Retribuzioni +2,4%, inflazione +3%: dopo 10 trimestri i prezzi corrono più degli stipendi
Per due anni e mezzo la busta paga italiana ha corso più dei prezzi, del carrello della spesa, del paniere. In poche parole il potere d’acquisto degli italiani, piano piano, tornava ad essere dignitoso. E così, tra uno shock energetico e l’altro, il buco aperto dalla fiammata inflazionistica del 2022 si stringeva, trimestre dopo trimestre. Poi lo stop: tra aprile e giugno 2026 la corsa si è fermata. Ma cosa è successo?
A fine 2025 il potere d’acquisto delle retribuzioni contrattuali (ovvero quanto stabiliscono i contratti nazionali, non quanto finisce davvero in busta paga) era ancora inferiore dell’8,6% rispetto a gennaio 2019: lo certifica il Rapporto annuale dell’Istat, il trentaquattresimo, presentato il 21 maggio 2026. Sette anni di rinnovi non hanno riassorbito l‘inflazione accumulata, e dal secondo trimestre 2026 quel divario ha ricominciato ad allargarsi. Il risultato si vede nel grafico in apertura.
L’inversione: aumenti al 2,4%, inflazione al 3%
Il 29 luglio 2026 l’Istat ha messo per iscritto una frase che mancava dai suoi comunicati da due anni e mezzo: «dopo dieci trimestri consecutivi in cui la crescita tendenziale (ossia rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente) delle retribuzioni è stata superiore a quella dell’inflazione, nel secondo trimestre 2026 si registra un’inversione di tendenza».
E questo cosa vuol dire? I numeri dietro la frase sono questi: nel trimestre le retribuzioni contrattuali orarie sono cresciute del 2,4% su base annua, l’inflazione del 3,0%. Il dettaglio mese per mese dice +2,4% ad aprile, +2,5% a maggio, +2,4% a giugno. Nel settore privato l’aumento si è fermato al 2,3%, nella pubblica amministrazione è arrivato al 2,7%. Sei decimi di punto percentuale di distanza fra stipendi e prezzi (un punto percentuale è la differenza fra due percentuali, non una percentuale), e il segno del recupero si capovolge.
Perché il potere d’acquisto perso dal 2019 non si recupera
Il meccanismo è quello della rincorsa, ed è una rincorsa che parte sempre con qualche metro di ritardo. I rinnovi contrattuali fissano gli aumenti su previsioni di inflazione formulate mesi prima, e quando i prezzi accelerano più del previsto (come nel 2022) l’aumento concordato nasce già eroso: firmato oggi, già vecchio domani. Il divario si accumula, e i rinnovi successivi lo inseguono senza mai raggiungerlo.
Poi c’è l’altra metà del problema. Nel 2025 le retribuzioni contrattuali erano cresciute del 3,1% in termini nominali, sopra l’inflazione: era il secondo anno consecutivo di recupero reale. Ma due anni di guadagno non bastano a colmare il buco scavato dal biennio 2022-2023, e l’8,6% rispetto a gennaio 2019 è quanto resta sul tavolo. Due passi avanti dopo quattro indietro non riportano al punto di partenza.
Quanto vale l’8,6% su una busta paga
Spiegato in parole semplici: serve un ordine di grandezza. Si prenda uno stipendio netto di 1.500 euro al mese (cifra scelta come esempio, non un dato Istat): l’8,6% vale 129 euro di capacità di spesa in meno ogni mese rispetto a gennaio 2019. Su dodici mesi fanno 1.548 euro, poco più di una mensilità l’anno. Non è che la busta paga sia più leggera in nominale: al contrario, l’indice delle retribuzioni contrattuali orarie a giugno 2026 è salito dello 0,5% rispetto a maggio e del 2,4% rispetto a giugno 2025. A essersi fatto più caro è il paniere: stessi soldi, meno roba nel carrello.
L’Italia è 14ª su 27 in Europa, dietro Malta e Cipro
Il divario non corre solo con il passato: corre anche con il continente. Secondo Eurostat, nel 2025 la retribuzione netta annua di un lavoratore italiano single senza figli con salario medio vale 24.936 standard di potere d’acquisto contro una media Ue-27 di 26.416: 1.480 in meno, il 5,6% sotto. È il 14° posto su 27. Lo standard di potere d’acquisto, o Pps, è l’unità con cui Eurostat neutralizza le differenze di prezzo fra i Paesi. Detto altrimenti: qui non c’entra il fatto che a Monaco di Baviera un affitto costi più che a Bari, il conto è già fatto.
Davanti all’Italia ci sono la Germania con 30.407 Pps (quasi il 22% in più) e la Francia con 27.649, ma anche la Spagna con 26.903 e, per la prima volta nel 2025, Malta e Cipro. Nella serie Eurostat, che lavora su medie triennali, le curve italiana e spagnola si incrociano nel 2023: fino al 2022 l’Italia stava davanti, 23.096 Pps contro 22.714. Dietro restano la Slovenia, con 22.567, e i Paesi dell’Est. Malta e Cipro, nel 2024, stavano ancora sotto l’Italia: le è bastato un anno per farsi superare da entrambe.
Chi aspetta ancora il rinnovo: 3,9 milioni di dipendenti
Il fatto è questo: il recupero non arriva a tutti nello stesso momento, perché non tutti i contratti sono aggiornati. Alla fine di giugno 2026 i contratti collettivi nazionali in attesa di rinnovo erano 25 e riguardavano circa 3,9 milioni di dipendenti, il 30,1% del totale. Un anno prima la quota era del 43,7%. Anche l’attesa si è accorciata: chi ha il contratto scaduto aspetta in media 17,9 mesi, contro i 24,9 di giugno 2025. Chi lavora sotto un contratto rinnovato di recente incassa aumenti calibrati sull’inflazione vera; chi resta ancorato a tabelle negoziate anni fa continua a perdere terreno ogni mese. Stesso mestiere, stessa qualifica, due buste paga che si allontanano.


Pubblica amministrazione, tutti i contratti risultano scaduti
La frattura più netta corre fra pubblico e privato. Nel settore privato la quota di dipendenti in attesa di rinnovo è scesa al 10,7%, poco più di uno su dieci, dal 28,1% di giugno 2025. Nella pubblica amministrazione, invece, non c’è un solo dipendente che lavori sotto un contratto in corso di validità: sono scaduti tutti, e i lavoratori in attesa sono 2,8 milioni, contro 1,1 milioni nel privato.
Il grafico qui sotto mostra però un’altra cosa: sui tempi di attesa è proprio la pubblica amministrazione ad aver recuperato di più, da 34,4 a 18 mesi in un anno. Come si conciliano le due cose? I contratti che ha firmato sono quelli del triennio 2022-2024, un periodo già chiuso quando la firma è arrivata. Hanno accorciato l’attesa, perché una data sul calendario finalmente c’è, ma sono nati scaduti. Per il triennio in corso il tavolo è ancora aperto.
L’energia che rimette in moto i prezzi
Ma da dove arriva l’accelerazione dei prezzi? Da una voce sola. A luglio 2026 l’inflazione si è attestata al 2,9% su base annua, in lieve rallentamento dal 3,0% di giugno, ma la spinta è tutta lì: gli energetici non regolamentati, ancora a +11,4% dopo il +13,3% del mese precedente. Sono luce, gas e carburanti fuori dalle tariffe protette: la bolletta. L’inflazione di fondo, quella depurata da energia e alimentari freschi, è ferma all’1,6%. E non è una sorpresa: presentando il Rapporto annuale a maggio, l’Istat aveva avvertito che le pressioni sui mercati energetici avrebbero potuto «rallentare la fase di recupero o addirittura determinare un nuovo periodo di perdita del potere di acquisto». Due mesi dopo, i dati del secondo trimestre gli hanno dato ragione.
Che cosa dicono le proiezioni fino a dicembre
Le proiezioni dell’Istat, calcolate sui soli contratti già in vigore alla fine di giugno, indicano una crescita delle retribuzioni contrattuali del 2,3% nel semestre luglio-dicembre 2026 e del 2,4% nella media dell’anno. L’inflazione acquisita per il 2026, cioè quanta ne ha già in cassa l’anno anche se i prezzi si fermassero oggi, è invece del 2,7%. Se i due numeri reggono, l’anno si chiude con i prezzi che corrono più degli stipendi e con l’8,6% aperto nel 2019 che non si stringe più. Si riallarga. Il prossimo verdetto è già in calendario per il 30 ottobre 2026, quando l’Istat diffonderà i dati del terzo trimestre.
Fonti: Istat; Eurostat
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