Crollo dal 32% al 9,6%: si parla sempre meno dialetto nelle famiglie italiane
Il dialetto è ancora dentro le case, nelle battute tra amici, nelle parole che restano attaccate ai luoghi e alle famiglie. Ma non è più la lingua con cui gli italiani attraversano la giornata. Nel 2024, secondo il report Istat L’uso della lingua italiana, dei dialetti e delle lingue straniere – Anno 2024, pubblicato il 27 gennaio 2026, sono 1 milione 312mila le persone di 6 anni e più che parlano solo o prevalentemente dialetto in tutti gli ambiti relazionali: in famiglia, con gli amici e con gli estranei. In percentuale sono il 2,3% della popolazione. È la fotografia più netta del cambiamento: il dialetto continua a esistere, ma per la grande maggioranza degli italiani non è più il linguaggio abituale con cui si parla dentro e fuori dalla cerchia familiare.
Con chi gli italiani parlano dialetto
Il dialetto non scompare di colpo: si ritira per cerchi concentrici. Resta più forte dove le relazioni sono strette e perde spazio quando la conversazione diventa più pubblica. In famiglia parla solo o prevalentemente dialetto il 9,6% della popolazione di 6 anni e più; tra amici la quota scende all’8%; con gli estranei si ferma al 2,6%. La distanza tra questi tre numeri racconta il cambio di funzione. Il dialetto non è più, se non per una parte limitata della popolazione, la lingua usata in modo abituale nei diversi momenti della giornata. Resiste invece dove il rapporto è più personale: dentro casa, nelle conversazioni informali, nei legami di prossimità. È lì che continua ad avere spazio, non solo come mezzo di comunicazione, ma come segno di appartenenza familiare, territoriale e generazionale.
Quanti italiani parlano ancora dialetto
A volte il dialetto non accompagna tutta la giornata, ma resta saldo in un punto preciso: a tavola, in una telefonata con un parente, in una conversazione tra amici, nel paese d’origine. Per questo il fenomeno cambia dimensione quando si guarda a chi lo usa almeno in un contesto, anche senza parlarlo in tutte le situazioni quotidiane. Nel 2024 sono 6 milioni 299mila le persone di 6 anni e più che parlano solo o prevalentemente dialetto in almeno un ambito relazionale. Significa l’11,2% della popolazione. Rispetto al 2015 la quota è diminuita di 5,2 punti percentuali, confermando un arretramento netto. Ma il dato mostra anche che il dialetto non è confinato a una presenza residuale: non è più la lingua abituale in tutti i rapporti quotidiani, però resta una scelta stabile per più di 6 milioni di persone in almeno uno spazio della vita sociale.
Quanti italiani alternano italiano e dialetto
Il dialetto spesso non occupa più tutta la conversazione, ma entra ed esce dal discorso: una parola, una risposta, una battuta, un’espressione che in italiano perderebbe forza. È qui il fenomeno del dialetto cambia scala. Se si considerano anche le persone che alternano italiano e dialetto, nel 2024 si arriva a 23 milioni 548mila individui di 6 anni e più. Sono il 42% della popolazione e usano il dialetto in almeno un ambito relazionale, in forma esclusiva oppure insieme all’italiano. Il confronto con il dato più stretto — 1 milione 312mila persone che lo parlano solo o prevalentemente in tutti i contesti — mostra la trasformazione in corso: il dialetto non è più il codice principale della vita quotidiana, ma resta dentro le relazioni più vicine, dove conta meno la formalità e pesano di più appartenenza, memoria familiare e confidenza.

Quando il dialetto era lingua quotidiana: il crollo
Ci sono parole che per decenni hanno tenuto insieme la vita familiare, il paese d’origine, il lavoro, le amicizie. Parole usate senza pensarci, perché erano il modo più naturale per parlare con chi si aveva vicino. Poi, lentamente, il dialetto ha iniziato a perdere spazio nelle conversazioni quotidiane. Il cambiamento si vede bene nel confronto storico: nel 1988 parlava solo o prevalentemente dialetto in famiglia il 32% della popolazione di 6 anni e più; nel 2024 la quota è scesa al 9,6%. Tra amici il calo è stato dal 26,6% all’8%.
Nei rapporti con gli estranei, dove il passaggio all’italiano è stato ancora più netto, si è passati dal 13,9% al 2,6%. In quasi quarant’anni il dialetto ha quindi perso terreno in tutti gli ambiti relazionali: prima nello spazio pubblico, poi anche nelle relazioni più vicine. Non è uscito dal paesaggio linguistico italiano, ma ha cambiato posto. Da lingua ordinaria della comunicazione è diventato sempre più una lingua di memoria, appartenenza e confidenza.
Quanti giovani parlano ancora dialetto
L’età segna uno dei confini più chiari nella geografia del dialetto. Tra i giovani di 6-24 anni, solo il 2,7% usa solo o prevalentemente dialetto in famiglia. Tra le persone di 65 anni e più, invece, la quota sale al 19%. La distanza si legge anche dal lato opposto: il 67,3% dei giovani parla prevalentemente italiano in casa, contro il 45,8% degli ultrasessantacinquenni. È una frattura generazionale netta. Per chi è cresciuto in un’Italia in cui il dialetto aveva ancora un ruolo quotidiano, quella lingua resta più radicata nelle abitudini familiari. Per le generazioni più giovani, invece, il dialetto sopravvive soprattutto quando passa dentro casa: nelle parole dei genitori, dei nonni, nei contesti locali dove continua a essere riconosciuto come parte dell’identità familiare e territoriale.
In quali regioni si parla più dialetto in Italia
Il dialetto non arretra allo stesso modo in tutta Italia. Se il dato nazionale indica che in famiglia il 9,6% della popolazione parla solo o prevalentemente dialetto, la mappa regionale mostra un Paese molto diviso. Come si vede anche nel grafico, il Nord-ovest è l’area in cui il fenomeno è più contenuto: Liguria 2,8%, Lombardia 4,3%, Piemonte 5,3%, Valle d’Aosta 6,1%. Nel Centro i valori restano bassi in Toscana 2,6% e Lazio 3,9%, ma salgono in Umbria 6,1% e soprattutto nelle Marche 14,3%. Il quadro cambia nel Mezzogiorno, dove il dialetto continua ad avere un peso familiare molto più forte: Calabria 21,8%, Campania 15,8%, Basilicata 15,5%, Sicilia 15,4%, Puglia 11,9%, Molise 11,7%, Abruzzo 10,1%.
Nel Nord-est il caso più evidente è il Veneto, con il 22,8%, insieme al Trentino-Alto Adige 21,7%: dentro questo dato spiccano la provincia di Trento 23,3% e quella di Bolzano 20,1%. Più distanti Friuli-Venezia Giulia 8,5% ed Emilia-Romagna 5%. La geografia del dialetto, quindi, non coincide semplicemente con la frattura Nord-Sud: racconta territori in cui la lingua locale resta più radicata nella vita domestica, e altri in cui l’italiano ha quasi completamente occupato lo spazio della conversazione familiare.
Il dialetto non racconta soltanto le abitudini linguistiche degli italiani. Incrocia istruzione, professione, territorio ed età, e mostra come la lingua usata ogni giorno sia anche il risultato delle condizioni sociali in cui si cresce, si studia e si lavora. Tra le persone di 25 anni e più con licenza media o titolo inferiore, il 20% parla solo o prevalentemente dialetto in famiglia. Tra i laureati, invece, la quota scende al 2,7%. La distanza resta forte anche nelle relazioni amicali: 16,8% tra chi ha un titolo di studio basso, 2% tra chi ha una laurea. Il lavoro aggiunge un altro pezzo alla fotografia: tra gli occupati, parla prevalentemente italiano in famiglia il 67,9% di dirigenti, imprenditori e liberi professionisti, contro il 43% degli operai. Il dialetto, quindi, non è solo una questione di parole o di identità locale: è anche una traccia delle differenze sociali che attraversano il Paese.
Fonte: Istat
Anni di riferimento: 2024
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