Paradisi fiscali, ecco le banche che li usano per fare utili

Mps ha ottenuto così la metà dei profitti, ma non è la sola del nostro Paese

Paradisi fiscali e banche. Il loro rapporto nell’ultimo studio dell’Eu Tax Observatory, un centro di ricerca sui temi fiscali legato alla Paris School of Economics, viene messo nero su bianco. Nel report si calcola infatti la quota di profitti che le banche realizzano nei Paesi in cui non si pagano imposte, o se ne pagano pochissime, per realizzare profitti.

I paradisi fiscali e le banche

L’elenco dei paradisi fiscali è noto. L’Eu Tax Observer inserisce nella lista Bahamas, Bermuda, the British Virgin Islands, Cayman Islands, Guernsey, Gibilterra, Hong Kong, Irlanda, Isola di Man, Jersey, Kuwait, Lussemburgo, Macao, Malta, Mauritius, Panama e Qatar. È qui che le banche europee che vi operano spostano spesso alcune attività realizzando entrate molto superiori alle uscite, molto limitate visto anche il numero molto piccolo di dipendenti che vi lavorano effettivamente. La ragione è naturalmente che in questi Paesi (o colonie di Paesi) tali profitti saranno tassati molto poco, o nulla.

Due le banche italiane nell’elenco

Non tutte agiscono allo stesso modo, naturalmente e ci sono differenze notevoli nei numeri tra quelle esaminate dal centro di ricerca, ma un dato spicca subito: tra le cinque che derivano più utili dai paradisi fiscali due sono italiane, e sono tra le più grandi del nostro Paese, ovvero Intesa San Paolo e Monte dei Paschi di Siena.

paradisi fiscali

Le altre banche italiane che usano i paradisi fiscali

Non solo, questi due istituti sono anche tra quelli in cui la percentuale di profitti ottenuta in tale modo è cresciuta negli ultimi 10 anni, effettuando un confronto tra la media del 2014-2016 e del 2018-2020. In questi ultimi 3 anni è stata del 49,8% tale quota nel caso di Monte dei Paschi di Siena, era del 30,3% nel periodo esaminato precedente. Per Intesa San Paolo invece parliamo di un 24,6%, quasi raddoppiato rispetto al 12,5% del 2014-2016.

Quanti profitti ha fatto Hsbc grazie ai paradisi fiscali

A superare entrambi Hsbc, che ha ottenuto il 62,3% degli utili in paradisi fiscali, per esempio a Hong Kong. Le altre banche tra le prime 5 di questa classifica sono l’inglese Standard Chartered, con una fetta del 29,8% realizzata in tali Paesi, e la tedesca Nord LB, con il 27,6%. In questi casi però almeno non c’è stato un peggioramento rispetto ai dati del primo triennio esaminato, e anzi nel caso di Standard Chartered si assiste a una riduzione di tale percentuale.

Nell’elenco complessivo c’è un’altra banca italiana, la seconda più grande del Paese, Unicredit, che però è solo al 18esimo posto, con solo il 4,1% dei profitti che sfugge alla tassazione. Erano l’11% nel 2014-2016. Gli istituti più virtuosi, quelli in cui tale quota arriva a zero, sono l’inglese Nationwide e la tedesca Bayern Lb.

I paradisi fiscali e le tasse delle banche

Eu Tax Observatory ha calcolato anche che se fosse imposta a livello europeo una tassazione minima sui profitti delle banche del 15% le entrate per gli Stati aumenterebbero complessivamente nella Ue di 3-5 miliardi. Si tratta di quello che emerge dall’osservazione delle tasse pagate negli anni scorsi e dell’aliquota effettiva che è stata applicata. Nel 2019 per esempio ci sarebbero state entrate aggiuntive per 3,8 miliardi, naturalmente superiori all’1,7 del 2020, quando la pandemia ha ridotto di molto anche le imposte pagate in questo settore.

I benefici (e come funzionano) dei paradisi fiscali

Dei 3,8 miliardi in più del 2019 896 milioni sarebbero venute proprio dalle attività nei paradisi fiscali, che diventerebbero 2 miliardi e 80 milioni se invece del 15% l’aliquota minima fosse del 21%, e due miliardi e 887 milioni se fosse del 25%. Gran parte di queste entrate in più però andrebbero nel Regno Unito (qui considerata ancora nella Ue), dove sono maggiori i profitti delle banche a livello aggregato. Complessivamente per lo Stato italiano in realtà il beneficio non sarebbe enorme, ma tra i 100 e i 366 milioni, a seconda dell’anno che vogliamo utilizzare per fare i calcoli. Una tassazione unica in ogni caso deve essere frutto di una decisione politica, e siamo ancora lontanissimi da un accordo tra tutti gli Stati dell’Unione Europea.

I dati si riferiscono al 2014-2020

Fonte: Eu Tax Observatory

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