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I femminicidi non crescono, ma è picco di denunce e maltrattamenti

Nell’62% dei casi chi fa violenza su una donna ha le chiavi di casa. Emerge dal rapporto diffuso dalla Polizia di StatoQuesto non è amore”, il più aggiornato se si parla di violenza sulle donne. Per l’anno 2020 è disponibile da parte della Direzione Centrale della Polizia Criminale il numero delle vittime registrato fino al mese di luglio. Considerando l’intera popolazione, il numero degli omicidi volontari evidenzia un calo generale rispetto all’analogo periodo del 2019, quando si sono registrati 161 omicidi, a fronte dei 131 del 2020. Il numero delle vittime di sesso femminile tuttavia aumenta passando da 56 a 59, effetto soprattutto dovuto all’aumento degli omicidi delle donne del mese di gennaio 2020.

La serie storica degli omicidi per genere  mostra come siano soprattutto gli omicidi di uomini a essere diminuiti in 25 anni, mentre le vittime donne di omicidio sono rimaste complessivamente stabili. E’ vero, le donne vengono uccise meno degli uomini, ma è necessario andare a vedere nel dettaglio i dati sulle violenze, sul cosiddetto “femminicidio” e su quanto fa lo stato per combattere la violenza di genere.

Violenza sulle donne ai tempi del Covid-19

Maltrattamenti, atti di stalking, violenze sessuali e percosse sono i cosiddetti reati spia della violenza di genere. Analizzando i reati commessi nel periodo tra gennaio e settembre 2020 confrontato con l’analogo arco temporale del 2019, emerge un andamento è altalenante, con numeri comunque inferiori rispetto a quelli dello scorso anno. Durante il lockdown, conseguente alla pandemia da Covid-19, si registra il minor numero dei reati in esame: a marzo 2.516 a fronte dei 3.319 di marzo 2019 e ad aprile 2.586 contro i 3.125 di aprile 2019.

Ma più enti operanti nel campo parlano della difficoltà durante il periodo di restrizioni a denunciare i fatti avvenuti tra le mura di casa. Ecco spiegato il calo decisivo. A maggio, infatti, si evidenzia un nuovo aumento dei reati spia, che si mantengono pressoché costanti fino a luglio, quando si raggiunge il picco massimo di 3.646 azioni.

Stesso discorso per quanto riguarda i veri e propri reati di omicidio. Durante i primi mesi di lockdown, tra marzo e maggio, gli omicidi volontari che hanno i connotati sociologi del femminicidio sono diminuiti passando dal 56% dello stesso periodo dell’anno precedente al 33%. Ma non appena le misure emergenziali sono state rese più leggere, tra giugno e agosto, si è registrato un picco del 51% tra il totale degli omicidi volontari, di contro a un 37% dello stesso periodo nel 2019.

Chi sono le vittime

Gli stessi reati, distribuiti sul territorio dove la vittima ha denunciato il fatto alle forze di polizia, mostrano che non c’è – da regione a regione – una diversa percezione del fenomeno. L’incidenza per 100mila abitanti di sesso femminile ha quasi gli stessi valori in tutto il territorio: spiccano però  CampaniaSicilia. Le vittime sono italiane in altissima percentuale, si parla dell’80% dei casi, con colpevoli italiani nel 72% dei casi. La maggior parte di quest’ultimi ha un’età compresa tra i 31 e i 44 anni, il 25% nel 2020. L’affermazione che per alcuni reati come i maltrattamenti, le percosse o la violenza sessuale il genere assuma un ruolo preponderante, è dimostrata dai dati: nel periodo gennaio 2016-agosto 2019, le vittime di sesso femminile sono aumentate, passando dal 68% del 2016 all’81% del 2020.

Il cosiddetto femminicidio in Italia

L’Istat non parla di “femminicidio“, ma di “omicidi di donne“. Questo termine è stato molto criticato e non viene usato né in ambito sociologico né in ambito giuridico. Lo utilizza, però, anche il rapporto “Questo non è amore” della Polizia. “Il termine femminicidio – si legge nel rapporto della Polizia – pur non avendo valenza giuridica, nasce per indicare tutti gli atti di violenza, fino all’omicidio, perpetrati in danno della donna in ragione proprio del suo sesso e ricomprende ogni forma di discriminazione che annulla la possibilità di godere dei diritti fondamentali alla vita, alla salute, al lavoro, all’accesso alle cariche pubbliche”.

Omicidi volontari di donne

E’ il caso, però, di vedere che cosa dice l’Istat sugli omicidi volontari del 2019. Una chiave di lettura in termini di violenza di genere è fornita dall’esame della relazione tra gli attori dell’omicidio. Delle 111 donne uccise nel 2019, l’88,3% è stata uccisa da una persona conosciuta. In particolare il 49,5% dei casi dal partner attuale, corrispondente a 55 donne, l’11,7%, dal partner precedente, pari a 13 donne, nel 22,5% dei casi (25 donne) da un familiare (inclusi i figli e i genitori) e nel 4,5% dei casi da un’altra persona che conosceva (amici, colleghi, ecc.) corrispondente a 5 donne. Per oltre la metà dei casi le donne sono state uccise dal partner attuale o dal precedente e in misura maggiore rispetto agli anni precedenti: il 61,3% delle donne uccise nel 2019, il 54,9% nel 2018 e il 54,7% nel 2014.

Il rapporto “Questo non è amore” della Polizia sottolinea, invece, che alla base dei femminicidi ci sono, nella maggior parte dei casi, motivi legati a un’idea malata di possesso, mancanza di accettazione di una separazione, gelosia incontrollabile anche successivamente al divorzio, non accettazione di una nuova storia d’amore dell’ex partner.

Crescono? E’ un po’ più complicato…

Nonostante le necessarie le cautele che le comparazioni internazionali richiedono, si può dire che questa incidenza sia contenuta in rapporto al contesto europeo: tra i 22 Paesi dell’Unione europea per i quali si hanno a disposizione dati recenti, si osservano valori inferiori solo nel caso di Grecia e Cipro (i dati sono del 2017). E’ necessario fare una premessa: la violenza contro le donne è un fenomeno che va debellato in ogni sua forma e richiede sicuramente investimenti pubblici adeguati. Cosa che, al momento, non succede. Però, le notizie di cronaca di vere tragedie familiari potrebbero far pensare ad un incremento dei cosiddetti femminicidi. Analizzando i dati dell’Istat, però, questa crescita non emerge se si guardano ai dati assoluti. Il discorso, infatti, è più complesso.

Come si vede nel grafico in alto, la serie storica degli omicidi per genere – aggiornata al 2017 – mostra come siano soprattutto gli omicidi di uomini a essere diminuiti in circa 26 anni. Mentre le vittime donne di omicidio sono rimaste complessivamente stabili. Il diverso andamento degli omicidi di uomini e donne ha, quindi, radicalmente modificato il rapporto tra i sessi. Per i maschi, nonostante l’incidenza degli omicidi si mantenga tuttora sempre nettamente maggiore rispetto alle femmine, i progressi sono stati molto visibili. Per le donne, che partivano da una situazione molto più favorevole, la diminuzione nel tempo ha invece seguito ritmi molto più lenti, fino ad arrestarsi.

I centri anti-violenza in Italia

L’Istat – in collaborazione con il Dipartimento per le pari opportunità e le Regioni – ha analizzato la situazione  sui 272 centri anti-violenza in Italia con i dati aggiornati al 2018. L’indagine dell’Istat sottolinea prima di tutto che la forze messe in campo contro la violenza di genere sono ampiamente insufficienti. Perché? La legge di ratifica della Convenzione di Istanbul del 2013 individua come obiettivo quello di avere un centro anti-violenza ogni diecimila abitanti. Ad oggi in Italia si ha una situazione pari a 0,04 Case Rifugio per 10mila abitanti. Insomma, gli obiettivi sono lontanissimi.

L’indagine evidenzia che i centri anti-violenza, gestito da soggetti pubblici o da associazioni, hanno ospitato un totale di 1.940 donne di cui il 62,1% straniere. Guardando i dati precedenti sulle nazionalità delle vittime, si evidenzia che quelle di nazionalità italiana privilegiano altre destinazioni. Ma c’è una forte differenza tra le aree del Paese: il 68,4% delle Case Rifugio è attiva nel Nord Italia, con la Lombardia che da sola conta 57 sedi attive, e il 17,1% nel Centro del Paese.

 

 

Fonte: Polizia, Istat

I dati si riferiscono al: 2017, 2018, 2019, 2020 

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