Il reddito degli over 65 è salito del 46,7% in 15 anni, quello degli under 35 dell’1%
Ancora una volta, come già successo a più riprese da metà anni ’90 in poi, è il pagamento delle pensioni ad essere al centro del dibattito politico. Su queste i toni di partiti, sindacati, esponenti del governo si scaldano più che su qualunque altro tema. Se in altre occasioni lo scontro era stato sulla riforma delle pensioni complessiva, ora si il tema sono le quote. Dopo il tramonto di quota 100, cui anche i sostenitori più accesi si sono ormai rassegnati, sembra che un fragilissimo compromesso, nonostante i sindacati stiano pensando alla mobilitazione generale, si possa formare sul varo di quota 102, ovvero sulla possibilità di ritirarsi nel 2022 a 64 anni, e non più a 62, con 38 di contributi, così come stabilito dal governo Draghi per tutto il 2022.
Chi sono i beneficiari della riforma delle pensioni
La platea che beneficerebbe di questo nuovo sistema di pagamento delle pensioni non è particolarmente ampia. Del resto si tratta di persone avrebbero potuto già approfittare di quota 100 e in parte lo hanno fatto. Per questo la discussione verte anche su altri elementi, come per esempio la proroga di opzione donna, la possibilità per le lavoratrici di andare in pensione a 58 anni (59 per le autonome) e 35 anni di contributi, con, però, una decurtazione piuttosto significativa dell’assegno rispetto a quello che si percepirebbe ritirandosi a 67 anni, ovvero all’età fissata dalla legge Fornero. Che rimane in vigore come quadro ufficiale.
Sul tavolo c’è anche l’Ape sociale, un’indennità garantita a lavoratori in situazioni particolari di disagio, ovvero disoccupati che non possono più ricevere la Naspi, invalidi, occupati in mansioni usuranti. I sindacati e alcune forze politiche vorrebbero allargarla, ingrandendo il numero di lavori da considerare gravosi..
Il pagamento delle pensioni negli anni
Ma il vero punto centrale, che verrà probabilmente rimandato ancora ai prossimi anni, è una revisione complessiva, che faccia tornare definitivamente in vigore per tutti la riforma del pagamento delle pensioni introdotta dalla legge Fornero, o che invece, come vorrebbero le parti sociali, preveda un ritiro precedente ai 67 anni per ognuno. La particolarità di queste trattative, a differenza di altre in ambito economico e lavorativo è che in questo caso la materia del contendere non riguarda tanto il reddito dei pensionati, le loro entrate, ma piuttosto la possibilità di smettere di lavorare il più presto possibile.
Questo avviene forse perché in realtà proprio il reddito dei pensionati negli ultimi anni ha avuto un andamento che la grande maggioranza dei lavoratori troverebbe più che invidiabile.
Di quanto è aumentato il reddito dei pensionati
L’Istat fornisce i dati che riguardano gli anni tra il 2003 e il 2018, e in particolare ha calcolato i redditi medi annuali delle famiglie in base all’età del principale percettore, ovvero di colui ha guadagna di più. E quello che risulta evidente è che sono i nuclei familiari in cui il capo-famiglia ha 65 anni o più quelli in cui le entrate sono cresciute maggiormente in questo lasso di tempo.

Le differenze tra i pensionati e i più giovani
Il reddito delle famiglie di pensionati (la grande maggioranza degli italiani over 65, del resto, non lavora più) nello specifico era mediamente di 18.513 euro nel 2003, e, come si vede dalla nostra infografica, è cresciuto in modo pressoché regolare, superando i 20mila nel 2006, i 25mila nel 2015 e arrivando nel 2018 a 27.156. Questi 8.643 euro di incremento, che in termini percentuali si traducono in una crescita di ben il 46,7%, non hanno uguali in nessuna altra fascia di età.
L’altra che ha vissuto un aumento, ma non della stessa grandezza, è quella dei 55-64enni, che tra l’altro è divenuta dal 2009 in poi la più ricca. E nonostante una temporanea riduzione dei suoi redditi tra il 2010 e il 2014 per la crisi dell’euro, nel complesso questi sono cresciuti di 7.205 euro, ovvero il 22,5%.
I giovani non hanno avuto incrementi di reddito
Molto peggio è andata a tutti gli altri. Ai giovani e ai meno giovani, visto che a subire una stagnazione delle entrate sono state anche le famiglie con percettore principale tra i 45 e i 54 anni. Per queste l’aumento dei redditi si è fermato nel 2009, e dopo il crollo che li ha riportati tra il 2012 e il 2015 a livelli inferiori a quelli del 2003 vi è stata una ripresa molto flebile.
Il risultato è che tra 2003 e 2018 il progresso è stato solo del 2,15%. Questo segmento demografico era il più benestante negli anni 2000, ma ha perso il primato e a fine 2018 percepiva mediamente 34.753 euro contro i 39.291 dei 55-64enni. Il colpo della crisi del 2009-2013 è stato forte in questo caso anche perché in questa fascia di età erano concentrati i tanti piccoli imprenditori, commercianti, lavoratori in proprio che più di tutti l’hanno subita.
Il reddito degli under 35 è più basso di quello dei pensionati
I 35-44enni si trovano in una situazione intermedia: i loro redditi medi nel 2018 erano di 31.747 euro, e al contrario di quelli di altri non hanno subito grandi variazioni, ma rispetto al 2003 un incremento c’è stato, ed è stato di 2.611 euro, che corrispondono al 9%. Si tratta di una crescita però tutta concentrata nel periodo precedente alla crisi finanziaria, dopo la quale vi è stata una sostanziale stagnazione.
Gli italiani più penalizzati, tuttavia, sono stati quelli più giovani in assoluto, quelli con meno di 35 anni. In 15 anni i loro redditi sono rimasti sostanzialmente fermi, con un leggerissimo aumento di solo il 0,75%. Nel 2017 e nel 2018 erano diventati inferiori a quelli dei pensionati, nonostante questi ultimi non provengano da attività lavorativa. Basti pensare che nel 2003 la differenza a favore degli under 35 era di 8 mila euro.
Il crollo del reddito degli autonomi
Le cause di quanto accaduto sono naturalmente varie e complesse, e non sembrano avere a che fare solo con i bassi salari da lavoro dipendente. Considerando infatti solo i redditi che si generano dagli stipendi nel caso dei giovani un incremento, seppur non enorme, di circa 2.600 euro, vi è stato in 15 anni.
Ad avere subito un tracollo sono state, invece, le entrate da lavoro autonomo, un po’ per tutti, con riduzioni proporzionalmente maggiori per chi ha meno 35 e 45 anni. Ovvero coloro che già percepivano redditi inferiori su questo versante. Per i più giovani vi è stata una riduzione di circa 4.400 euro rispetto al momento di picco dei guadagni, il 2009. A questo si aggiunga il fatto che negli anni “buoni”, quelli precedenti alla crisi finanziaria, avevano messo a segno aumenti inferiori.
I pensionati sono stati meno colpiti dalla crisi pandemica
Nel periodo di ripresa successivo al 2013 quella disuguaglianza tra le fasce di età che aveva sempre caratterizzato il mondo del lavoro è diminuita, e la timida crescita dei salari ha interessato un po’ tutti i lavoratori alla pari, così come l’incremento dell’occupazione, anche grazie ad alcune agevolazioni, come le decontribuzioni.
A fare storia a sé è stato ancora il reddito dei pensionati. Che ha continuato ad aumentare, soprattutto grazie al fatto che a raggiungere l’età del ritiro sono state sempre di più persone che, al contrario magari di chi era più vecchio di loro, aveva lavorato in modo regolare e versato i contributi. E in particolare le donne, che si sono negli scorsi decenni riversate nel mondo del lavoro. A contribuire è stato anche l’innalzamento dell’età pensionabile, che ha garantito assegni più sostanziosi, perché basati su un numero maggiore di versamenti all’Inps.
Il pagamento delle pensioni degli italiani è intoccabile
I pensionati italiani non hanno subìto, quindi, i contraccolpi di nessuna crisi. Non quella finanziaria e dell’euro, se si esclude il mancato adeguamento Istat per il pagamento delle pensioni oltre tre volte il minimo, e neanche quella legata al Covid. Almeno dal punto di vista economico gli over 65 sono usciti indenni anche da questa. A subire perdite sono stati come sappiamo i lavoratori autonomi e precari, e i giovani, non coloro che avevano redditi fissi, come statali e appunto pensionati, i cui introiti non sono stati decurtati.
E probabilmente è proprio per questa stabilità che il traguardo della pensione è così ambito da chi comincia ad avvicinarsi ad essa per motivi di età.
I dati si riferiscono al 2003-2018
Fonte: Istat
Leggi anche: Le pensioni anticipate sono il 18% del totale
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