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 In Crisi&Ripresa

La Germania ci supera di quasi 7 volte. Nella manifattura noi +20%, la Francia +90%

C’è un concetto economico che è importantissimo, ma forse sconosciuto al grande pubblico. Eppure è da questo che deriva il benessere economico e la crescita.

La produttività delle imprese italiane

E’ la produttività. In sostanza indica, data una unità di input, quanto output si riesce a produrre. L’input può essere le ore di lavoro; il costo di questa ora di lavoro o il capitale investito in base ai quali c’è un certo prodotto quantificato in euro. Tipicamente si prende il fatturato delle aziende o il Pil di una nazione e si misura con quante ore di lavoro, con che costi e con quanto capitale viene generato. Se in un Paese per esempio si produce, a parità di costo di un’ora di lavoro, più di quanto si produce in un altro, si dice che il primo è più produttivo.
E per l’Italia il confronto con gli altri grandi Paesi europei è impietoso.
Il grafico sopra mostra di quanto è aumentata la produttività delle imprese italiane, ovvero il prodotto per ora lavorata nei grandi Paesi europei ponendoli tutti alla pari nel 1995, ovvero, si fa finta che nel 1995 la produttività fosse uguale per tutti. Ebbene: nel 2016 la Germania è arrivata sopra 1,3, ovvero la sua produttività è cresciuta di più del 30%, circa un 2% annuo, secondo i calcoli di un approfondito report della Banca d’Italia. Poi vi è la Francia, in cui è aumentata di circa l’1,8% annuo, la Spagna dello 0,5%, e infine l’Italia con solo un +0,3% ogni anno in media, con un progresso totale inferiore al 10% in 21 anni.

La produttività nell’industria

Vi è stata una grossa differenza tra la crescita della produttività delle aziende italiane del settore manifatturiero e di quelle dei servizi. Nel primo caso si sono visti molti più progressi, anche in Italia, che comunque rimane ultima. Nelle aziende manifatturiere, come mostra il grafico sotto, la crescita è stata di più del 20% in 21 anni è in ogni caso inferiore a quella di circa il 90% della Francia, del 60% delle aziende tedesche, del quasi 50% di quelle spagnole.


Nel settore dei servizi invece c’è addirittura un calo al di sotto i livelli del 1995, come accade anche in Spagna che però è in recupero, a differenza dell’Italia che, come mostra il grafico sotto, mostra un calo concentrato tra il 2015 e il 2016.


Le dimensioni contano

Secondo la Banca d’Italia uno dei problemi della scarsa produttività delle imprese italiane consiste nella ridotta dimensione delle nostre aziende. In tutta Europa,  Italia compresa, infatti, la produttività delle imprese con meno dipendenti è minore di quelle più grandi.
Le ragioni sono note, minore possibilità di fare investimenti in ricerca, maggiore vulnerabilità in caso di crisi, minore disponibilità di capitale umano specializzato e di alto valore, management infatti spesso proveniente dall’ambito familiare, minore possibilità di ottenere credito.
Il punto è che nel nostro Paese la proporzione di piccole o micro imprese è decisamente maggiore. Nella tabella sotto vediamo la produttività del lavoro, ovvero il prodotto di un’unità di lavoro (un’ora per esempio) in Francia, Italia, Spagna, Germania, in un indice che va da 0 a 100. Ma soprattutto vediamo come cambia questa produttività in base alla grandezza dell’azienda.

Quella delle imprese con 0-9 dipendenti è decisamente inferiore a quella di grandi aziende con più di 250 dipendenti ovunque. E soprattutto in Italia. Nel nostro Paese si va dal 26,1 per le micro-imprese a 40,9 per quelle con 10-19 addetti, a 49,5, quando questi diventano tra i 20 e i 49, a 64,1 nel segmento tra i 50 e i 250 dipendenti e a 77,6 in quello più grande.
Come si vede la produttività delle imprese italiane non è lontanissima da quella degli altri Paesi nelle medie e grandi realtà. Tra i 50 e i 249 addetti è addirittura la più alta, ed è la seconda, dopo quella francese, tra i 20 e i 49 dipendenti. Il problema è nelle piccolissime aziende. Ed è un problema doppio. Perché qui la nostra produttività, 26,1, è poco più della metà di quella inglese, e molto inferiore di quella francese e tedesca. E non solo, il numero di imprese di questo tipo in Italia è molto maggiore che altrove, quindi queste incidono molto di più sul dato totale.

Si fa poca ricerca

Le nostre aziende fanno anche molta meno ricerca, come vediamo di seguito, e questo influisce sulla produttività naturalmente. Il grafico a sinistra mostra la quota di imprese che investono in ricerca e sviluppo mentre il grafico a destra mostra quanto investono, rispetto ai ricavi, in ricerca e sviluppo ogni categoria di impresa: piccole, medie e grandi e il totale.

Nel caso italiano, quindi, non è quindi solo questione di dimensioni. C’è meno ricerca e sviluppo rispetto agli altri Paesi anche nelle aziende più grosse. Ci sono meno grandi imprese italiane che investono in ricerca e sviluppo (33,9%) che piccole finlandesi (quasi il 60%), per esempio. Se si scende poi nel numero di addetti le percentuali calano maggiormente. Solo il 15,9% delle aziende medie italiane fanno innovazione, e il 5,9% di quelle piccole.
Stesso paragone impietoso anche se calcoliamo la spesa in ricerca come proporzione sulle vendite (grafico sopra a destra). In Italia siamo a meno del 0,5%, in Francia al 1,5%, in Spagna tra l’1% e l’1,5%.

Le aziende famigliari

Nel grafico qui sotto vediamo le percentuali di aziende a guida familiare secondo vari indici. Ebbene: la percentuale di imprese italiane di proprietà di una famiglia (Family firms)o in cui l’amministratore delegato è un membro di quella famiglia (Ceo in the family) è analoga a quella di altri Paesi, intorno all’80%, e anzi inferiore a quella tedesca.

 

Come si vede la grande differenza sta nella percentuale di aziende che sono anche gestite dalla famiglia (family managed) ovvero in cui il management, direttore commerciale, direttore generale, amministrativo, ecc, è membro della stessa famiglia: in Italia siamo oltre il 60%, altrove sotto il 30%.
C’è il dubbio che se nella ricerca dei dirigenti migliori ci si limita al ristrettissimo gruppo del nucleo familiare invece di ricorrere al mercato poi possa capitare di non aver fatto la scelta più efficiente, di non avere ottenuto il meglio disponibile. E che quindi le performance ne risentiranno, così come ne risentono i salari, come Truenumbers ha spiegato in questo post.

I dati si riferiscono al: 2016

Fonte: Banca d’Italia

Leggi anche: Nell’eurozona ci sono 14 milioni di disoccupati

 

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