In Soldi

Fondi e obbligazioni sono al 26%. E c’è chi (Germania) permette di scegliere quanto pagare

Il grafico sopra rappresenta l’evoluzione della tassazione sui proventi da capitale in Italia dal 1998 ad oggi. Cioè quelle che comunemente vengono chiamate tasse sul risparmio investito degli italiani.

Le tasse sul risparmio aumentano

La prima cosa che salta all’occhio è l’aumento generalizzato delle tasse sul risparmio, con poche eccezioni. Una di queste, la più notevole, riguarda quella dell’imposta sui rendimenti dei titoli di Stato, che è rimasta sempre al 12,5%. Mentre quella sul rendimento di altri titoli privati, come le obbligazioni, oppure sui dividendi delle azioni o sulle cedole eventualmente distribuite da un fondo sono cresciute nel 2014 al 26%. Un aumento che faceva seguito a quello deciso nel 2012, quando si era andati al 20%.

Si veniva allora da 14 anni in cui tutto, tranne i rendimenti dei depositi, era tassato come i titoli di Stato, al 12,5%. Solo questi ultimi non sono stati toccati, evidentemente per non disincentivare il loro acquisto, considerando il grande bisogno dello Stato che il proprio debito sia rifinanziato. Il fatto è che anche questo incentivo non sembra bastare alle famiglie italiane per comprare titoli pubblici, come Truenumbers ha spiegato in questo articolo.

Le tasse sul capitale

Vi sono poi le tassazioni non sui rendimenti, ma sul capitale stesso. In principio si pagava una somma fissa, come una sorta di bollo, periodicamente. Oggi questa rimane solo sui conti correnti, sopra i 5 mila euro di giacenza. Si tratta di 34,2 euro. Negli altri casi, per esempio per i conti deposito o per le giacenze di titoli, si è passati prima al 0,1% nel 2012, poi al 0,15% nel 2013, e infine al 0,2% nel 2014. Vuol dire che chiunque abbia qualche decina di migliaia di euro in titoli o fondi di vario tipo paga più di quanto facesse prima. E in Italia, patria del risparmio, sono molti.

Vi sono poi le tasse sulle transazioni finanziarie di azioni. Erano a zero fino al 2013. Da quell’anno si cominciò a pagare lo 0,12% o lo 0,22% (nel grafico è indicata l’aliquota massima) se la transazione avviene fuori dai circuiti borsistici, per poi scendere a 0,1% e 0,2%. Dal settembre 2013 vi è invece una somma fissa per le transazioni di derivati di azioni (non indicata nel grafico così come la somma fissa che si paga sui conti correnti). 

Le tasse sul risparmio in Europa

Ma come è la situazione delle tasse sul risparmio negli altri Paesi? Innanzitutto non c’è uniformità, ma una diversità di trattamenti che rende chiaramente molto complesso il quadro, che cerchiamo di riassumere. Si parla qui di dividendi da azioni, da partecipazioni, da fondi di investimento.

La maggior parte dei Paesi usa una sorta di Flat Tax, come l’Italia. In alcuni Paesi si rimane al di sotto del nostro 26%, per esempio in Romania e Bulgaria, con il 5%, o in Slovacchia, con il 7%. E’ evidente il tentativo di attrazione degli investimenti. In Grecia, Repubblica Ceca e Ungheria si arriva al 15%, in Polonia al 19%. In Europa Occidentale si è sui livelli italiani. Ma in alcuni Paesi importanti in realtà il sistema usato diventa differente. Si inseriscono i guadagni da capitale nella dichiarazione dei redditi, e quindi si tassano allo stesso modo, per esempio in Francia, dove si può variare, essendoci una tassazione progressiva, tra lo zero e il 45%. In alcuni casi, come in Germania o Austria, si può scegliere, in base alla convenienza, se utilizzare una tassazione unica all’italiana o usare il metodo della dichiarazione dei redditi da lavoro, progressivo.

In Germania si può scegliere che tassa pagare

In alcuni casi si considera solo una parte dei dividendi, per esempio solo il 60% in Francia, e questo di fatto abbassa l’aliquota finale, anche per i più benestanti. Inoltre ci sono varie esenzioni, per esempio in Germania o Regno Unito, di 801 euro e 5 mila sterline.

Altrove si paga con aliquote progressive che però sono diverse da quelle della tassazione dei redditi di lavoro, per esempio nel Regno Unito, in Finlandia, in Danimarca. Le percentuali presentate quindi non sono fisse, ma rappresentano una sorta di media. In Germania si parla del 26,4%, simile all’Italia, ma si varia molto tra il 14,77% e il 47,475%.

Belgio e Svezia i più cari

Nel complesso è in Belgio e in Svezia che si paga di più, il 30%, ma in Danimarca si può arrivare per i più ricchi al 42%, l’aliquota maggiore, dovendosi considerare il reddito personale. Insomma, dipende a chi ci paragoniamo. Se guardiamo a tutta Europa per un investitore l’Italia non è economica dal punto di vista della tassazione. Se però vogliamo confrontarci con i Paesi più simili a noi dell’Europa Occidentale, a Francia, Spagna, Germania, ecc, risultiamo piuttosto in media e con regole anzi meno complesse.

I dati si riferiscono al: 2017

Fonte: Banca d’Italia

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