lo 0,51% raggiunto nel 2016 è stato invece uno dei massimi degli ultimi 10 anni.

Al primo posto, in termini percentuali, c’è il Lussemburgo, con l’1% del Pil destinato agli aiuti internazionali. A seguire ci sono dei paesi tradizionalmente più propensi alle politiche di cooperazione internazionale, quali: Svezia, Danimarca, e poi la Germania. I tedeschi hanno superato anche i britannici in questa gara alla solidarietà.

L’Italia ha raggiunto una percentuale dell’0,26% del Pil destinato agli aiuti internazionali. Ultimi i paesi dell’Est: Croazia, Bulgaria Romania, con meno del 0,1% del Pil.

In generale questa percentuale è cresciuta per 16 paesi, è calata per 5 ed è rimasta uguale per 7, come mostra il grafico sotto. In questo grafico infatti viene indicata, appunto, la quota di donazioni in rapporto al Pil nei diversi paesi europei.

L’aumento degli aiuti tedeschi è impressionante, anche se lo si calcola in rapporto al Pil: Berlino è arrivata, nel 2016 a quello 0,7% di aiuti sul Pil che è l’obiettivo internazionale perseguito da anni dai paesi industrializzati. Rispetto al 2005, anno in cui Angela Merkel è diventata Cancelliera, c’è stato un raddoppio nelle cifre destinate e quindi anche nel tasso. Anche l’Italia ha seguito una traiettoria crescente, dallo 0,14% del 2012 allo 0,26% di aiuti sul Pil nel 2016.

La politica europea

Al di là delle scelte dei singoli Stati la Commissione europea ha una propria politica di Cooperazione allo sviluppo. La cosa curiosa è che l’Ue ha ridotto il proprio impegno, almeno nel 2015, ultimo anno per cui sono resi a disposizione i dati. In dollari vi è stato un decremento di quasi 3 miliardi, il 16,9%. In euro si è trattato invece di un calo molto più contenuto, di circa 76 milioni, come mostra il grafico sotto.

Questa discrepanza esiste perché l’Ocse, che tiene conto dei dati sugli aiuti allo sviluppo a livello mondiale, utilizza i dollari, mentre la Ue ragiona in euro.

I paesi “non in emergenza” tra i maggiori beneficiari

Il dato però più curioso è quello sui paesi a cui sono stati destinati questi miliardi.

In testa si trova la Turchia, con 2 miliardi e 839 milioni di dollari. Solo a lunghissima distanza troviamo il Marocco con 475 milioni, la Serbia con 471 e la Tunisia con 466.

Viene quindi naturale chiedersi, perché ai primi posti della lista dei Paesi in via di sviluppo aiutati non ci siano i Paesi in assoluto più poveri, quelli da cui arrivano i migranti che cercano di attraversare il Mediterraneo (come Guinea, Nigeria o Eritrea) ?

I maggiori beneficiati dalla Ue sono stati, infatti, paesi con un reddito medio. Più che per motivi economici sono stati scelti, molto probabilmente, più per ragioni geo-politiche e di vicinanza – come nel caso della Tunisia, Serbia, Bosnia e Ucraina-,  o per la delicata situazione politica – come Palestina e Afghanistan.

Una conferma viene dall’elenco dei Paesi più aiutati nel 2015 sia dalle istituzioni europee che dai soldi che i singoli Paesi hanno devoluto con accordi bilaterali. Dopo la Turchia vi è l’India, da cui non stanno arrivando profughi verso l’Europa. Seguono Afghanistan, Marocco, Siria, Cina, e solo al settimo posto vi è il primo paese africano, l’Etiopia.

Eppure è dall’Africa che arrivano quasi tutti i richiedenti asilo che attraversano il Mediterraneo. L’obiettivo di questi aiuti internazionali quindi non sembra essere la prevenzione dei fenomeni migratori, quanto piuttosto la loro gestione nella fase finale, la gestione dell’esistente.

Il conti “truccati”

A questo proposito bisogna fare un’importante precisazione. Una parte dell’aumento dei fondi europei per i Paesi in via di sviluppo è destinata in realtà all’assistenza ai richiedenti asilo giunti nel proprio Paese. Di fatto non sono soldi che vanno in Paesi in via di sviluppo, ma rimangono in Italia, Germania o Svezia per gestire l’emergenza sbarchi o arrivi.

Di seguito un grafico che indica come sono aumentati i fondi per lo sviluppo (Oda: “Official Development Assistance”) con o senza questi aiuti, che vengono chiamati “in donor refugee costs”.

Come si vede negli ultimi anni c’è stato un aumento del gap tra le due voci. Considerando solo l’assistenza, senza i fondi “in donor”, si rimarrebbe poco sopra quota 70 miliardi di dollari, mentre nel totale si vola a circa 85 miliardi di dollari spesi nel 2015.

Secondo la Commissione europea, nel 2016, i fondi “in donor” sono cresciuti ancora rispetto all’anno precedente: in euro si passa da 8,8 miliardi, il 12,9% del totale, a 10,7 miliardi, ovvero il 14,2%. Questo spiega una parte della crescita degli aiuti per lo sviluppo nella Ue.

Senza i fondi “in donor” gli aiuti per lo sviluppo sarebbero arrivati a 64,8 miliardi e non a 75,5, con un incremento quindi più contenuto di quello che dicono le statistiche ufficiali. In particolare sono stati l’Italia e la Germania i paesi che hanno incrementato di più l’assistenza “interna” distraendo una parte degli aiuti destinati a quella “esterna”.

L’Italia si autoaiuta

Nel 2016 sono stati 6 miliardi e 125 milioni di dollari gli aiuti “in donor” dai tedeschi, il 25% del totale, e sono stati 1 miliardo e 650 milioni di dollari, addirittura il 34% del totale, nel caso dell’Italia.

L’Italia appunto è stato il paese che ha dedicato la maggiore proporzione dei propri fondi per lo sviluppo a… se stessa, ovvero alla gestione dell’emergenza sbarchi. Ovviamente a questi fondi vanno aggiunti quelli destinati nello specifico all’accoglienza e che sono gestiti dal ministero dell’Interno dei diversi paesi.

A chi vanno i soldi dell’Italia

Guardiamo quindi più in profondità cosa fa l’Italia con questi fondi.

Dal 2012 vi è stato un deciso aumento dei soldi messi a disposizione. Da 2 miliardi e 129 milioni di euro si è passati ai 4 miliardi e 391 milioni del 2016.

Siamo arrivati al 0,26% del Pil, un record. Come abbiamo visto tuttavia una parte decisiva di queste risorse, il 34%, finisce non a Paesi in via di sviluppo, ma alla gestione dell’emergenza immigrazione sul suolo italiano.

Anzi, per il 2017 è previsto che si salga anche al 39,6%. Si stima infatti che gli aiuti globali (Oda) rimarranno stabili e ammonteranno a 4 miliardi e 819 milioni di dollari, ma calerà l’assistenza ai Paesi in via di sviluppo, da 3 miliardi e 162 milioni a 2 miliardi e 910 milioni di dollari. Crescerà invece la parte destinata ai rifugiati, da 1 miliardo e 650 milioni a 1 miliardo e 909 milioni.

I nostri fondi destinati agli arabi non in fuga

A livello di paesi assistiti dall’Italia al primo posto si trovava l’Afghanistan nel 2015, con più di 103 milioni di dollari. A seguire ci sono stati l’Iraq e, poi, il Pakistan. Paesi da cui quasi nessuno è sbarcato sulle nostre coste.

L’obiettivo è anche nel caso italiano quello di un intervento nello scacchiere geopolitico, nei luoghi più “caldi” e più al centro delle cronache internazionali. Così si spiegano i finanziamenti alla Palestina e le briciole destinate ai Paesi in via di sviluppo dell’Africa Sub sahariana. Nel grafico appare evidente che a Senegal, Mozambico, Sudan, Somalia arrivino dal nostro paese poche decine di milioni.

Se il motto dovrà essere quello di aiutare a casa propria i cittadini dei paesi africani che partono per giungere a Lampedusa e negli altri porti, allora si dovrà avere un serio ripensamento della politica di aiuti per lo sviluppo dell’Italia. Ci dovrà essere un trasferimento di risorse da aree importanti solo politicamente a zone in difficoltà, quali quella dell’Africa Sub sahariana, aiutando questi Paesi che seppur semi-sconosciuti, hanno più bisogno di altri di aiuti per lo sviluppo.

I dati si riferiscono al: 2014-2016

Fonte: Commissione Ue, Ocse

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