La radio italiana muove ricavi per 634 milioni di euro

Gli spot pubblicitari valgono il 76,5% dei ricavi. Rai prima con 22,5% del mercato

La radio non chiede di essere guardata: entra in macchina mentre si va al lavoro, accompagna il primo caffè, resta accesa in un negozio, in cucina o dentro un’officina. Ma dietro questa presenza quotidiana c’è anche un’industria, fatta di ricavi, pubblicità, gruppi editoriali e quote di mercato. È da qui che parte questa lettura: non tanto da cosa ascoltano gli italiani, quanto da quanto vale economicamente il settore radiofonico e da come si stanno muovendo le sue principali fonti di finanziamento.

Secondo la Relazione annuale 2026 dell’Agcom, nel 2025 il mercato radiofonico italiano ha generato 634 milioni di euro di ricavi, in crescita dell’1,6% rispetto ai 624 milioni del 2024. Il dato resta appena sotto il massimo recente del 2023, quando il settore aveva raggiunto 635 milioni, ma il confronto di medio periodo mostra una crescita più netta: nel 2021 il mercato valeva 581 milioni, quindi in quattro anni ha guadagnato 53 milioni di euro, pari al 9,1%. Nel complesso, la radio rappresenta il 5,3% delle risorse economiche dei media tradizionali italiani: una quota contenuta rispetto alla televisione, ma sufficiente a descrivere un comparto ancora solido e rilevante per investitori e gruppi editoriali.

Quali gruppi radiofonici fatturano di più

In radio la fedeltà al marchio è quasi una religione: c’è chi non tradirebbe mai Deejay, chi vive con RTL 102.5 in sottofondo e chi considera Radio 1 parte dell’arredamento nazionale. Ma quando si passa dagli ascolti ai soldi, la classifica cambia volto. Nel 2025 è Rai a guidare il mercato radiofonico italiano per ricavi, con il 22,5% delle risorse complessive, pur perdendo 0,3 punti percentuali rispetto all’anno precedente. Il primato poggia sul peso del servizio pubblico e su un’offerta che comprende, tra le altre, Radio 1, Radio 2 e Radio 3. Al secondo posto c’è Fininvest, che attraverso Radio 105, Radio Monte Carlo, R101, Virgin Radio, Radio Subasio e Radio Norba raggiunge il 16,1% del mercato: la quota cresce di 0,3 punti e i ricavi aumentano del 3,4%.

Segue GEDI, con l’11,1% delle entrate complessive e una crescita dei ricavi del 4,6%, la più alta tra i primi quattro gruppi. Il suo presidio radiofonico passa soprattutto da Radio Deejay, Radio Capital e m2o. In quarta posizione si colloca il Gruppo RTL 102.5, fermo all’8,2% del mercato dopo una contrazione dei ricavi del 4,8% e una perdita di 0,6 punti percentuali. Complessivamente, questi quattro operatori concentrano il 57,9% delle risorse economiche del settore. Il restante 42,1% resta distribuito tra altri gruppi nazionali e una galassia di emittenti locali: meno dominanti nei bilanci, ma spesso molto più riconoscibili nel traffico del mattino, nei bar e nelle province italiane.

Quanto incassa la radio italiana dalla pubblicità

Tra uno spot dell’auto, una promozione del supermercato e il jingle di una compagnia telefonica si regge infatti gran parte dell’economia del settore. Nel 2025 la pubblicità ha generato il 76,5% dei ricavi complessivi del mercato radiofonico italiano, per un valore di circa 485 milioni di euro, in crescita del 2,1% rispetto all’anno precedente. Significa che più di tre euro su quattro incassati dalle emittenti arrivano dagli investitori pubblicitari, molto più di quanto pesino le altre fonti di finanziamento.

Il canone destinato al servizio pubblico radiofonico rappresenta il 15,4% delle risorse, pari a circa 98 milioni di euro, mentre convenzioni, contributi e provvidenze valgono l’8,1%, poco più di 51 milioni. Il confronto con il 2021 mostra inoltre un mercato diventato ancora più dipendente dalla pubblicità: quattro anni prima gli spot rappresentavano il 74,7% dei ricavi, quasi due punti percentuali in meno. La radio continua quindi a entrare gratis nelle automobili, nei negozi e nelle cucine degli italiani, ma il conto viene pagato soprattutto dalle aziende che comprano pochi secondi della nostra attenzione.

Quanto è concentrato il mercato radiofonico?

Il peso dei grandi gruppi e la centralità della pubblicità non significano però che il mercato radiofonico italiano sia completamente chiuso nelle mani di pochi operatori. Nel 2025 Rai, Fininvest, GEDI e Gruppo RTL 102.5 raccolgono insieme il 57,9% delle risorse economiche, ma Agcom descrive comunque un settore con un livello di concentrazione relativamente contenuto. In altre parole, i primi quattro hanno una posizione forte, ma non controllano il mercato al punto da lasciare agli altri soltanto le briciole: il restante 42,1% continua infatti a essere distribuito tra altri network nazionali ed emittenti locali.

Il dato va inserito in un sistema più ampio. Nel 2025 televisione, radio, quotidiani e periodici generano complessivamente 12,052 miliardi di euro: la radio ne rappresenta il 5,3% e pesa per circa lo 0,03% del Pil italiano. Anche la crescita dell’ultimo anno va letta con attenzione. La flessione del 2024 era stata ricondotta soprattutto alla riduzione dei contributi pubblici, mentre la ripresa del 2025 è sostenuta principalmente dall’aumento della raccolta pubblicitaria e, in misura più contenuta, dalle risorse del canone.

Quanti italiani ascoltano la radio ogni giorno

La radio è quel mezzo che viene dato ciclicamente per spacciato, ma che continua a entrare ogni giorno nelle automobili, nei negozi, nelle cucine e nei luoghi di lavoro di milioni di italiani. Ed è proprio questa capacità di accompagnare la quotidianità, senza richiedere uno schermo o un’attenzione esclusiva, a conservarne il valore economico per emittenti e inserzionisti. Nel giorno medio, le stazioni radiofoniche raggiungono 35,053 milioni di persone, pari al 66,9% del bacino preso in considerazione dalla rilevazione, composto complessivamente da 52,359 milioni di individui.

A sorprendere non è soltanto l’ampiezza del pubblico, ma anche la durata della fruizione. Il tempo medio di ascolto arriva a 245 minuti al giorno, cioè 4 ore e 5 minuti. Altro che mezzo consumato distrattamente tra un semaforo e l’altro: per una parte consistente della popolazione la radio resta una presenza lunga, abituale e ripetuta.

mercato radiofonico italiano

Quali sono le radio più ascoltate in Italia

Una persona può passare da una stazione all’altra, magari cambiando frequenza appena parte una canzone che non sopporta. Per questo i dati delle singole emittenti indicano quante persone le hanno ascoltate almeno una volta nel giorno medio, ma non dividono il pubblico in gruppi esclusivi: lo stesso ascoltatore può comparire nei risultati di più radio. Chiarito questo, la graduatoria del 2025 vede RTL 102.5 al primo posto con 6,616 milioni di ascoltatori, seguita a breve distanza da Radio Italia Solo Musica Italiana, che ne raggiunge 6,398 milioni. RDS 100% Grandi Successi completa il podio con 6,028 milioni, mentre Radio Deejay conta 5,406 milioni di ascoltatori e Radio 105 arriva a 4,988 milioni.

Alle loro spalle si collocano Radio Kiss Kiss, con 3,998 milioni di persone raggiunte nel giorno medio, Rai Radio 1 con 3,109 milioni, Virgin Radio con 3,037 milioni, Radio 24 con 2,615 milioni e Rai Radio 2 con 2,561 milioni. Una classifica dominata dai grandi network musicali e generalisti, ma nella quale trovano spazio anche l’informazione del servizio pubblico e una radio interamente dedicata alle notizie economiche e all’attualità.

Come ascoltano la radio gli italiani

La radio ha ancora quattro ruote. Può vivere sullo smartphone, passare dalla televisione e infilarsi negli smart speaker, ma il suo habitat principale resta l’automobile: quella del pendolare bloccato in tangenziale, del rappresentante che macina chilometri o di chi accompagna i figli a scuola tra traffico, notizie e musica. Il 56,6% degli ascolti avviene infatti prevalentemente fuori casa, mentre un altro 29,7% si distribuisce tra l’ambiente domestico e altri luoghi. Solo il 13,6% della fruizione resta confinato esclusivamente in casa.

Il dato più netto riguarda però il dispositivo utilizzato. L’autoradio concentra il 78,3% dei consumi radiofonici, davanti agli apparecchi fissi, che si fermano al 29,8%. È una caratteristica decisiva anche sul piano economico, perché consente alle emittenti di presidiare un momento della giornata in cui lo schermo conta poco e l’audio ha ancora campo libero. La radio continua così a trasformare code, semafori e tragitti ripetitivi in tempo d’ascolto e, di conseguenza, in spazio pubblicitario.

Smartphone e tv: come cambiano gli ascolti

La radio comunque segue il pubblico anche quando il motore si spegne. A casa non serve più necessariamente il vecchio apparecchio con l’antenna da orientare: oggi le emittenti passano dal televisore, dallo smartphone e perfino dall’assistente vocale che, nelle giornate fortunate, capisce il nome della stazione al primo tentativo. Gli apparecchi radio tradizionali restano comunque utilizzati dal 29,8% degli ascoltatori, confermandosi il principale canale alternativo all’autoradio. Il 12,4% ascolta la radio attraverso il televisore, mentre lo smartphone raggiunge una quota quasi identica, pari al 12,1%. Più contenuto, almeno per ora, il peso di smart speaker e assistenti vocali, utilizzati dal 5,7% del pubblico.

Questi dati non rappresentano gruppi distinti e non devono quindi essere sommati: uno stesso ascoltatore può accendere la radio in macchina al mattino, proseguire sul telefono durante una passeggiata e ritrovarla sul televisore mentre prepara la cena. La radio resta così legata all’autoradio, ma non è più prigioniera di un solo apparecchio.

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Fonti: Agcom, Relazione annuale 2026 sull’attività svolta e sui programmi di lavoro; dati sugli ascolti elaborati da Agcom su rilevazioni Audiradio
Anni di riferimento: 2021-2025

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