fbpx
 In Politici

Tutti i numeri (folli) della mobilità della salute: in Italia si spostano per curarsi 736mila persone

Quali sono le regioni che ricoverano più residenti delle altre? E quelle che perdono più pazienti? Da settimane per colpa dell’emergenza sanitaria da coronavirus il Sistema sanitario nazionale viene analizzato sotto tutte sfaccettature. Qui abbiamo visto l’andamento della spesa sanitaria e qui abbiamo preso in considerazione il personale sanitario delle varie regioni. Ma non possiamo far finta di non vedere che la grande spaccatura tra Nord e Sud che, anche nella sanità, caratterizza il Paese. I numeri di quello che potremmo definire turismo sanitario in Italia ci dicono una cosa chiara: ci sono Regioni nelle quali gli italiani non vogliono per nessun motivo farsi curare. E si spostano tra una regione e l’altra. Ecco dove vanno.

Il turismo sanitario in Italia

Gli ultimi dati disponibili sono quelli del Rapporto annuale sull’attività di ricovero ospedaliero pubblicato dal Ministero della Salute (i dati si riferiscono al 2018). Questi dati si basano sulle Sdo (schede di dimissione ospedaliera). Sono lo strumento di raccolta delle informazioni relative ad ogni paziente dimesso dagli istituti di ricovero pubblici e privati in tutto il territorio nazionale. Scopriamo così che nel 2018 circa 736mila pazienti (una media di circa il 9% dei ricoveri) sono stati curati in Regioni diverse da quelle dove sono residenti. Questa mobilità vale valgono economicamente più di 4,6 miliardi di rimborsi tra le regioni.

Bisogna, però, fare una premessa. I ricercatori che studiano queste tematiche parlano di due tipologie di flussi. Quelli “fisiologici” che sono composti da persone che, com’è normale, si rivolgono a centri specializzati che non troverebbero nelle proprie regioni proprio perché l’offerta sanitaria è varia. C’è poi la mobilità di confine e quella “fittizia“, causata da persone che vivono in una regione ma sono residenti in un’altra. I flussi “patologici”, invece, derivano dalla scarsa accessibilità (lunghezza delle liste di attesa) o della qualità delle cure nelle regioni di residenza e generano pure gravi disuguaglianze. In altre parole: si sposta solo chi se lo può permettere.

I numeri della mobilità sanitaria

Ma veniamo ai numeri. Il grafico in alto è quello “classico”: mostra il saldo, in valori assoluti, dei ricoveri tra pazienti che hanno deciso di emigrare verso altre regioni per farsi curare e quelli immigrati nella propria regione. In testa c’è la Lombardia dove vanno a farsi curare oltre 100mila persone provenienti da altre aree d’Italia. A seguire, ma a grande distanza, troviamo Emilia Romagna e Toscana. Al contrario i saldi maggiormente negativi sono quelli della Campania, Calabria e Sicilia. In dodici Regioni i pazienti “usciti” sono più di quelli “entrati” per le cure: Piemonte, Valle d’Aosta, Trento, Liguria, Marche, Abruzzo, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna.

Dal punto di vista economico, la mobilità attiva rappresenta per le Regioni una voce di credito, mentre quella passiva una voce di debito. Ogni anno la regione che eroga la prestazione viene rimborsata da quella di residenza del cittadino. La Lombardia, infatti, incassa per il 2018 ben 808,7 milioni circa, l’Emilia Romagna 357,9. Al terzo posto però non c’è la Toscana – perché i rimborsi cambiano in base al livello di specializzazione delle cure – che è quarta con 148,3 milioni, ma il veneto con 161,4 milioni e una mobilità di pazienti attiva per 10.234 unità.

I dati si riferiscono al: primo semestre 2016

Fonte: Ministero della Salute

Leggi anche: Meglio non avere un tumore in Piemonte

Metà delle diagnosi di Hiv sono tardive

Start typing and press Enter to search