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Secondo l’Organizzazione mondiale del commercio 73 Paesi hanno chiuso l’export di mascherine

Secondo il Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio, gli scambi mondiali diminuiranno tra il 13 e il 32% nel 2020 per il lockdown da coronavirus. Nonostante il Wto proibisca l’introduzione di norme che restringano le esportazioni, ne consente la temporanea introduzione in situazioni di emergenza. L’importante è che queste restrizioni servano davvero a tutelare gli interessi interni del Paese in questione e non diventino un mezzo per attaccare altri Paesi con la scusa dell’emergenza.

I Paesi che bloccano le esportazioni di cibo

Qualche esempio di restrizione alle esportazioni? Il Kirghizistan non esporta da alcune settimane grano e riso, la Macedonia del Nord grano e farina di frumento e la Thailandia non fa uscire le uova. In un nota dell’Organizzazione mondiale del commercio si spiega che sono 80 i Paesi che hanno adottato misure restrittive agli scambi commerciali.

Come si vede nel grafico in alto, la grandissima parte dei Paesi non fa uscire mascherine e protezioni individuali per la forte carenza degli ultimi mesi a causa della pandemia globale da coronavirus. Anche l’Unione europea, ad esempio, ha introdotto un sistema di autorizzazioni per l’export dei prodotti più legati al contrasto dell’emergenza, come quelli medicali. Però, come abbiamo visto con gli esempi citati, sono 17 i Paesi che applicano queste misure ai prodotti alimentari.

Le persone a rischio fame sono 265 milioni nel mondo

Ma quali sono i rischi di queste misure? Gli esperti del Wto sottolineano la necessità di mantenere catene di approvvigionamento alimentare aperte ed efficienti per preservare posti di lavoro che forniscono reddito e mezzi di sussistenza, e contenere aumenti di prezzo e carenze. Anche se non sappiamo in quale misura, la pandemia interesserà i mercati agricoli e, secondo il World Food Programme, sono a rischio fame 265 milioni di persone.

Fonte: Wto, Parlamento europeo

I dati sono aggiornati ad aprile 2020 

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