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L’andamento dei salari provincia per provincia. Milano solo quarta. Crisi degli autonomi

Il grafico qui sopra mostra com’è variato il reddito delle persone fisiche da lavoro dipendente tra il 2012 e il 2016 nelle province italiane. In un certo senso può essere consideratola misura di come la ripresa italiana abbia agito in modo differente tra le diverse aree del Paese. Chiaramente si tratta di variazioni di dati assoluti, quindi è possibile che laddove ci sia stata una crescita demografica è più facile che il reddito sia cresciuto (anche se quello pro-capite magari è rimasto uguale). Bisogna tenere presente, però, che la stessa capacità di attrarre abitanti da altre zone del Paese o dall’estero è di per sé un indice di sviluppo.

I redditi degli italiani

Non è un caso che fra le prime posizioni del reddito percepito per provincia ci sia Milano, in cui il reddito da lavoro dipendente è cresciuto in 4 anni del 7,2%. È al quarto posto su 117, dopo Prato, Bologna e Andria. La città toscana, famosa per la presenza cinese, è prima con un +11,38%. Nelle prime 20 posizioni compaiono quasi solo capoluoghi del Centro-nord, con le notevoli eccezioni di Andria, Barletta e Olbia. Questi angoli del Mezzogiorno, infatti, sono non da oggi tra i più dinamici del Sud. Ma si tratta di casi piuttosto isolati.

Per il resto primeggiano i capoluoghi dell’Emilia Romagna, con il +8,73% di Bologna, il +6,91% di Modena, il +6,32% di Piacenza e il +5,67% di Parma. Se si fa il paio con il +5,63% di Reggio Emilia (al dodicesimo posto) e con la diciannovesima posizione di Lodi (+4,47%), appare verosimile quanto molti economisti avevano già visto, ovvero che la ripresa è avvenuta lungo l’asse della A1 tra Milano e Firenze passando per l’Emilia, asse che appare oggi il vero motore economico dell’Italia. È qui che si concentra l’industria più competitiva e anche la gran parte dei trasferimenti interni di popolazione, da altre regioni e dall’estero.

Agli ultimi posti, invece, troviamo i capoluoghi delle province più marginali dal punto di vista demografico. Isernia, Carbonia, Iglesias, L’Aquila, Sondrio; le aree montane alpine e appenniniche; le più depresse della Sardegna; quelle ex minerarie. Il record negativo spetta a Isernia con un -10,9%. 15 delle 20 peggiori città sono del Sud, fra cui spiccano quelle sarde e siciliane. La più importante è Palermo, con -2,93%. C‘è però anche Siena, in teoria una tra le più ricche d’Italia, il -4,67% potrebbe essere dovuto alla crisi del Montepaschi. C’è poi Imperia, in tante classifiche tra le più “meridionali” delle città del Nord a livello di indicatori di sviluppo. In generale si tratta di realtà lontane dagli assi principali e dai distretti industriali maggiori, le quali durante la crisi economica non hanno potuto godere come un tempo di quei trasferimenti statali che una volta le sostenevano.

Un Paese sempre più vecchio

Il grafico sotto, invece, mostra la stessa classifica ma riferita alle variazioni dei redditi da pensione. Qui Isernia, che prima era ultima, si scopre al secondo posto nella classifica del reddito per provincia (per quanto riguarda i pensionati) con un + 8,74%, preceduta solo da Olbia con +9,74%. Questo ranking appare in realtà più come un indice dell’invecchiamento della popolazione che dello sviluppo di un territorio.

Spiccano quelle città dove un grande numero di persone ha raggiunto l’età della pensione. E non a caso si tratta di quelle più vecchie. Con la notevole eccezione di Trento, dove in realtà le nascite sono quasi da record nazionale, compaiono Trani, Enna, Oristano, Tortolì, Agrigento, Matera, Cuneo, Nuoro, Arezzo. Città mediamente piccole con una grande proporzione della popolazione anziana, o meglio di 50-60enni che nel frattempo hanno raggiunto l’età della pensione. Napoli, Milano e Bologna, invece, sono tra le ultime 20, con La Spezia a chiudere la classifica (+0,11%). Un dato da sottolineare è che non c’è alcun segno meno. Cosa vuol dire? Che i pensionati sono tra le poche categorie che tra il 2012 e il 2016 è stata in costante aumento.

Il calo dei lavoratori autonomi

Oltre al reddito dipendente e a quello da pensione, un altro indicatore su quanto abbia inciso la ripresa economica nelle diverse aree del Paese è il reddito da lavoro autonomo. Il grafico sotto mostra il reddito per provincia degli autonomi e basta un colpo d’occhio per accorgersi che i segni meno sono molti (e spesso a doppia cifra).

Un fenomeno in parte dovuto al fatto che i lavoratori autonomi sono diminuiti dall’inizio della crisi e anche durante la ripresa economica, quindi la loro dichiarazione dei redditi è inevitabilmente calata. Tra i primi 10 posti ci sono Modena e Milano, ma il primo posto spetta a Sanluri, nel Medio Campidano, che faceva provincia fino a poco tempo fa, con +9,73%. Si tratta di un piccolo Comune, e non è una statistica molto significativa. Dopo vengono città più grandi, come Modena, appunto, Pisa e Cosenza. Alle ultime posizioni Rieti, Agrigento, Isernia, Lanusei e Aosta, città come già detto periferiche e con un alto invecchiamento della popolazione. Ma quello che più stupisce sono le percentuali negative che si toccano: -18,89% ad Aosta, -17,85% a Lanusei, -17,15% a Isernia. In generale nella classifica del reddito per provincia, il segno meno è presente in 100 comuni su 117. Un’ulteriore dimostrazione che siamo sempre più un Paese di pensionati e sempre meno uno di commercianti e imprenditori. In questo articolo, poi, Truenumbers ha spiegato come è cambiate la ricchezza degli italiani dal 1871 ad oggi.

I dati si riferiscono al: 2012-2016

Fonte: Istat

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