Il 23,3% della ricchezza finanziaria delle famiglie è investito in azioni e il 22,6% in polizze
La tabella qui sopra rappresenta il risparmio delle famiglie, cioè la composizione di portafoglio della ricchezza finanziaria degli italiani a confronto con quella dei cittadini dei principali Paesi industrializzati occidentali. Ovvero: quanto dei 4mila e 407 miliardi che nel caso dell’Italia rappresentano gli asset posseduti, derivanti soprattutto dal risparmio, consistono in depositi, in titoli di vario tipo, in azioni, ecc.
A quanto ammontano i risparmi delle famiglie
Nel nostro Paese, come in Germania, Spagna, Giappone, la maggioranza relativa dei risparmi delle famiglie, intesa come ricchezza finanziaria, è rappresentata dal circolante e dai depositi, ovvero dalle monete e banconote che teniamo in casa e nei portafogli e da quanto è depositato in conti corrente o conti deposito. Nel caso italiano rappresentano il 31,4% della ricchezza finanziaria, in quello tedesco il 39,4%, in Spagna si sale al 41,5%, e in Giappone addirittura al 51,5%.
E’ del resto la scelta tipica delle società più conservatrici, in un certo senso, con minore propensione al rischio, e, non a caso, mediamente più anziane.
In altri Paesi circolante e depositi non sono la prima scelta come strumento per detenere la ricchezza. Altrove rappresentano meno del 30% di questa, negli Stati Uniti solo il 13,6%, per esempio.
L’8,6% del risparmio è investito in titoli
Vi sono poi i titoli, sia quelli pubblici che le obbligazioni. E sono gli italiani quelli che li preferiscono, con un 8,6% della nostra ricchezza finanziaria investita in questi strumenti, e questo nonostante che solo il 5,7% del debito pubblico italiano sia in mano alle famiglie. Sono quasi ignorati nel Regno Unito, dove sono solo lo 0,4% del totale, ma anche in Francia, Giappone, Spagna, si usano poco, non raggiungono il 2%.
Le azioni e altre partecipazioni, per esempio nel capitale sociale di aziende, sono lo strumento di risparmio delle famiglie preferito negli Stati Uniti, dove arrivano al 35,5% della ricchezza finanziaria totale.
Viene poi la Spagna, con il 24,5%, e l’Italia, con il 23,3%. Da noi però solo una piccola minoranza, l’1,8%, è investita in azioni quotate in Borsa. Si tratta soprattutto quindi di partecipazioni in una o più delle tante piccole e medie imprese che formano il nostro tessuto produttivo. Altrove, per esempio in Canada dove arrivano al 8,7%, è più frequente che si investa proprio in azioni di società quotate.
Il risparmio delle famiglie va nel Fondo
Sempre il Canada è il Paese in cui i risparmi delle famiglie sono indirizzati maggiormente verso i fondi comuni. Costituiscono il 18,8% della ricchezza. In Italia sono l’11,2%, mentre i scende fino al 4,6% nel Regno Unito e al 5,3% in Giappone.
In alcuni Paesi sono invece altri strumenti, relativamente trascurati in Italia, ad andare per la maggiore. Si tratta di assicurazioni e fondi pensionistici privati. Possono essere di vari tipi, ma di fatto hanno lo stesso fine, garantire una certa rendita per la terza età. E sono utilizzati soprattutto laddove il ruolo dello Stato nell’ambito pensioni è sempre piuttosto scarso. Nel Regno Unito, dove non esiste di fatto la pensione di reversibilità, formano il 56,2% della ricchezza finanziaria.
Sono al primo posto come strumento di investimento prescelto anche in Francia, con il 39,3%, in Canada, con il 37,1%, sono molto utilizzati anche in Germania, dove sono al 36,7%. In Italia costituiscono solo il 22,6% della ricchezza. Solo in Spagna sono meno usati, con il 16,7% del totale.
Agli italiani piace toccare
Non dobbiamo però dimenticare che qui parliamo solo di risparmi delle famiglie intesi come ricchezza finanziaria. Ma nel caso dell’Italia la maggioranza della ricchezza è reale, ovvero si può toccare con mano, in termini di terreni, abitazioni, e in misura minore opere d’arte o gioielli e preziosi vari.
Solo i terreni e le abitazioni ammontavano nel 2017 a 5 mila e 294 miliardi, quindi ben più di tutti i titoli, le azioni, le banconote, i fondi detenuti dagli italiani.
I dati si riferiscono al: 2017
Fonte: Banca d’Italia
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