
Con i suoi 5 ceppi è la seconda malattia infettiva più mortale dopo la tubercolosi
Sono 354 milioni le persone affette da epatiti virali nel mondo. Di queste 325 milioni sono quelle che hanno contratto l’epatite B e C, due dei cinque ceppi principali del virus. Per una media di oltre 8mila nuove infezioni ogni giorno. In occasione della Giornata mondiale dell’epatite, sono questi i dati che l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) rende noti, riguardo a una delle patologie più letali del mondo e che, se non curata, può diventare cronica e causare cirrosi epatica e tumore del fegato. Ma vediamo i dati, anche italiani, nel dettaglio.
Qual è la differenza tra epatiti virali A, B e C?
Innanzitutto, bisogna capire di che malattia stiamo parlando. Sono 5 i principali ceppi del virus dell’epatite: il ceppo A, B, C, D ed E. Ma tra questi i più diffusi e i più letali sono senz’altro quello dell’epatite B e C. Da sole, infatti, provocano 1,1 milioni di decessi e oltre 3 milioni di nuove infezioni ogni anno. Qual è la differenza tra i ceppi più importanti?
- L’epatite A è una malattia virale del fegato che si trasmette attraverso o il contatto diretto con persone infette o alimenti, tendenzialmente crudi, e bevande contaminate. In Africa si diffonde soprattuto con l’acqua di pozzo. L’epatite A, quindi, si distingue dagli altri principali ceppi sia per le modalità di trasmissione che per l’evoluzione della malattia, in quanto non cronicizza mai.
- L’epatite B, invece, è una malattie del fegato che può cronicizzare e portare nel tempo a cirrosi e tumore. A differenza di altri ceppi, in cui la ricerca scientifica è più indietro, per questa tipologia di virus esiste un vaccino che la previene. Le tipologie di trasmissione sono principalmente il sangue infetto o i corpi fluidi come lo sperma e i liquidi vaginali. La maggior parte dei casi guarisce con una acquisizione dell’immunità, ma l’epatite fulminante ha una mortalità del 90%.
- L’epatite C, infine, è un’infezione spesso asintomatica o con sintomi vari e poco specifici. Sono questi i principali motivi per cui è difficile rintracciarla e riuscire a fermare l’infezione. Se il virus non viene fermato in tempo può anch’esso portare a cirrosi o tumore e questo avviene per l’80% dei casi. Sono solo il 20% infatti i casi di pazienti che contratta la malattia sono riusciti ad uscirne immunizzati e guariti.
Le infezioni da epatiti virali nel mondo
Come abbiamo potuto scoprire, sono diverse le cause che rendono questa malattia infettiva la più mortale dopo la tubercolosi. Difficoltà nel rintracciare i sintomi, mancanza di vaccino e di cura e forza della malattia sono tutti fattori che incidono negativamente.
Riportando sempre i dati raccolti dall’Oms, infatti, nel mondo solo al 10% delle persone che hanno un’infezione cronica da epatite B viene diagnosticata e, di questi, solo il 22% riceve un trattamento. Inoltre, a 6 bambini su 10, alla nascita, non viene somministrato il vaccino. Nel 2019 solo il 21% delle 58 milioni di persone con infezione cronica da Hcv (il virus che provoca la malattia) è stato diagnosticato. E di questi pazienti, solo 9,4 milioni, pari al 62%, sono stati curati con antivirali ad azione diretta, in gradi di sconfiggere il virus. Insomma la ricerca medica ha ancora tanto da fare, ma le aziende farmaceutiche sono in corsa per sviluppare nuove cure e nuovi vaccini.

Le infezioni da epatiti virali in Italia
L’epatite è così sviluppata anche in Italia? Come riportato dal grafico sopra, i dati storici che Seieva, in collaborazione con l’Iss, mostra nell’ultimo report annuale, sono abbastanza rassicuranti. Infatti, sui tre principali ceppi della malattia, risulta evidente che l’epatite A è in una fase di riduzione dell’incidenza rispetto al 2017 e 2018. Per quanto riguarda l’incidenza dell’epatite B e C, invece siamo in una fase stabile dal punto di vista epidemiologico, con tassi negli ultimi anni costantemente al di sotto dei 0,5 casi per 100mila persone.
Ancora più rassicuranti se si guarda all’andamento storico che ha avuto l’epidemia, soprattutto l’epatite A, nel 1997, e nei recenti 2013 e 2017. Per quest’ultimi picchi di rilevanza nazionale, la stessa Seieva commenta che nel 2013-14, dilagò per un consumo di frutti di bosco congelati e infetti, mentre nel 2016-17, l’epidemia si sviluppò soprattuto tra uomini che hanno rapporti sessuali con altri uomini.
Come si contrae l’epatite e quali sono le persone a rischio?
A quanto riporta il Ministero della Salute, nel nostro Paese sono le persone tra i 45 e i 60 anni di età ad avere maggiori probabilità di venire a contatto inconsapevolmente con i virus. Il rischio aumenta se si è stati sottoposti ad altri fattori di rischio come interventi chirurgici, trasfusioni, tatuaggi o altri tipi di attività che comportano il passaggio della malattia da un soggetto ad un altro. L’Iss, infine, suggerisce di sottoporsi a test di screening tutte quelle persone che sono più esposte al rischio dell’infezione (la cosiddetta “key population“), tra le quali troviamo: tossicodipendenti, carcerati, migranti provenienti da Paesi a rischio, omosessuali e sex workers. Eppure, guardando all’andamento storico della malattia, il principale fattore di rischio, pari al 42,1% e molto diffuso soprattutto prima del 2000, è rappresentato dalle infezioni contratte in strutture ospedaliere, ad esempio in seguito ad un intervento chirurgico.
Ultimo aggiornamento 2021
Fonte: Oms, Iss, Seieva, Ministero della Salute
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