Basilicata e Sicilia hanno la presenza più alta di aziende che possono continuare a lavorare
Italia, Francia e Spagna stanno lavorando alla cosiddetta “Fase 2” dell’emergenza sanitaria da coronavirus, quella in cui industria e servizi dovranno – per forza – ripartire senza mettere esporre la popolazione a nuove ondate della pandemia. In Italia, secondo l’Istat, un terzo delle attività produttive sono ferme (come abbiamo visto in questa analisi) perché non rientrano tra quelle considerate “essenziali” nei vari decreti governativi approvati sul tema nel mese di marzo. Adesso, però, possiamo vedere quali sono i Comuni che – in base agli agli utimi dati aggiornati – sono più vitali dal punto di vista economico in questo duro momento di lockdown. Quali di queste Comuni hanno la più bassa percentuale di addetti nei settori “attivi” e quali in quelli “sospesi”.
I settori “attivi” e quelli “sospesi”
I dati utilizzati in questo caso dall’Istat sono quelli del cosiddetto “Frame Territoriale” (i dati si riferiscono al 2017), che include tutte le unità locali appartenenti alle imprese attive italiane. I dati comprendono il settore dell’industria in senso stretto, le costruzioni, una parte del terziario di mercato. Sono esclusi, per definizione: l’agricoltura, il credito e assicurazioni, la pubblica amministrazione, parti importanti dei servizi personali. Si tratta di settori che non rientrano nel campo di osservazione delle statistiche sulle imprese e che, invece, sono comparti per i quali è autorizzata la prosecuzione delle attività. Si deve dire, comunque, che la classificazione in “attiva” e “sospesa” assegnata a ciascuna di esse deriva esclusivamente dal settore di attività (individuato dal codice Ateco) a cui appartiene.
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Le regioni più attive nonostante il coronavirus
Il grafico in alto mostra quanti comuni (in termini percentuali) nelle singole regioni presentano un’incidenza degli addetti appartenenti a settori “attivi” superiore alla media italiana, pari al 55,7%. Come si può osservare, in molte Regioni del Sud oltre la metà dei comuni fanno registrare una quota di addetti appartenenti ai settori aperti superiore al valore medio nazionale (55,7% di addetti che lavorano in settori dichiarati aperti). La Basilicata con il 64,1% dei comuni è al primo posto di questa graduatoria (64,1% dei Comuni superano la soglia media nazionale del 55,7%), segue la Sicilia (57,9% di comuni che superano la soglia media nazionale) e la Calabria (56,3% di
comuni che superano la soglia media nazionale).
Distanziamento sociale, i Comuni più sospesi
Nel grafico in basso, invece, vediamo la classifica dei primi 20 comuni con almeno 10mila abitanti in base alla quota di addetti inclusi in comparti sospesi. Al primo posto troviamo il Comune di Valenza in provincia di Alessandria con il 79,2% di addetti. Nelle prime cinque posizioni tre comuni sono delle Marche, due della provincia di Fermo (Montegranaro al secondo posto con il 79,0% di addetti e Sant’Elpidio a mare con il 77,2%) e uno in provincia di Ancona (Castelfidardo con il 75,4% di addetti in settori sospesi). Per trovare un comune del Mezzogiorno bisogna arrivare alla tredicesima posizione, con il Comune di Atessa della Provincia di Chieti (72,3% di addetti che appartengono ai settori sospesi).
Per quanto riguarda, invece, la graduatoria dei primi 20 per settori “attivi”, al primo posto – come possiamo vedere nel grafico in basso – troviamo Priolo Gargallo della Provincia di Siracusa (82,3% di addetti impiegati in settori aperti), segue al secondo posto il comune di Rutigliano in Provincia di Bari con il 79,2% di addetti nei settori aperti. Il primo comune del Nord occupa la quinta posizione e si tratta di Somma Lombardo in provincia di Varese (77,2% di addetti). Da sottolineare al terzo posto il Comune di Fiumicino, che grazie alle attività dei trasporti aerei fa registrare una quota di addetti in settori aperti del 78,4%.
Fonte: Istat
I dati si riferiscono al: 2017 – Ultimo aggiornamento martedì 14 aprile 2020 alle 10
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