L’inflazione in Italia al 5,3%, più alta della media europea

Dallo 0,5% di gennaio 2021 al record. In Germania è al 5,1% negli Usa oltre l’8%

La pandemia di Covid ha avuto un impatto molto pesante su tutti gli indicatori economici, dal Pil, ovviamente, all’occupazione, e anche su quello che una volta era il tema più sentito dai cittadini, il costo della vita. Anche l’inflazione in Italia, infatti, è stata toccata dalla pandemia. Che cos’è l’inflazione? Indica il fenomeno per il quale col passare del tempo i prezzi di acquisto dei prodotti e dei servizi tendono in genere ad aumentare. Tuttavia, in alcuni periodi si può verificare una riduzione dei prezzi, definita deflazione.

Perché sale l’inflazione in Italia

Adesso abbiamo un’inflazione al 5,3%, se misurata secondo l’indice armonizzato Ipca, che l’Istat usa per rendere i dati italiani confrontabili con quelli europei. Utilizzando, invece, l’indice Nazionale per l’Intera Collettività (NIC), un po’ diverso, si ferma al 4,8%. È comunque in netta crescita rispetto rispetto ai mesi scorsi e agli ultimi anni, anche se non siamo tornati ai livelli degli anni ’70 e i primi anni ’80, quando era andata anche in doppia cifra prima di essere abbattuta tramite accordi con i sindacati per una moderazione salariale.

Inflazione in Italia come “effetto collaterale” della crescita

Erano allora, del resto, anche effetti collaterali di una economia che correva, oltre che di alcune crisi energetiche. Non è un caso che non si è più parlato di tensioni inflazionistiche negli ultimi decenni di crisi e di crescita bassa. Anzi, si è andati dopo la crisi finanziaria del 2011-2012, verso la deflazione, ovvero in una situazione in cui i prezzi calano. Oltre a essere effetto della globalizzazione che aumenta l’offerta e la concorrenza è stato anche una ricaduta della crisi della domanda.

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L’andamento di inflazione e deflazione degli ultimi anni

Ma vediamo più nel dettaglio l’andamento dei prezzi degli ultimi anni dello scorso decennio. Come si vede dalla nostra infografica in realtà prima della pandemia l’inflazione in Italia era  più bassa che nel resto dei Paesi più ricchi e industrializzati dell’Occidente. Tra l’ottobre del 2017 e l’inizio del 2020 non aveva mai raggiunto il 2%, toccando un massimo  nel luglio 2018 solo dell’1,9%. Mentre nel resto d’Europa e negli Stati Uniti era arrivata quasi al 3%. Anche in quella Germania che per decenni era riuscita a tenere l’inflazione bassa, approfittandone in termini di competitività. L’aumento robusto dei salari e della spesa pubblica degli ultimi anni ha alimentato anche un’inflazione più robusta della nostra.

inflazione Italia

 

L’inflazione italiana è stata la più bassa anche nel 2019, quando gli incrementi dei prezzi sono stati man mano più piccoli un po’ ovunque. Con il Regno Unito a risultare il Paese con l’inflazione più alta. In Italia con un aumento dei prezzi solo dello 0,2% si è sfiorata la deflazione già tra settembre e novembre.

Cosa c’entra l’inflazione in Italia con la pandemia

Poi il Covid ha accentuato la tendenza già in atto. La deflazione si è ripresentata anche durante la prima fase della pandemia, quella più acuta, anche se questa volta è arrivata con dinamiche diverse. Ci sono stati, a differenza che negli anni precedenti, beni per i quali prezzi sono cresciuti e altri per i quali sono crollati.

Se a marzo e aprile l’inflazione in Italia è stata quasi nulla, limitandosi al 0,1%, da maggio, quando si è toccato il -0,3% si è scivolati ufficialmente in deflazione fino a dicembre, con la sola eccezione del luglio 2020 quando c’è stato un picco del 0,8%. Un andamento simile l’anno scorso lo ha visto la Spagna, del resto un Paese con una struttura economica molto simile alla nostra. La Germania è stata interessata dalla deflazione per meno tempo tra agosto e gennaio 2021, mentre Usa e Regno Unito non sono mai andate in territorio negativo.

Una deflazione non percepita dalla popolazione

Il calo dei prezzi del 2020 è stato quasi interamente dovuto al crollo dei prezzi dell’energia. Che ha avuto effetti sul costo della benzina e dell’elettricità, diminuiti anche di più del 10%. Questi hanno compensato incrementi, più lievi, ma presenti, nell’ambito dei beni alimentari, cresciuti anche del 4% per alcuni prodotti, come accaduto in Cina. In aprile per esempio il carrello della spesa, intendendo i prodotti che vengono comprati al negozio o al supermercato, ha visto un’inflazione del 2,5%, contro il 0,5% medio del periodo precedente. Questa inflazione è rimasta anche dopo l’estate a livelli superiori, intorno all’1%.

Come era già accaduto in altre occasioni vi è stato un andamento molto divergente tra i prodotti per cui si apre il portafoglio ogni giorno, la spesa alimentare, i prodotti per la cura della persona e quei beni per cui magari si paga una bolletta ogni due mesi o anche più di rado. E per questo la percezione di una deflazione non c’è stata.

La percezione dell’inflazione in Italia

Ma c’è anche un’altra ragione per cui l’inflazione in Italia potrebbe non essere stata percepita realmente così bassa, ed è strettamente legata alla pandemia stessa. Potrebbe effettivamente non essere quella reale. Questo perché normalmente i calcoli dell’inflazione tengono conto del consumo effettivo, e si pesa l’aumento di prezzo di un bene per quanto e quanto spesso questo viene effettivamente acquistato in un anno. La pandemia ha sconvolto anche i consumi.

Le persone per esempio si sono spostate molto di meno, e quindi il calo del prezzo della benzina non ha realmente avuto un grande impatto. Mentre ha dovuto fare la spesa in negozi di vicinato più cari del supermercato più lontani in cui non si è più andati. E questo non è stato tenuto in conto, secondo alcuni economisti, nelle statistiche ufficiali. Mentre avrebbe dovuto.

Il ritorno del carovita dal 2021

Da inizio 2021, però, è cambiato tutto. L’inflazione in Italia e nel resto del mondo ha ripreso a salire. E la ragione è legata all’uscita dall’emergenza pandemica, almeno dalla fase più acuta, e alla fine delle restrizioni. La ripresa delle attività ha portato a una sorta di boom della domanda, come in un Dopoguerra, che è corrisposto a una crisi dell’offerta.

Nel 2020 a livello globale erano state interrotte molte produzioni, si erano bloccati porti e infrastrutture logistiche. La loro riattivazione è stata lenta, e non ha tenuto il passo dell’incremento degli investimenti e dei consumi in Europa e Nordamerica. Si è verificata una strozzatura della supply chain che trasporta prodotti finiti o semilavorati dall’Asia all’Occidente. E come sempre in economia una tale tensione tra domanda e offerta porta a un incremento dei prezzi.

I semiconduttori fanno crescere i prezzi

A essere impattato è stato in particolare il settore dei semiconduttori, ormai importantissimo per l’ambito It e non solo, e quello petrolifero e dell’energia. I problemi della catena di approvvigionamento si sono sommati ad una maggiore richiesta di carburante e alla prudenza dei produttori che non hanno aperto i rubinetti come sperato. Il risultato è stato un prezzo del petrolio che da fine ottobre ha superato a più ripresa gli 80 dollari al barile, più che raddoppiando rispetto ad alcuni valori raggiunti durante i ribassi del 2020.

L’inflazione in Italia e in Europa ai massimi dagli anni ’90

Tutto ciò ha provocato una rapida fiammata dell’inflazione anche in Italia. Se a gennaio dello scorso anno era solo del 0,5%, ad aprile ha raggiunto l’1%, e durante l’estate è decollata, arrivando al 2,4% in agosto e poi al 2,7% in settembre e al 3,2% in ottobre. La crescita è poi accelerata, visto che il carovita ha raggiunto il 3,9% in novembre e il 4,2% in dicembre, e in gennaio ha fatto un ulteriore balzo, arrivando al 5,3%.

L’inflazione in Germania è al 5,1%

Era dagli anni ’90 che non si vedeva un’inflazione di questo tipo in Italia. All’estero è andata ancora in modo analogo. In Germania, Paese da sempre molto attento all’andamento dei prezzi, ha raggiunto il 5,1%, come si vede nella nostra infografica. In Spagna il 6,1%, dopo avere toccato il 6,1% a dicembre, e negli Stati Uniti addirittura l’8,1%. Solo in Francia il carovita sembra essersi fermato, a quota 3,3%. La novità è che ora a differenza degli ultimi anni superiamo la media europea, che è del 5,1%.

La speranza è che non vengano raggiunti i picchi che stanno interessando alcuni dei nostri vicini e soprattutto gli Usa e che abbiano ragione quegli analisti che affermano che si tratti di una fase transitoria che rientrerà quando il mercato avrà saputo espandere l’offerta. Allo stesso tempo, tuttavia, sono concordi nel dire che non torneremo alla deflazione che abbiamo visto nel passato recente.

I dati si riferiscono al 2017-2022

Fonte: Eurostat

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