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I dati dell’Istituto superiore di sanità: ecco perché in Italia il tasso di letalità è più alto (7,5%)

Il 24,7% dei pazienti positivi al tampone per Sars-CoV-2 (il nuovo coronavirus) ha tra 19 e 50 anni. Sono i numeri che emergono da uno studio dell’Istituto superiore di sanità su 31.772 casi positivi al 18 marzo. Emerge che l’1,2% dei contagiati analizzati ha meno di 19 anni, il 24,7% è nella fascia 19-50, il 37,3% tra 51 e 70 e il 36,8% ha più di 70 anni, per un’età mediana di 63 anni. Appare evidente, in sostanza, che non vengono contagiati solo gli anziani, come si poteva erroneamente capire dall’avvicendarsi delle prime informazioni su contagiati e morti.

Sono 2.898 gli operatori sanitari contagiati

Dallo studio emerge anche che il 60% è rappresentato da uomini, il resto da donne. Nel caso italiano si è parlato di “epidemia ospedaliera”. Non a caso sono 2.898 gli operatori sanitari positivi.  Invece, il tempo mediano trascorso tra la data di insorgenza dei sintomi e la diagnosi è di 3-4 giorni.

E’ interessante anche notare, come si vede nel grafico in alto, che il 5,7% dei casi positivi è asintomatico, il 8,7% con pochi sintomi, il 46,2% con sintomi lievi, il 31% è sintomatico, il 24,5% ha sintomi severi e il 4,6% critici. Il 24% dei casi esaminati risulta ospedalizzato.

Come leggere il tasso di letalità

I numeri dell’Iss forniscono però anche i dati su un fattore molto analizzato durante questa emergenza sanitaria: il tasso di letalità. Si tratta, in sostanza, del rapporto tra contagiati e morti. Prima di vedere qual è il tasso di letalità in Italia si deve dire che tutti gli epidemiologi sono d’accordo su un aspetto: il numero di contagi non è quello reale, ma sarà sempre solo una parte delle persone davvero positive.

Inoltre, il tasso di letalità varierà anche con il cambiare delle politiche sanitarie che, in alcuni casi, adottano sistemi diversi nel decidere chi deve effettuare o meno i tamponi test. In Italia, arrivando al dunque, questo tasso – come si può vedere nella tabella in alto – è del 7,5%. L’ultimo rapporto disponibile dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, diffuso il 3 marzo, registra un tasso del 3,4% basandosi su dati raccolti in tutto il mondo.

Vuol dire che in Italia si muore di più? Non proprio. Certo, sembrerebbe di sì. Ma il dato può essere “viziato” dai criteri diversi di ammissibilità al tampone, da fattori demografici (la popolazione italiana è una delle più vecchie del mondo) e dallo zelo nell’effettuare o meno il tampone su un paziente deceduto. Si deve anche precisare che in Italia i tamponi vengono fatti solo sui sintomatici (questo rende più basso il denominatore e quindi fa salire il tasso di letalità) e, negli ultimi regioni, le regioni si sono mosse in ordine sparso su questo punto. Questo dato, quindi, è da prendere con le molle e può diventare fuorviante fare confronti con gli altri Paesi.

I morti da coronavirus

L’Istituto superiore di sanità ha realizzato uno studio con i dati aggiornati al 17 marzo. Il documento mostra anche i tempi mediani, in giorni, che trascorrono dall’insorgenza dei sintomi al decesso (8 giorni), dall’insorgenza dei sintomi al ricovero in ospedale (4 giorni) e dal ricovero in ospedale al decesso (4 giorni). Il tempo intercorso dal ricovero in ospedale al decesso era di 1 giorno più lungo in coloro che venivano trasferiti in rianimazione rispetto a quelli che non venivano trasferiti (5 giorni contro 4 giorni).

Nelle ultime settimane in tanti si sono chiesti se si muore “per” il coronavirus o “con” il coronavirus. In altre parole: quanto incide sulle morti la presenza del virus? Difficile stabilirlo con esattezza e forse non è nemmeno così necessario, considerando che la polmonite interstiziale che Covid19 può causare aggrava la situazione in particolare quando il quadro è già difficile. Vediamo, però, i dati: il numero medio di patologie osservate tra le persone decedute è di 2,7. Complessivamente sono 3 i pazienti presentavano 0 patologie (0,8% del campione), 89 (25,1%) presentavano 1 patologia, 91 presentavano 2 patologie (25.6%) e 172 (48,5%) presentavano 3 o più patologie.

I dati si riferiscono: 2019 – ultimo aggiornamento mercoledì 11 marzo alle 17 

Fonte: Istituto superiore di sanità 

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