I giornalisti hanno il triplo della pensione di un privato

In media 56mila euro e assegni retributivi fino al 2016. I motivi del dissesto Inpgi

L’Inpgi (Istituto Nazionale di Previdenza dei Giornalisti Italiani) era di fatto sulla via del fallimento prima dell’assorbimento forzato all’interno dell’Inps. Si può discutere sui motivi (tra i quali i mancati versamenti, stabiliti per legge, da parte dello Stato) ma sul fatto che fosse in dissesto non ci sono dubbi. Ma versamenti statali a parte, una delle maggiori concause è certamente il fatto che le pensioni degli iscritti all’albo dei giornalisti italiani sono elevatissime. Troppo per la capacità dell’Istituto.

Il patrimonio dell’Inpgi

Ma partiamo dall’inizio, cioè dal patrimonio dell’Inpgi: esso era destinato a esaurirsi entro il 2027 a causa del costante gap tra i contribuiti degli iscritti al fondo e le pensioni erogate. Si trattava di un divario che era arrivato a circa 200 milioni l’anno ed era previsto si sarebbe allargato e tra i motivi c’è anche il fatto che, secondo un’indagine dell’Agcom lo stipendio medio di un giornalista è in calo da anni e, ovviamente, anche i contributi all’Inpgi sono in calo. Naturalmente come in ogni crisi di bilancio i motivi dello squilibrio possono essere molti, e si dividono principalmente in due filoni, quelli che fanno riferimento alla carenza delle entrate, e quelli che causano l’eccesso delle uscite.

Il reddito è cresciuto del 14,8% in 10 anni, la pensione dell’11,4%

Le uscite, appunto. In parte l’incremento che si è verificato è stato causato dall’aumento di quanti decidevano di ritirarsi un po’ prima (anche a causa dei prepensionamenti decisi dalle aziende editoriali) ma ad avere influito di più, però, è stato lo squilibrio che caratterizza il settore del giornalismo dal punto di vista retributivo e previdenziale. Basti pensare che la media dell’ultima retribuzione prima della pensione dei giornalisti è di ben 92.769 euro all’anno, il 14,8% in più rispetto al 2010.

La mediana invece è di 86.063. Vuol dire che metà dei lavoratori prende più di questa cifra, e metà meno. Si tratta di cifre enormemente superiori a quelle che percepiscono i lavoratori del privato, considerando che l’ultimo stipendio di chi versa contributi alla cassa Fpld (Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti) ammonta a 24.321 euro. Significa che i giornalisti anziani che si ritirano vanno in pensione con un assegno molto elevato, al contrario di chi (pochi) entrano nella professione.

Quanto guadagna un iscritto all’albo dei giornalisti

Non solo, i giornalisti a fine carriera guadagnano anche molto di più degli statali che si trovano nelle stesse condizioni, ovvero stanno per ritirarsi. Questi ultimi arrivano a percepire 38.938 euro annui. I numeri che vediamo nella nostra infografica, quelli relativi all’assegno pensionistico ricevuto, sono una conseguenza di questi numeri. La pensione lorda annuale di un iscritto all’albo dei giornalisti e all’Inpgi è di 55.938, secondo i dati del 2020, contro una di 17.009 di quella degli ex lavoratori dipendenti e una di 27.828 di chi aveva fatto lo statale. Anche in questo caso in 10 anni si è assistito a un netto incremento, anche se non dello stesso livello delle retribuzioni.

I giornalisti sono sempre più vecchi

Perché queste cifre? Vi è certamente un tema demografico: secondo i dati Agcom nel 2000 il 53,4% degli iscritti all’albo dei giornalisti che esercitavano la professione aveva meno di 40 anni. Diciotto anni dopo questa percentuale si era ridotta al 29,8%. Questo significa che parallelamente era cresciuta la quota degli over 50, passata nello stesso lasso di tempo dal 17% al 40,1%. Queste dinamiche si incrociano con il grande divario dal punto di vista retributivo: nel 2019 ben il 34,8% di chi aveva più di 55 anni percepiva più di 75mila euro lordi all’anno. Nella stessa situazione si trovava solo l’1% degli under 35. Se i giornalisti prendono di più quando sono più anziani, e di anziani ce ne sono sempre di più, è chiaro che la media degli stipendi sale.

albo giornalisti

Le regole del sistema retributivo dei giornalisti italiani

Ancora più importante, però, è il fatto che nell’Inpgi vige un sistema ancora prevalentemente retributivo. È questo, soprattutto, a determinare i livelli degli stipendi e delle pensioni di chi è iscritto all’albo dei giornalisti che abbiamo visto. Le regole sono molto complesse, anche più di quelle che regolano gli altri lavoratori, ma in sostanza a decidere gli assegni pensionistici è prevalentemente il livello delle retribuzioni, e non dei versamenti alla cassa nel corso degli anni.

Per i giornalisti le pensioni sono prevalentemente retributive

Il meno vantaggioso sistema contributivo è stato inserito in grande ritardo rispetto a quanto accaduto per le principali casse previdenziali: solo nel 2017. Vuol dire che solo coloro che sono stati assunti dopo questa data riceveranno una pensione totalmente commisurata ai contributi, mentre per gli altri contributiva è solo la parte riguardante ai versamenti successivi al 1 gennaio 2017.

I privilegi degli iscritti all’albo dei giornalisti

Significa che attualmente le pensioni che l’Inpgi sta pagando sono completamente o in gran parte retributive. Nello specifico tutti coloro che si sono iscritti all’albo dei giornalisti e alla relativa cassa previdenziale prima del luglio 1998 hanno il diritto di commisurare una parte dell’assegno pensionistico, quello relativo ai contributi versati fino al 2006, ai 10 anni migliori. Questi sono solitamente gli ultimi della carriera. Per quanto riguarda le altre porzioni di pensione, collegate al lavoro svolto dopo il 2006 e fino al 2017, viene fatta una media degli stipendi di tutta la vita lavorativa.

È anche per questo motivo che l’ultimo stipendio viene spesso incrementato, perché è cruciale per determinare quanto si riceverà una volta ritiratisi, ed è sempre per questo che gli assegni pensionistici sono così alti.

Cessazioni e pensionamenti doppi delle nuove assunzioni

Anche dal lato delle entrate il problema è noto: l’editoria è caduta in una crisi profonda a causa dell’avvento degli strumenti digitali che consentono di informarsi gratis online. Le vendite dei giornali o dei settimanali cartacei sono crollate, e naturalmente né gli abbonamenti online né la pubblicità non sono bastati a rimpinguare le casse esangui degli editori. Questo ha causato da un lato più cessazioni, quindi licenziamenti e dimissioni di giornalisti, che hanno dovuto intraprendere altre carriere, e dall’altro un numero minore di nuovi ingressi.

Il numero di iscritti all’albo dei giornalisti che svolge attivamente la professione è quindi scesa di circa il 10% nello scorso decennio, e una parte importante dei lavoratori, si stima il 40%, ormai è free lance.

Più pensionati, meno neo-assunti

I neo-assunti sono stati meno, molti meno, infatti, dei pensionandi. La direzione Studi e Ricerche dell’Inps ha calcolato che i lavoratori appartenenti all’albo dei giornalisti che hanno smesso di versare contributi perché cessati o pensionandi è stato doppio, negli ultimi anni, rispetto a quelli che hanno cominciato a farlo.

Questo ha fatto in modo che l’ammontare complessivo dei versamenti non sia riuscito a crescere in modo sufficiente per compensare le uscite, che, come abbiamo visto, sono imponenti.

In un certo senso possiamo affermare che questa parte dell’editoria rappresenta in piccolo e in modo esasperato i problemi dell’intera economia italiana e del suo mondo del lavoro, che hanno ovvie ripercussioni sulla sostenibilità del sistema pensionistico.

Pensioni molto più basse per i neo iscritti all’albo dei giornalisti

Nei prossimi anni le cose sono destinate a cambiare in modo drastico e in parte a risolversi, anche se in maniera non indolore. Ciò accadrà non tanto per l’assorbimento dell’Inpgi dentro l’Inps, ma soprattutto per l’incremento della quota delle pensioni calcolate con il contributivo e per la diminuzione delle retribuzioni che i giornalisti all’inizio o a metà carriera di oggi stanno accettando.

I dati si riferiscono al 2010-2020

Fonte: Inps

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