Chi lavora all’estero supera i 2.200 euro: il 54% in più
Il numero più efficace per capire quanto valga una laurea sul mercato del lavoro italiano è questo: nel 2024, il tasso di disoccupazione di chi ha al più la licenza media è del 9,1%. Chi ha il diploma si ferma al 5,3%. Chi ha la laurea scende al 3,2%. Quasi un terzo. Lo certifica l’ISTAT nel suo rapporto “Livelli di istruzione e ritorni occupazionali – Anno 2024”, pubblicato il 3 dicembre 2025.
Sul lato opposto, il tasso di occupazione: tra i 25 e i 64 anni lavora l’84,7% dei laureati, il 74% dei diplomati e appena il 55% di chi si è fermato alle medie. Quasi trenta punti di differenza tra i due estremi. Gli economisti la chiamano “rendita del titolo di studio”. Nella pratica, è la distanza tra trovare un lavoro e non trovarlo.
Tasso di occupazione dei laureati in Italia: 84,7%
Il 2024 registra il valore più alto di sempre per l’occupazione dei laureati italiani nella fascia 25-64 anni: 84,7%, in crescita di 0,4 punti rispetto al 2023. È un numero che incorpora generazioni diverse, dall’ingegnere cinquantenne al giovane magistrale che ha concluso gli studi da tre anni. Ma anche nel breve periodo, il vantaggio si vede subito.
Tra i neolaureati di 20-34 anni — ovvero chi ha conseguito il titolo da almeno un anno e da non più di tre — il tasso di occupazione ha raggiunto nel 2024 il 77,3%, con una crescita di quasi 2 punti rispetto all’anno precedente. Per i neodiplomati della stessa fascia anagrafica il valore si ferma al 60,6%. Quasi 17 punti di scarto già alle prime battute della vita lavorativa.
Il XXVII Rapporto AlmaLaurea sulla Condizione occupazionale dei Laureati (2025), che ha analizzato circa 690mila laureati di 81 atenei, aggiunge un ulteriore elemento: il tasso di occupazione a un anno dalla laurea ha raggiunto il 78,6% — il valore più elevato dell’ultimo decennio — sia per i laureati di primo livello che per quelli di secondo livello, rispettivamente con un incremento di 4,5 e 2,9 punti percentuali rispetto all’anno precedente.
Quanto guadagna un neolaureato in Italia
Secondo AlmaLaurea 2025, le retribuzioni mensili nette a un anno dal titolo sono di 1.492 euro per i laureati triennali e di 1.488 euro per i magistrali, una differenza minima che si spiega con il fatto che i magistrali a un anno sono ancora frequentemente in contratti formativi.
Rispetto all’anno precedente si tratta di un aumento reale del 6,9% per i laureati di primo livello e del 3,1% per quelli di secondo livello — una crescita significativa dopo due anni di erosione causata dall’inflazione.
A cinque anni dalla laurea la situazione si inverte e le cifre salgono rispettivamente a 1.770 (triennali) e 1.847 euro netti al mese (magistrali). Non si tratta di stipendi elevati in termini assoluti, ma il confronto con i diplomati è significativo: secondo i dati OCSE, posta pari a 100 la retribuzione di un diplomato italiano, un laureato percepisce in media 138. Chi si è fermato alle medie arriva appena a 79,6. In termini annui lordi, elaborando i dati ISTAT sulla struttura delle retribuzioni, un lavoratore dipendente laureato guadagna mediamente circa 46.953 euro, contro circa 35.000 euro di un diplomato e i 29.567 euro di chi ha solo la licenza media.
C’è però un dato che brucia più degli altri: oltre il 30% degli occupati laureati ritiene la propria retribuzione poco o per niente adeguata rispetto alla professione svolta. A un anno dalla laurea questa quota è del 31,5% tra i triennali e del 35,0% tra i magistrali. Il mercato del lavoro assorbe i laureati, ma non sempre li valorizza.
Quali lauree fanno trovare lavoro più in fretta
Il vantaggio del titolo universitario non è distribuito uniformemente tra i diversi corsi di studio. I tassi di occupazione più elevati — oltre il 90% già a un anno dal titolo — si registrano per le aree dell’ingegneria industriale e dell’informazione, dell’architettura e ingegneria civile, e per i percorsi medico-sanitari, farmaceutici ed economici.
Nel 2024, il tasso di occupazione tra i laureati di 30-34 anni nelle discipline STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria, Matematica) ha superato l’88%: quasi dieci punti percentuali in più rispetto a chi ha scelto altri indirizzi. Un fattore aggiuntivo che migliora sensibilmente le probabilità è aver studiato all’estero: secondo AlmaLaurea 2025, chi ha maturato un’esperienza internazionale ha una probabilità di essere occupato a un anno dalla laurea superiore del 7,9% rispetto a chi non ha mai vissuto questa esperienza. Nel 2024 il 10,3% dei laureati ha svolto un periodo di studio all’estero riconosciuto dal corso di laurea, con una ripresa di 2 punti rispetto agli anni penalizzati dalla pandemia.
A cinque anni dalla laurea: i numeri cambiano radicalmente
Il lungo periodo è dove la laurea mostra il suo vero potenziale. A cinque anni dal conseguimento del titolo, AlmaLaurea 2025 registra un tasso di occupazione del 92,8% per i laureati triennali e dell’89,7% per i magistrali — valori che non hanno equivalenti tra i diplomati, e che restituiscono l’immagine di un titolo universitario che, nella distanza, si comporta da propulsore a lenta accensione.
A questo si aggiunge la qualità del lavoro trovato: la quota di chi lavora con un contratto a tempo indeterminato, già in crescita a un anno dalla laurea (39,5% tra i triennali, 29,8% tra i magistrali, entrambi ai massimi del periodo osservato), a cinque anni supera abbondantemente la metà degli occupati, arrivando al 73,9% tra i triennali e al 54,6% tra i magistrali. Un indicatore che segnala non solo l’inserimento, ma la stabilizzazione nel mercato del lavoro.
Rimane tuttavia un elemento critico: il mismatch. A un anno dalla laurea, oltre il 30% degli occupati non utilizza in misura elevata le competenze acquisite all’università e svolge un lavoro per cui il titolo non è formalmente richiesto — il 39,3% tra i triennali e il 31,9% tra i magistrali. A cinque anni migliora, ma coinvolge ancora almeno un quarto degli occupati (32,5% tra i triennali, 25,4% tra i magistrali). Il fenomeno colpisce in particolare i laureati nelle aree umanistica, linguistica, psicologica ed economica.


Il confronto con Germania, Francia e Spagna: l’Italia è indietro
È qui che il quadro si complica. Se la laurea in Italia conviene così tanto, ci si aspetterebbe che molti italiani la conseguano. Invece il paese è agli ultimi posti in Europa per quota di laureati: nel 2024, tra i 25 e i 34 anni, solo il 31,6% possiede un titolo terziario. La media dei 27 paesi europei è al 44,1%, obiettivo che l’Unione Europea punta a portare al 45% entro il 2030.
Il confronto con i principali partner europei è impietoso. In Francia la quota di laureati 25-34enni è al 53,4%, in Spagna al 52,6%: in entrambi i casi, più del doppio dell’Italia. La Germania ha una struttura diversa — con la formazione tecnica e duale che assorbe molta domanda — ma un mercato del lavoro per laureati molto più dinamico: tra i neolaureati, il tasso di occupazione tedesco arriva al 91,9% contro il 77,3% italiano. La media UE27 per questa stessa fascia è all’86,7%.
Sul fronte retributivo, il “premio della laurea” rispetto al diploma è in Italia pari a 138 (con il diploma a 100). In Germania è 157,9, in Francia 157,2, nella media UE25 è 155,6. La laurea in Italia conviene, ma conviene meno che quasi ovunque altrove in Europa. Un paradosso per un paese che ha già pochissimi laureati.
L’ISTAT lo certifica con un dato secco: la quota di italiani con un titolo terziario tra i 25-64enni (22,3%) è circa la metà di quella registrata in Francia e Spagna (43,4% e 42,0% rispettivamente). Non solo siamo indietro, ma cresciamo più lentamente: tra il 2023 e il 2024 la quota di laureati è cresciuta in Italia di 0,7 punti, contro la media europea di 1,0 punti. Il penultimo posto nella graduatoria europea — davanti alla sola Romania — è strutturale, non congiunturale.
Nord e Sud: la laurea protegge ovunque, ma non allo stesso modo
Il territorio continua a essere una variabile determinante. Nel Nord Italia, nel 2024, il tasso di occupazione dei laureati 25-64enni è all’88,3%. Nel Mezzogiorno è al 77,3%: undici punti di distanza, in calo rispetto ai 15,7 del 2018, ma ancora molto marcata. Tra i 30-34enni il divario sale a 17,8 punti (91,1% al Nord, 73,3% al Sud).
Anche la disoccupazione segue la stessa logica geografica: nel Mezzogiorno i laureati disoccupati sono il 5,1%, al Nord circa il 2,5%. Ma il confronto interno al Mezzogiorno — tra laureati (5,1%), diplomati (10,1%) e chi ha al più la licenza media (15,9%) — conferma che la laurea funziona da scudo protettivo anche nei contesti più difficili. Il vantaggio relativo dell’istruzione è anzi proporzionalmente maggiore al Sud che al Centro-Nord.
Le donne si laureano di più, ma guadagnano e lavorano meno
Il dato di genere contiene una contraddizione che i numeri rendono evidente. In Italia le donne sono più istruite degli uomini: nel 2024, il 25,9% delle 25-64enni possiede un titolo terziario, contro il 18,7% degli uomini. Le donne rappresentano il 59,9% di tutti i laureati, con una presenza dominante nei corsi magistrali a ciclo unico (69,4%).
Sul lavoro, però, il vantaggio si inverte. Il tasso di occupazione delle laureate è all’81,7%, quello dei colleghi maschi all’88,9%: un gap di 7,2 punti che, sebbene molto inferiore ai 20,7 punti che separano uomini e donne tra i diplomati, resta significativo. E nel confronto europeo è ancora più amaro: le laureate italiane hanno un tasso di occupazione inferiore di 3,8 punti rispetto alle colleghe dell’UE27. La laurea riduce il divario di genere, ma non lo elimina.
Chi va a lavorare all’estero guadagna il 54% in più
Il confronto più diretto per capire quanto valgano davvero 1.492 euro al mese non è con la Germania o con la Francia — dove le metodologie di rilevazione sono diverse — ma con i laureati italiani che hanno fatto la scelta opposta. Secondo AlmaLaurea 2025, chi lavora all’estero a un anno dalla laurea supera i 2.200 euro mensili netti: il 54,2% in più rispetto a chi è rimasto in Italia. A cinque anni dalla laurea il divario si allarga ulteriormente: gli occupati all’estero sfiorano i 2.900 euro, contro i circa 1.800 di chi lavora in Italia. Una differenza del 61,7%.
Tra i laureati magistrali con cittadinanza italiana, il lavoro all’estero riguarda il 4,1% degli occupati a un anno dalla laurea e il 4,6% a cinque anni. Le discipline più rappresentate sono informatica e ICT, scientifico e linguistico. Il 32% di chi è andato via dichiara di aver ricevuto un’offerta interessante dall’estero; un ulteriore 31,1% dice di essere partito per mancanza di opportunità adeguate in Italia. Solo il 15,3% ritiene probabile un rientro entro cinque anni.
Fonte: Istat, Eurostat, AlmaLaurea
Ultimo aggiornamento: 2026
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