In Soldi

Prima delle tasse siamo al decimo posto nel mondo. Dopo l’intervento statale al 21esimo

Non basta avere un alto o basso reddito. In economia conta molto come questo si distribuisce in un Paese: in una parola: conta la disuguaglianza economica. Spesso gli indicatori che la misurano dicono di più sull’economia di un’area rispetto ai soli dati del Pil perché rivelano quanti sono coloro che, a dispetto del dato medio, vivono in povertà oppure in ricchezza.

Che cosa è l’indice di Gini

L’indicatore per eccellenza per misurare la disuguaglianza tra ricchi e poveri è l’indice di Gini. Inventato da uno statistico italiano, misura come è distribuito il reddito di un dato Paese o regione, tra le famiglie. L’indice di Gini va da 0 a 1: lo 0 sta per assenza totale di disuguaglianza, e 1 disuguaglianza massima. Se in Italia l’indice di Gini fosse 1 avremmo il massimo di disuguaglianza sociale perché tutta la ricchezza sarebbe in mano ad una sola persona. Per comodità abbiamo considerato un intervallo tra 0 e 100 moltiplicando tutti  valori per 100 come fanno molte istituzioni internazionali.

Il Paese più disuguale del mondo

L’Ocse stima l’indice di Gini per ogni Paese membro e calcola anche la differenza della disuguaglianza tra i cittadini prima e dopo l’intervento dello Stato. Ovvero quella data dai redditi nudi e crudi, lordi, che vengono percepiti dai cittadini, e quelli che risultano dopo la tassazione e l’erogazione di sussidi ai più poveri. E’ chiaro che nel secondo caso, essendoci stata una redistribuzione, l’indice di Gini è più basso, ma non allo stesso modo ovunque.

Il grafico sopra indica il livello di disuguaglianza nei vari Paesi aderenti all’Ocse prima che lo Stato intervenga con tasse e sussidi. In questo caso l’Italia non è affatto un Paese molto più disuguale degli altri: è al decimo posto con un punteggio di 51,2.

Più disuguali di noi sono la Spagna e il Regno Unito mentre il Paese più disuguale in assoluto è il Sudafrica con un indice di Gini pari a 71,5, seguito a molta distanza dalla Cina, dal Brasile e dalla Grecia. Gli Stati Uniti sono leggermente meno disuguali dell’Italia, con 50,6 mentre i Paesi con maggiore grado di uguaglianza (e quindi con l’indice di Gini minore) sono Islanda, Svizzera e Corea del Sud, con 39,3, 38,2 e 34,1 rispettivamente.

Lo Stato tassa e redistribuisce

Le cose cambiano se prendiamo in considerazione le modifiche di questi redditi dopo le tasse e i sussidi.

Come mostra il grafico qui sopra, il Sudafrica risulta sempre primo con 62 e la Cina, smentendo il sistema collettivistico che impera nel Paese almeno a livello ideologico, rimane al secondo posto, con 55,6.

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Interessante il caso della disuguaglianza in Italia, Paese che passa dal decimo al 21esimo posto in classifica con un indice di Gini di 32,6: significa che l’intervento redistributivo dello Stato funziona piuttosto bene.

Siamo più uguali degli Stati Uniti, dove la redistribuzione, evidentemente, è inferiore alla nostra dato che, dopo l’intervento dello Stato, passa dal 14esimo all’ottavo posto: significa che l’intervento dello Stato aumenta la disuguaglianza tra i cittadini. Succede la stessa cosa in Messico,  che passa dal 25esimo al quinto posto, e in India, che sale dal 12esimo al terzo. E così anche il Cile o la Russia.

In questi Paesi, insomma, lo Stato redistribuisce in senso contrario perché dopo aver tassato e redistribuito, aumenta le disuguaglianze tra i propri cittadini. Tra i Paesi dove, sempre dopo l’intervento dello Stato, la disuguaglianza diminuisce notevolmente, ci sono Slovenia, con 25,1, Slovacchia, con 24,7, Islanda, con 24,6.

Chi redistribuisce meglio

Per curiosità osserviamo in quali Paesi l’indice di Gini cala maggiormente, ovvero dove il peso dell’intervento statale sulla distribuzione dei redditi si fa più sentire. Ecco i numeri.

Al primo posto l’Irlanda, dove la differenza prima e dopo l’intervento statale è di 25,1 punti. L’Irlanda d’altronde è il Paese europeo che più spende per la famiglie, in particolare quelle con minori. Poi Finlandia, Belgio, Grecia e, forse un po’ a sorpresa, Austria, Francia, Germania. L’impatto è superiore ai 20 punti in tutti questi Paesi. In Italia è di 18,6, più che in Spagna e, quindi, come detto, non si può dire che l’intervento statale non funzioni dato che fa abbassare le differenze di 18,6 punti.

Molto più indietro sono Paesi non europei come gli Stati Uniti, con una differenza solo di 11,6, o la Cina, con 5,2, e l’India, dove di fatto non esiste quasi alcun intervento redistributivo, e infatti l’indice di Gini cala solo di 1,3.

La disuguaglianza tra Nord e Sud Italia

Ma si può fare molto di più: verificare quali sono le differenze all’interno di ogni Paese tra le varie Regioni o aree geografiche che lo compongono. Noi lo abbiamo fatto per l’Italia ed ecco il risultato.

L’Istat ha calcolato l’indice di Gini per il 2016. I criteri per i calcoli sono complessi, e non corrispondono interamente a quelli usato dall’Ocse, per questo i risultati possono apparire divergenti rispetto a quelli precedenti, riferiti solo a un anno prima, ma quello che è importante verificare è la differenza tra le macro-aree del nostro Paese.

Prima dell’intervento statale l’indice di Gini risulta pari a 45,2 in Italia, mentre è a 30,1 dopo tasse e sussidi. Nel primo caso, quello dell’indice pre-redistribuzione da parte dello Stato, vi è una differenza di 6,2 punti tra il dato del Nord (che è di 41,5) e quello del Sud (47,7). Anche il Centro Italia è più disuguale del Nord (43,1).

Dopo l’intervento dello Stato l’indice di Gini diminuisce e si affievoliscono le differenze tra le tre macroaree, al punto che il gap si riduce a 3,7, tra il 27 del Nord e il 30,7 del Sud. Anche il Centro cala notevolmente: è a 28,9.

Il Sud, insomma, rimane l’area più disuguale d’Italia anche perché sconta la presenza di un maggior numero di persone senza un reddito, donne e giovani soprattutto, e più famiglie monoreddito. Qui la ragione di un maggiore indice di Gini.

Quanto sono ricchi, i ricchi?

Se vogliamo avere una idea della disuguaglianza regione per regione e dei numeri non troppo datati dobbiamo però abbandonare l’indice di Gini e affidarci a un altro indice, ideato dall’Istat, che misura il rapporto tra il reddito disponibile del 20% più ricco della popolazione e quello del 20% più povero, ovvero di quanto i ricchi sono più ricchi dei poveri. E’ un indice piuttosto semplice e mostra bene come sia profondo il gap tra le regioni: eccolo.

La Sicilia è la Regione più disuguale d’Italia con un punteggio pari a 8,3, ovvero il 20% più ricco dei siciliani ha un reddito 8,3 volte più alto del 20% più povero. Poi vengono il Lazio, la Sardegna, la Campania, tutti sopra il 6. Il Sud è a 6,3 in media.
Veneto, Valle d’Aosta e la provincia di Bolzano sono, al contrario, le aree dove le persone sono più uguali: il loro indice è pari ad appena 3,8. Sotto il 4 ci sono anche il Friuli Venezia Giulia. Per capirsi: è meno della metà dei valori siciliani o meridionali in generale.
Il Nord è a quota 4,7, soprattutto per il 5,2 della Lombardia, che presenta un grado di disuguaglianza superiore a quello della gran parte delle altre regioni del Settentrione. Forse, quindi, non è vero che la disuguaglianza uccide la crescita. Ma questo è un altro discorso.

I dati si riferiscono al: 2015 (Ocse) 2016 (Istat)

Fonte: Ocse, Istat

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