A dettare il ritmo dei rincari è la scalata del Brent, il “termometro” del mercato energetico globale. Nei primi giorni di conflitto, la quotazione del greggio di riferimento — che stabilisce il valore di oltre due terzi del petrolio mondiale — ha registrato un balzo del 10%, frantumando la resistenza dei 100 dollari e assestandosi a quota 108 dollari al barile. Si tratta di un picco che non si registrava dall’agosto del 2022.
Quanto pesano le accise sulla benzina
Quando si guarda il prezzo della benzina al distributore, non tutto dipende dal costo del petrolio. Una parte consistente del prezzo alla pompa è legata alle tasse. In Italia circa 0,67 euro per ogni litro di benzina sono accise, imposte fisse stabilite dallo Stato. A questa cifra si aggiunge poi l’Iva al 22%, che viene applicata sull’intero prezzo del carburante. Se si prende come riferimento il prezzo medio nazionale della benzina, pari a 1,787 euro al litro, significa che il prezzo senza Iva è di 1,465 euro, mentre 0,322 euro per litro sono Iva. Tradotto in termini concreti: su un pieno da 50 litri, che costa 89,35 euro, circa 33,50 euro sono accise e 16,10 euro sono Iva. In totale quasi 49,60 euro finiscono in tasse.
Accise mobili: perché lo sconto è minimo
Tra le misure al vaglio per contenere i rincari spicca il ritorno delle accise mobili, un meccanismo introdotto con la Finanziaria 2008 ma raramente utilizzato. Il principio è la neutralità fiscale: quando il prezzo del petrolio sale, aumenta proporzionalmente il gettito Iva incassato dallo Stato; questo “extra-gettito” può essere legalmente convertito in una riduzione delle accise per calmierare il prezzo finale.
L’effetto concreto, tuttavia, è puramente palliativo. Se il prezzo della benzina aumentasse di 10 centesimi al litro, l’extra-incasso Iva sarebbe di soli 2,2 centesimi. Utilizzarli per ridurre le accise porterebbe a uno sconto quasi impercettibile per l’automobilista: su un prezzo medio di 1,787 euro/litro, l’impatto sarebbe inferiore all’1,5%.
Perché con Mario Draghi fu diverso
Il confronto con il passato evidenzia la stretta attuale. Nel marzo 2022, per fronteggiare lo shock dell’invasione russa in Ucraina, il governo Draghi attuò un taglio emergenziale molto più drastico: 30,5 centesimi al litro (25 centesimi di accisa più Iva). Un intervento che oggi costerebbe alle casse pubbliche circa 1 miliardo di euro al mese, una cifra insostenibile nel quadro del nuovo Patto di Stabilità Ue. Nel 2022 il governo beneficiò di un “tesoretto” derivante dal rimbalzo del Pil e da un’inflazione che gonfiava le entrate fiscali in modo generalizzato. Oggi, con conti pubblici più fragili e il recente riordino delle accise 2026 volto a equiparare la tassazione tra diesel e benzina, lo spazio di manovra per sconti “orizzontali” è drasticamente ridotto.
Quanto pesa il caro carburanti sul Pil
Il caro carburanti non è un fenomeno confinato al settore dei trasporti, ma agisce come un acceleratore inflattivo per l’intera economia nazionale. In Italia, la dipendenza dal trasporto stradale è strutturale: secondo i dati dell’ultimo Conto Nazionale delle Infrastrutture e dei Trasporti (Mit), l’84,7% delle merci circolanti nel Paese viaggia su gomma. Questo dato spiega perché l’impennata dei listini alla pompa si trasferisca con estrema rapidità sui prezzi al consumo finale, colpendo in particolare i beni di prima necessità.
L’impatto sulla crescita è quantificabile. Secondo le simulazioni di Confcommercio e i modelli econometrici della Banca d’Italia, uno shock energetico di questa portata riduce direttamente la ricchezza nazionale. Lo scenario ipotizza un greggio stabilmente sopra i 100 dollari al barile e carburanti in aumento a doppia cifra. In queste condizioni il Pil italiano potrebbe ridursi dello 0,2%. In termini economici significa una perdita di circa 4 miliardi di euro di valore aggiunto all’anno.
Fonte: Ministero delle Imprese e del Made in Italy
Anno di riferimento: 2026
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