Il prezzo del latte in 5 anni è rimasto quasi fermo: +1,4%

I generi alimentari sono cresciuti molto di più: +5,6% dal 2015

Magari il consumatore medio non si accorge, ma i prezzi dei principali generi alimentari cambiano. E questi cambiamenti ci dicono anche qualcosa sui principali trend economici. Abbiamo raccolto, come si vede dalla nostra infografica, i dati sui prezzi generali, quelli degli alimentari e di due dei prodotti di base più acquistati e consumati, ovvero il pane e il latte fresco. Cosa abbiamo scoperto? Se tra il 2010 e il 2015 in fondo l’andamento di questi prezzi era stato piuttosto uniforme, nei 5 anni successivi le cose sono cambiate nettamente. Soprattutto per quanto riguarda il prezzo del latte.

L’andamento storico del prezzo del pane e del latte

Tra il 2010 e il 2015 l’Istat usa come riferimento il livello dei prezzi del 2010 ponendolo uguale a 100 per tutti. L’inflazione generale è stata del 7,5% in quei 5 anni, non molto diversa da quella che ha colpito il prezzo del latte, l’8,1%, quello del pane, il 7,9%, quello dei prodotti alimentari in generale, l’8,8%. Tra il 2015 e il 2020 l’indice base è invece il livello del 2015. E qui in base ai prodotti le cose sono andate diversamente. L’inflazione generale è stata solo del 2,7%, ma quella del settore alimentare si è rivelato più alta, del 5,6%. E tuttavia anche all’interno di questo segmento le differenze sono notevoli. Mentre il pane fresco nel 2020 costava il 4,8% più che nel 2015, il prezzo del latte è cresciuto solo dell’1,4%.

prezzo latte

Quanto costa un chilo di pane e un litro di latte

Le conseguenze della crisi finanziaria di una decina di anni fa sono tra le cause di un’inflazione generale decisamente più ridotta, spinta verso il basso da una crescita del Pil asfittica in Italia, già prima della pandemia, e da consumi ridotti. Ma c’entra anche la globalizzazione, che ha il suo peso sia sul livello complessivo dei prezzi che nel generare questi divari tra l’andamento dell’inflazione dei diversi prodotti. L’arrivo di sempre più prodotti di importazione a basso costo è stato concentrato in beni non alimentari, si pensi alla tecnologia, e questo spiega in parte il gap tra questi e invece il cibo e le bevande, per quanto riguarda l’andamento dei prezzi.

Mentre all’interno del settore alimentare un altro aspetto della globalizzazione, la crescita di multinazionali lattiero-casearie, è tra le principali cause del fatto che il prezzo del latte sia cresciuto molto meno per esempio di quello del pane. Multinazionali lattiero-casearie cui non corrispondono produttori grandi e organizzati, ma frammentati, come è tipico in Italia, in piccole imprese spesso a conduzione familiare. Con un potere sempre maggiore nei pochi acquirenti, le grandi aziende agro-alimentari, appunto, che possono fare il prezzo potendo contare tra tanti fornitori diversi. Un primo assaggio di questa situazione si era avuta con la crisi del prezzo del latte dei pastori sardi nel 2019.

Le cause delle crisi del latte

In quell’occasione era emerso come il quasi monopolio del consorzio del pecorino sardo quale acquirente del latte sardo fosse tra i responsabili del livello così basso del prezzo. Il pecorino sardo è un formaggio economico, che non si può vendere sul mercato a prezzi troppo alti. A ciò si aggiunge che in tanti produttori avevano superato le quote stabilite, generando sovrapproduzione. Ma è importante anche il fatto che le dimensioni delle aziende degli allevatori sardi e non solo sardi sono decisamente piccole rispetto alla media europea, con punti di break even più alti e vicini al prezzo pagato dai grandi clienti.

Lo stesso succede a livello nazionale, e in parte europeo, dove a quanto pare Lactalis impone prezzi più bassi se per esempio il benessere dell’animale non raggiunge un livello accettabile o se vi sono consegne di latte nel 2021 superiori a quelli dell’anno precedente: l’eccedenza viene pagata molto meno.

Gli allevatori lamentano anche la pressione del latte importato, che si sospetta possa essere usato anche per produzioni Dop e Igp per le quali non sarebbe permesso il suo utilizzo. A questi fattori si aggiunge una riduzione a livello internazionale del consumo di latte fresco per motivi dietetici e per timori che non faccia bene alla salute, e la sua sostituzione con altri prodotti da parte dei consumatori. Incolpevolmente ignari di quello che c’è dietro ogni scelta di consumo, anche quella apparentemente più insignificante.

I dati si riferiscono al 2010-2020

Fonte: Istat

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