Contenziosi tributari, la Campania doppia la Lombardia

I veri numeri sui ricorsi nelle regioni italiane. Commissioni in ritardo

La giustizia in Italia è particolarmente lenta, si sa. E la pandemia non ha certo aiutato a renderla più veloce. Il 2020 ha, infatti, interrotto il percorso di smaltimento delle cause che era cominciato anche in un ambito decisivo per l’economia del Paese, i contenziosi tributari. Si tratta dei ricorsi dei contribuenti contro atti emessi nei propri confronti dall’amministrazione tributaria, come cartelle di pagamento e avvisi di accertamento. Da ricordare che il governo Draghi ha appena varato un nuovo condono fiscale.

Tutto inizia nelle Commissioni tributarie provinciali

In primo luogo ad occuparsi di queste cause sono le Commissioni tributarie provinciali. In caso di appello il giudizio passa alle Commissioni tributarie regionali. Contando sia le Commissioni provinciali che quelle regionali nel 2020 i ricorsi pervenuti sono stati 151.317, come è comprensibile decisamente meno dei 189.039 del 2019 e dei 210.399 del 2018. Il problema è che a essere diminuiti ancora di più sono stati i ricorsi tributari svolti, ovvero i ricosi tributari giunti a definizione: 141.751 l’anno scorso, contro i 227.844 del 2019 e i 252.937 del 2018.

I tempi dei contenziosi tributari

Vuol dire che mentre gli anni precedenti si riusciva a fare diminuire la pila di ricorsi tributari pendenti, visto che quelli smaltiti erano più dei nuovi, l’anno scorso si è invertito il trend. Si sono aggiunti nuovi ricorsi tributari. Ed è stato soprattutto nei mesi di febbraio, marzo, aprile che si sono accumulati più contenziosi tributari in Italia, con un gap rilevante tra cause pervenute e smaltite. Solo in ottobre, novembre e dicembre le cause che sono state definite hanno superato quelle iniziate. In particolare nell’ultimo mese dell’anno queste ultime sono state 7.350, le prime 18.037. Ma non è bastato, il bilancio del 2020 rimane negativo.

contenziosi

Contenziosi tributari, i record di Campania e Sicilia

Anche l’anno scorso, come in quelli precedenti è nel Mezzogiorno che si è concentrato gran parte dei contenziosi tributari in Italia. Basti pensare che nonostante abbia circa metà degli abitanti, in Campania sono pervenuti più del doppio dei ricorsi tributari della Lombardia, almeno in primo grado, quindi presso le Commissioni tributarie provinciali, 20.967 contro 9.711. Dopo la Campania vengono la Sicilia, con 17.738, e la Calabria, con 13.208. Sono numeri molto squilibrati se si confrontano con la popolazione. La Calabria, per esempio, ha meno di 2 milioni di abitanti.

Il ricorso alla Commissione tributaria nel Sud

E in parte sono un indicatore dell’importanza dell’evasione fiscale nel Mezzogiorno. Un dato positivo però è quello che riguarda la Sicilia. In controtendenza rispetto alla media nazionale in questa regione sono state smaltiti più ricorsi tributari di quanti ne sono pervenuti, 24.022 contro 17.738. Lo stesso era avvenuto nel 2018 e 2019, a motivo della grande massa di cause pendenti presenti, ma il fatto che lo smaltimento dei ricorsi tributari potesse proseguire anche nel 2020 era meno scontato. Un piccolo gap positivo tra cause in entrata e in uscita ha caratterizzato per fortuna anche la Calabria, ma non la Campania e la maggior parte delle altre regioni.

In Veneto il contenzioso tributario vale 364mila euro

Le differenze tra le diverse aree d’Italia riguardano anche l’ammontare medio di ogni ricorso. In Veneto  le contestazioni fiscali sono relativamente poche ma valgono in termini monetari molto di più che altrove. Ogni ricorso tributario presentato si riferisce mediamente a un valore di 364.055 euro, più del quadruplo rispetto alla media nazionale di 84.044, perlomeno nel periodo ottobre-dicembre 2020. Decisamente alto anche il valore dei ricorsi tributari lombardi: 238.571 euro.

In Italia mediamente un ricorso tributario vale 84.044 euro

È molto grande il divario rispetto al Mezzogiorno, dove si parla di cause di valore decisamente più piccolo dal punto di vista dell’ammontare coinvolto. In Campania si scende a 68.509 euro, in Calabria a 12.589, in Sicilia, la seconda regione più interessata dai contenziosi fiscali, a 18.600 euro. Se si parla di ricorsi definiti però perlomeno al Mezzogiorno c’è una chiara tendenza a dare precedenza a quelli che riguardano un ammontare maggiore. Tanto che, per esempio, in Sicilia il valore medio di una causa smaltita, 31.300 euro, è decisamente più alto di quello di una in entrata. L’intenzione è quella di garantire allo Stato un maggior gettito anche dall’attività di accertamento. Ma sicuramente ci sarà bisogno di un’accelerazione nel 2021 se si vorrà smaltire l’enorme mole di ricorsi fiscali che ancora giacciono nei tribunali.

Verso la riforma della giustizia tributaria

A breve, e non si parla di anni, in Italia la riforma del contenzioso tributario sarà realtà. Non tanto per volere del legislatore, ma perché il legislatore è costretto a vararla dai vincoli (che ha accettato) imposti dal Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza. Il Pnrr, che vale alcune centinaia di miliardi di fondi europei destinati al nostro Paese, ci impone non solo la riforma del processo civile e la riforma del processo penale, ma anche la riforma del contenzioso fiscale. Tanto è vero che nella Nota di aggiornamento al documento di economia e finanza (Nadef) dell’ottobre 2021, è prevista una legge delega proprio per la riforma del contenzioso tributario.

Come sarà la riforma del processo tributario

Come? Questo è il punto. Per ora l’attenzione di tutti si è concentrata sull’approvazione, in effetti un po’ sofferta, della riforma del processo civile e penale mentre praticamente nessuna indiscrezione è trapelata sulla strada che il governo intende intraprendere per quanto riguarda la riforma del processo tributario. Considerando che tutto il contenzioso fiscale italiano vale qualcosa come 41 miliardi di euro (circa l’1% del Pil nazionale) interventi in questo senso sono assolutamente necessari.

Il diritto di difesa in un ricorso tributario

Uno dei punti che potrebbero essere toccati riguarda il diritto alla difesa del contribuente, un cavallo di battaglia di molte associazioni dei consumatori che da anni sottolineano che il cittadino non ha esattamente la percezione (eufemismo) che il giudice tributario sia sopra le parti. Anche perché il giudice che si occupa del suo ricorso tributario contro lo Stato è nominato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, cioè dalla sua controparte.

Un secondo punto che potrebbe essere toccato riguarda la possibilità da parte del ricorrente di citare testimoni a sua difesa, cosa che oggi non può fare. Inoltre: i giudici tributari, e questo è uno dei motivi della lentezza della giustizia fiscale, svolgono questo incarico come secondo se non terzo lavoro o comunque a tempo parziale. Sulla carta non sono pochi: in Italia ci sono 2.792 giudici tributari dei quali solo il 53% togati. In realtà la mole di ricorsi tributari che possono esaminare è inferiore alle potenzialità dato che, come detto, non è quello il loro principale impegno professionale.

I dati si riferiscono al 2018-2020

Fonte: Ministero dell’Economia e delle Finanze

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