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Peggio anche rispetto al 2013 quando le imprese in crisi erano il 9,1% del totale

Il 2020 è stato un anno tragico da molteplici punti di vista. Come si sa oltre che per la perdita di vite umane dovute alla pandemia di Covid19, anche per il crollo dei redditi, dell’occupazione e l’incremento delle situazioni di crisi delle imprese.  Queste ultime già si ritrovavano in una condizione di fragilità, dovuta a motivi congiunturali, la crescita del Pil molto ridotta negli ultimi anni, che strutturali, la minore produttività, le piccole dimensioni, e la cronica scarsa capitalizzazione delle aziende. La sottocapitalizzazione già prima della pandemia colpiva un numero non indifferente di imprese, il 7,2% nel 2018, seppur migliorato dal picco del 9,1% del 2013, in seguito alla crisi finanziaria.

Che cosa vuol dire sottocapitalizzazione

Quando l’impresa è sottocapitalizzata? Si tratta della condizione in cui si trova quanto il capitale rimane al di sotto del minimo legale. E da un punto di vista economico significa che anche vendendo tutti gli asset l’azienda non potrebbe ripagare tutti i propri debiti. È facile capire come il numero di aziende in una situazione di sottocapitalizzazione aziendale sia un ottimo indicatore per capire quante si ritroveranno in uno stato di insolvenza e poi di bancarotta tempo dopo, visto che questo accade in due terzi dei casi dopo tre anni. E non solo, è di conseguenza anche un indicatore dello stato di fragilità del sistema delle imprese in un momento di crisi.

E quale crisi peggiore negli ultimi decenni di quella scatenata dalla pandemia? Che tra l’altro ha colpito in modo sproporzionato e asimmetrico proprio quei settori in cui era già maggiore la percentuale di sottocapitalizzazione aziendale.

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sottocapitalizzazione

L’8,8% degli occupati lavora in aziende sottocapitalizzate

Il settore con più aziende sottocapitalizzate è quello della ristorazione e dell’hotellerie, dove le imprese sottocapitalizzate già erano il 15,8%, contro il 7,2% medio, quello dell’arte e del divertimento, con l’11,6%. La pandemia peggiora ulteriormente la situazione, anche se Banca d’Italia, che usa dati Cerved, afferma che anche senza l’emergenza nel 2020 la proporzione di imprese senza capitali sufficienti sarebbe salita comunque al 9,7%, probabilmente a causa del forte rallentamento della crescita dei due anni precedenti, ma il Covid19 ha fatto in modo che tale numero salisse ulteriormente.

Bankitalia calcola che senza alcun intervento pubblico si sarebbe arrivati al 14,2% delle imprese. E la percentuale di lavoratori coinvolti perché occupati in tali aziende sarebbe stata del 12,6%, quasi il quadruplo rispetto al 3,6% del 2018, quando erano soprattutto le imprese più piccole e con meno dipendenti quelle con tali problematiche. Ma non è più così. In base alle stime fatte in via Nazionale l’introduzione della cassa Integrazione allargata di 9 settimane ha diminuito tale proporzione al 13,9%. Il motivo è che un alleggerimento delle uscite avrebbe portato un po’ meno aziende in una situazione di disavanzo e quindi nella condizione di dover attingere al capitale.

I decreti per alleviare la crisi da coronavirus

Tuttavia si è rivelato ancora più decisivo il decreto Rilancio 34/2020, che ha portato questa percentuale al 12,5%. Tra le misure prese singolarmente, quella più efficace pare quella relativa ai sussidi diretti, i rimborsi, poi chiamati ristori, per le perdite subite, più che gli sgravi sull’IRAP o i rinvii degli affitti.

Un minor impatto sembra quello del decreto Agosto, 104/2020, con l’allungamento della Cassa Integrazione e altre misure però mirate ad aziende più grandi. Alla fine il numero di lavoratori occupati in imprese in difficoltà, perché sottocapitalizzate, risultava essere sceso sotto il 10%, all’8,8%. Una percentuale tuttavia ancora decisamente superiore a quella degli anni precedenti. E probabilmente peggiorata con gli effetti della seconda ondata

I dati si riferiscono al 2020

Fonte: Banca d’Italia

Leggi anche: Il 70,3% delle aziende ha subìto un calo del fatturato

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