In Crisi&Ripresa
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Dal 1800 la Germania ha fatto crack 4 volte, l’Austria 7. E in futuro i default aumenteranno

L’infografica qui sopra è stata pubblicata dall’Economist (ricerca dati a cura di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, l’originale può essere consultato a questo link) illustra quali sono gli Stati falliti nel mondo dal 1800 ai giorni nostri. Ogni pallino indica un fallimento dello Stato al quale corrisponde mentre di fianco al nome dello Stato è indicato il numero complessivo dei fallimenti dal 1800 al 2014.

Quanti Stati falliti

Il caso dell’Argentina è il più recente di tutti, quindi ce lo ricordiamo bene, ma nella classifica degli Stati falliti il primo posto è occupato da altri: Ecuador, Venezuela sono crollati ben 10 volte, Uruguay, Costarica, Brasile, Cile 9, e poi, con 8 default, Argentina, Perù, Messico e Turchia.

Gli Stati occidentali falliti dal 1800 al 2014 sono pochi, ma insospettabili. Tra questi, infatti, ci sono l’Austria, la Spagna, la Grecia e, a sorpresa la Germania, che ha vissuto 4 fallimenti di Stato, l’ultimo dei quali negli anni ’20Solo la Grecia, tra i Paesi avanzati, è stata protagonista di un default dopo il 1950, come ben sappiamo dal quale deve ancora riprendersi completamente, come Truenumbers ha spiegato in questo articolo.

Nella lista manca qualcuno…

Ma c’è default e default. Tra quelli segnalati dall’Economist vi sono quelli clamorosi, con banche chiuse, code davanti agli sportelli, stipendi pubblici bloccati, e quelli in un certo senso pilotati, gli haircut”, i default parziali per alleviare dal peso del debito più insostenibile Paesi che hanno stretto un accordo con i debitori, come è il caso della Grecia durante la crisi.

In ogni caso nel dettagliato elenco degli Stati falliti c’è un illustre assente: l’Italia, il Paese che (pare) preoccupare i mercati in realtà non ha mai vissuto un fallimento del debito, perlomeno dalla fondazione nel 1861.

I default però sono diversi anche in base all’ammontare. Secondo un report di Moody’s il maggiore è stato appunto quello greco del 2012, quando lo Stato greco trasformò i vecchi titoli di debito in nuovi con una perdita del 70%. In totale il debito “defaultato” è stato di 261 miliardi e 478 milioni di dollari. Nel dicembre dello stesso anno vi fu un altro default del 60% del debito per altri 42 miliardi e 76 milioni. Nel complesso parliamo di 303 miliardi e 554 milioni di dollari.

Molto più per esempio di uno dei default più famosi degli ultimi anni, quello argentino del 2001, il secondo per grandezza. Che fu più semplice e, in un certo senso, netto di quello greco. Lo Stato sudamericano annunciò che non avrebbe pagato le tranche dovute sul debito esterno, verso l’estero. Interessi e capitale. Partì una contrattazione, che tra l’altro ha coinvolto anche migliaia di risparmiatori italiani, in seguito al quale, di fatto fu garantito ai creditori solo il 30% di quanto avrebbero avuto diritto. Un default quindi del 70% per un totale di 82 miliardi e 268 milioni di dollari.

Nel 2014 l’Argentina, ancora

Nel 2014 come indica l’Economist l’Argentina fu ancora protagonista. I pagamenti rateali dovuti ai risparmiatori dopo gli accordi e la ristrutturazione del debito furono bloccati in un fondo fiduciario americano, dove erano stati depositati, per la sentenza di una corte Usa che bloccò gli esborsi se prima lo Stato sudamericano non avesse pagato 1,3 miliardi di dollari ai fondi americani che non avevano accettato il compromesso, con rinuncia al 70% del valore, concordato invece con gran parte dei risparmiatori.

Anche questo è stato calcolato come default, di oltre 29 miliardi di dollari, anche se in un certo senso involontario e provocato dall’esterno.

Perché ce ne saranno altri

Oggi i fallimenti sembrano un evento estremo, almeno in Occidente. Eppure la storia del passato insegna che non lo sono. Non solo. Oggi nel complesso i rating delle agenzi che valuta l’affidabilità dei debiti degli Stati sono peggiorati rispetto a 10 anni fa. Per esempio quelli di Moody’s che partono da AAA (il rating migliore) e man mano scendono fino a SG (Speculative Grade). L’Italia è Baa2 per intenderci e in questo articolo, Truenumbers ha raccontato la storia dell’andamento delle valutazioni, degli ultimi 30 anni, di tutte e tre le maggiori agenzie di rating del mondo.

Nei  grafici sotto si mostra per ogni anno la percentuale di Paesi con rating AAA, quelli con rating Aa – A, Baa e SG. La somma è naturalmente 100%. Quello sotto riguarda le economie avanzate.

 

Come si vede è calata man mano, da più del 50% nel 2006 al 30% nel 2016 la proporzione di Stati con rating massimo, AAA. Sono invece aumentati fino al 2013 quelli con titoli solo speculativi, ovvero non raccomandabili come destinazione del risparmio (ma solo per specularci sopra), per poi diminuire negli ultimi anni. Così come quelli Baa, tra cui l’Italia per esempio.

Hanno proseguito a peggiorare anche i rating dei Paesi emergenti, come si vede nel grafico sotto.

Stati falliti

Quelli con rating solo speculativo sono ormai il 60%, ed erano poco più del 50% nel 2012. Significa che nuovi default non sono, quindi, impossibili. Anzi, appaiono più probabili rispetto al passato.

I dati si riferiscono al: 2014 (2018 per i rating)

Fonte: Economist, Moody’s

Leggi anche: Il mistero del debito pubblico della Grecia

Argentina, dal crollo dei titoli sovrani alla rinascita

 

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