Autovelox, 850 sono stati spenti: incassi giù del 23,3%

Operativi 3.150 apparecchi su 4.000. Crollo entrate dalle multe (56,2 milioni)

Per migliaia di automobilisti il cambiamento sarà invisibile: nessun cartello rimosso, nessuna colonnina smontata. Eppure, dal 12 luglio 2026, poco più di un autovelox su cinque ha perso la possibilità di trasformare una rilevazione in una multa. Dei 4.000 dispositivi censiti al 10 luglio, 850 non possono più essere utilizzati finché non otterranno l’omologazione prevista dalle nuove regole: questi ultimi rappresentano il 21,3% del totale. Restano invece operativi circa 3.150 apparecchi, pari al 78,8%. Il decreto interviene dopo 34 anni di incertezze normative e prova a mettere ordine in un sistema segnato da ricorsi, contestazioni e dubbi sulla validità delle sanzioni.
La stretta arriva inoltre in una fase in cui gli incassi delle multe nelle città italiane con più di 250 mila abitanti risultano già in diminuzione. Gli introiti sono passati da 73.284.774 euro nel 2023, relativi alle violazioni accertate nel 2022, a 56.209.318 euro nel 2026, riferiti alle sanzioni del 2025. La flessione è quindi di 17.075.456 euro, pari al 23,3%. Il nuovo quadro non riguarda soltanto il funzionamento degli strumenti, ma anche il rapporto tra sicurezza stradale, finanze comunali e certezza del diritto.

Quali città incassano di più dalle multe

La geografia delle multe racconta due città che si muovono in direzioni opposte. Firenze resta il capoluogo con gli incassi più elevati, ma perde terreno: nel 2026 ha registrato 19.718.931 euro, contro i 23.273.743 euro del 2023. La differenza è di 3.554.812 euro, pari a una riduzione del 15,3%. Bologna segue invece il percorso inverso. Nello stesso periodo gli introiti sono saliti da 4.292.139 a 9.214.555 euro, con un aumento di 4.922.416 euro, pari al 114,7%. In tre anni il dato è quindi più che raddoppiato.

Il confronto tra i due capoluoghi mostra quanto gli incassi da sanzioni possano variare da città a città. A incidere non è soltanto il numero degli automobilisti, ma anche la presenza e la collocazione degli impianti, l’intensità dei controlli, le caratteristiche della viabilità urbana e le scelte adottate dalle singole amministrazioni.

Dove calano di più gli incassi delle multe

Milano, Genova e Roma concentrano quasi tutta la riduzione degli incassi registrata nelle grandi città considerate. A Milano le entrate scendono da 12.979.151 a 6.948.884 euro, con una perdita di 6.030.267 euro, pari al 46,5%. Genova passa invece da 10.768.187 a 4.883.831 euro: la contrazione è di 5.884.356 euro, equivalente al 54,6%. Ancora più marcato, in termini percentuali, il calo di Roma, dove gli introiti diminuiscono da 6.151.292 a 2.308.276 euro. La flessione è di 3.843.016 euro, pari al 62,5%. Nel complesso, i tre capoluoghi perdono 15.757.639 euro, cioè il 92,3% dei 17.075.456 euro di riduzione complessiva rilevati dalla grafica. Anche Torino segue la stessa tendenza: gli incassi passano da 2.582.434 a 1.394.189 euro, con una diminuzione di 1.188.245 euro, pari al 46%.

Trieste perde il 98% degli incassi delle multe

A Napoli il dato fa quasi sorridere: più che un calo, è una sparizione contabile. Gli incassi passano infatti da appena 4.500 euro a zero, una cifra già in partenza marginale. Altrove, però, le variazioni sono molto più consistenti. Trieste registra la flessione percentuale più forte, scendendo da 657.929 a 13.310 euro: 644.619 euro in meno, pari al 98,0%. Bari passa da 1.131.987 a 183.132 euro, con una perdita di 948.855 euro e un calo dell’83,8%. Venezia riduce gli introiti da 4.207.880 a 2.660.520 euro, il 36,8% in meno, mentre Verona limita la contrazione al 12,0%, da 2.327.268 a 2.047.954 euro. In Sicilia, invece, prevalgono gli aumenti: Messina sale da circa 258 mila a 1.990.110 euro, con una crescita vicina al 671%; Palermo avanza del 2,5% e Catania del 17,2%. Il risultato è una mappa molto frammentata, dove non esiste una sola tendenza nazionale.

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Cosa cambia con il decreto sugli autovelox

Il decreto interviene su un vuoto normativo aperto da oltre trent’anni. Il Codice della strada richiede infatti l’omologazione degli autovelox dal 1992, ma fino a oggi non era mai stata definita una procedura tecnica e amministrativa completa. Il ministero aveva quindi rilasciato soprattutto provvedimenti di approvazione, una soluzione che nel tempo ha alimentato dubbi e contenziosi. Il punto decisivo è arrivato con l’ordinanza n. 10505 del 2024, con cui la Cassazione ha chiarito che approvazione e omologazione non sono procedimenti equivalenti. Lo stesso principio sarebbe stato ribadito in quasi 50 pronunce, aprendo la strada a migliaia di ricorsi contro le multe elevate da dispositivi soltanto approvati. Il decreto ministeriale dell’8 giugno 2026, entrato in vigore il 12 luglio, disciplina ora in modo organico omologazione, verifiche e tarature. Le nuove regole si applicano però solo alle violazioni accertate dalla data di entrata in vigore e non hanno efficacia retroattiva.

Quali dispositivi risultano omologati

Il decreto distingue con precisione gli apparecchi che possono restare operativi da quelli che devono essere fermati. Secondo il ministero, circa 3.150 dispositivi risultano conformi ai requisiti richiesti e possono continuare a rilevare le infrazioni. Altri 850, invece, devono essere spenti e non possono produrre sanzioni valide fino al completamento dell’omologazione. Per questi strumenti, i produttori dovranno presentare test e documentazione tecnica integrativa riferiti al prototipo; in alcuni casi il ministero dovrà pronunciarsi entro 60 giorni dalla domanda completa. L’allegato B del decreto richiama inoltre i provvedimenti di approvazione relativi a 25 prodotti ritenuti compatibili con le nuove regole: i rispettivi prototipi “si intendono omologati”, senza che ciò implichi una verifica individuale di ogni esemplare installato. Un precedente conteggio del portale ministeriale indicava 2.856 dispositivi utilizzabili e 1.204 esclusi, differenza legata anche alla classificazione di alcuni Tutor aggiornati al modello 3.0.

Come verificare se un autovelox è regolare

L’omologazione del prototipo non rende automaticamente utilizzabile ogni autovelox riconducibile a quel modello. Il decreto attribuisce infatti il riconoscimento al prodotto e alla sua specifica versione, mentre ciascun apparecchio installato deve dimostrare di rispettarne integralmente le caratteristiche tecniche. Il singolo dispositivo dovrà essere censito nel portale del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, disporre di una certificazione valida, avere una taratura aggiornata e superare tutte le verifiche previste prima dell’impiego. Se anche uno solo di questi requisiti viene meno, l’autovelox dovrà essere fermato: ciò vale in caso di certificato scaduto, taratura non più valida o esito negativo dei controlli tecnici. Le amministrazioni saranno quindi chiamate a documentare la piena corrispondenza tra l’apparecchio effettivamente in servizio e il prototipo autorizzato. Questa tracciabilità potrebbe diventare decisiva anche nei futuri contenziosi, perché la validità della sanzione dipenderà non solo dal modello omologato, ma anche dalla regolarità del singolo strumento.

Quali requisiti devono rispettare gli autovelox

La nuova disciplina introduce una vera e propria “patente di affidabilità” per gli autovelox. Ogni apparecchio dovrà essere tarato prima della messa in servizio e sottoposto a una nuova taratura almeno una volta all’anno. Le prove non riguarderanno soltanto la precisione della velocità rilevata, ma l’intera catena che conduce all’accertamento dell’infrazione. Il dispositivo dovrà individuare correttamente almeno il 90% dei veicoli transitati e associare la velocità registrata al mezzo giusto in almeno il 95% dei casi. La stessa soglia minima del 95% è prevista sia per l’acquisizione delle immagini sia per il riconoscimento delle targhe, mentre la corretta classificazione del tipo di veicolo dovrà raggiungere almeno il 90%. In questo modo, la valutazione tecnica comprenderà rilevamento del mezzo, misurazione, fotografia, lettura della targa e attribuzione della violazione. L’obiettivo è ridurre errori e contestazioni, verificando l’affidabilità complessiva del sistema e non soltanto del dato numerico sulla velocità.

Quanto possono sbagliare gli autovelox

Il decreto fissa anche limiti precisi per valutare l’accuratezza tecnica degli autovelox. Durante le prove di omologazione, per velocità fino a 100 km/h, il valore registrato non potrà discostarsi di oltre 3 km/h rispetto allo strumento campione. Oltre i 100 km/h, lo scarto massimo ammesso sarà invece pari al 3%. Questi parametri riguardano la precisione del dispositivo e non coincidono con la tolleranza applicata per stabilire la velocità sanzionabile, che resta disciplinata dalla normativa vigente. Le nuove regole intervengono anche sulla sicurezza delle informazioni raccolte: fotografie e dati dovranno essere crittografati, mentre i file dovranno essere firmati digitalmente per garantirne integrità, autenticità e tracciabilità. Nelle immagini scattate frontalmente sarà inoltre obbligatorio l’oscuramento automatico dei volti. Precisione della misurazione e protezione dei dati diventano così condizioni essenziali per ridurre errori di attribuzione, manipolazioni e contestazioni sulla validità delle prove.

Gli autovelox riducono gli incidenti?

Il decreto chiude una lunga fase di incertezza, ma non risolve ogni questione. Matteo Salvini lo presenta come la fine della “giungla” degli autovelox e degli strumenti trasformati, a suo giudizio, in una “tassa occulta”. Sul fronte opposto, le associazioni per la sicurezza stradale temono che la riduzione dei controlli venga letta come un “liberi tutti”. Nei primi sei mesi del 2026, durante i fine settimana, le vittime sono salite da 643 a 658, con un aumento del 2,3%, mentre gli incidenti mortali sono rimasti quasi invariati, passando da 604 a 605. Sulle tratte controllate con sistemi di velocità media, i dati citati indicano invece cali del 25% della velocità di picco, del 15% di quella media e del 56% della mortalità nel primo anno. Resta infine aperto il nodo giuridico: secondo alcuni esperti, un decreto ministeriale non può modificare il Codice della strada, e i giudici potrebbero continuare ad annullare alcune sanzioni.

Leggi anche: Sicurezza lavoro, irregolarità nel 74% delle ispezioni
Fonti: Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti
Anni di riferimento: 2022-2026

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