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I dati dell’Istituto superiore di sanità: ecco perché in Italia il tasso di letalità è più alto (11,9%)

Il 26,7% dei pazienti positivi al tampone per Sars-CoV-2 (il nuovo coronavirus) ha tra 19 e 50 anni. Sono i numeri che emergono da uno studio dell’Istituto superiore di sanità su 124.527 casi positivi al 6 aprile. Emerge che l’1,5% dei contagiati analizzati ha meno di 19 anni, il 26,7% è nella fascia 19-50, il 35,8% tra 51 e 70 e il 36 % ha più di 70 anni, per un’età mediana di 62 anni. Appare evidente, in sostanza, che non vengono contagiati solo gli anziani, come si poteva erroneamente capire dall’avvicendarsi delle prime informazioni su contagiati e morti.

Sono 12.681 gli operatori sanitari contagiati

Dallo studio emerge anche che il 53,1% è rappresentato da uomini, il resto da donne. Nel caso italiano si è parlato di “epidemia ospedaliera”. Non a caso sono 12.681 gli operatori sanitari positivi.  Invece, il tempo mediano trascorso tra la data di insorgenza dei sintomi e la diagnosi è di 3-4 giorni.

E’ interessante anche notare, come si vede nel grafico in alto, che il l’8,1% dei casi positivi è asintomatico, il 8,7% con pochi sintomi, il 39% con sintomi lievi, il 14,7% è sintomatico, il 19,5% ha sintomi severi e il 2,7% critici.

Come leggere il tasso di letalità

I numeri dell’Iss forniscono però anche i dati su un fattore molto analizzato durante questa emergenza sanitaria: il tasso di letalità. Si tratta, in sostanza, del rapporto tra contagiati e morti. Prima di vedere qual è il tasso di letalità in Italia si deve dire che tutti gli epidemiologi sono d’accordo su un aspetto: il numero di contagi non è quello reale, ma sarà sempre solo una parte delle persone davvero positive.

Inoltre, il tasso di letalità varierà anche con il cambiare delle politiche sanitarie che, in alcuni casi, adottano sistemi diversi nel decidere chi deve effettuare o meno i tamponi test. In Italia, arrivando al dunque, questo tasso – come si può vedere nella tabella in alto – è dell’11,9%. L’ultimo rapporto disponibile dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, diffuso il 3 marzo, registra un tasso del 3,4% basandosi su dati raccolti in tutto il mondo.

Vuol dire che in Italia si muore di più? Non proprio. Certo, sembrerebbe di sì. Ma il dato può essere “viziato” dai criteri diversi di ammissibilità al tampone, da fattori demografici (la popolazione italiana è una delle più vecchie del mondo) e dallo zelo nell’effettuare o meno il tampone su un paziente deceduto. Si deve anche precisare che in Italia i tamponi vengono fatti solo sui sintomatici (questo rende più basso il denominatore e quindi fa salire il tasso di letalità) e, negli ultimi regioni, le regioni si sono mosse in ordine sparso su questo punto. Questo dato, quindi, è da prendere con le molle e può diventare fuorviante fare confronti con gli altri Paesi.

I morti da coronavirus

L’Istituto superiore di sanità effettua anche uno studio sulle persone decedute. Sono stata analizzate per esempio le patologie preesistenti dei morti. Ma questo dato è disponibile solo per 1.102 deceduti, solo per loro è stato possibile analizzare le cartelle cliniche del ricovero ospedaliero. Il numero medio di patologie osservate in questa popolazione è di 2,7. Complessivamente, 31 pazienti presentavano 0 patologie, 243 (22,1%) presentavano 1 patologia, 263 presentavano 2 patologie (23,9%) e 565 (51,3%) presentavano 3 o più patologie. Le patologie preesistenti più diffuse sono l’ipertensione arteriosa, il diabete mellito di tipo 2, la cardiopatia ischemica e l’insufficienza renale cronica. 

I dati si riferiscono: 2019 – ultimo aggiornamento martedì 7 aprile 

Fonte: Istituto superiore di sanità 

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