Il 75% lo usa al posto di Google ma solo il 26% conosce l’intelligenza artificiale
In Italia l’intelligenza artificiale generativa, quella tecnologia in grado di creare contenuti originali come testi, immagini o codici a partire da semplici input chiamati “prompt”, resta un fenomeno ancora lontano dall’essere parte della nostra quotidianità. Secondo l’”Indagine congiunturale sulle famiglie italiane”, condotta dalla Banca d’Italia tra agosto e settembre 2024, solo il 26% degli intervistati ha dichiarato di aver utilizzato strumenti di intelligenza artificiale generativa (Gen AI) almeno una volta nell’ultimo anno, mentre il 10% ne fa un uso almeno settimanale.
Numeri che appaiono ancora più contenuti se confrontati con il contesto internazionale: negli Stati Uniti, secondo una rilevazione della Federal Reserve Bank di New York citata nel report, quasi il 50% delle famiglie ha fatto uso di questi strumenti già a febbraio 2024. Il divario tra attenzione mediatica e utilizzo effettivo in Italia è dunque evidente. Nonostante la visibilità di piattaforme come ChatGPT, Google Gemini o Microsoft Copilot, l’adozione nel quotidiano da parte delle famiglie italiane rimane limitata e circoscritta.
Gli italiani conoscono solo ChatGPT
In Italia, l’intelligenza artificiale generativa significa quasi sempre ChatGPT. Tra chi ha utilizzato strumenti di Gen AI negli ultimi dodici mesi, il 79% ha indicato la piattaforma sviluppata da OpenAI come principale riferimento. Il distacco rispetto agli altri strumenti è netto.
Google Gemini, in precedenza noto come Bard, è stato utilizzato dal 31% degli utenti, mentre Microsoft Copilot e DALL-E si attestano entrambi al 5%. Altri strumenti, come Claude, Synthesia o Dream Machine, risultano marginali, davvero in pochi li conoscono. Un dato che riflette forse non tanto la penetrazione di ChatGPT, quanto la bassa conoscenza dello strumento da parte degli utenti italiani.
ChatGPT, è roba da italiani della Gen Z o Millenial
L’adozione dell’intelligenza artificiale generativa in Italia mostra divari significativi in base al genere, all’età e al settore lavorativo: il 30% degli uomini ha dichiarato di aver utilizzato strumenti di Gen AI negli ultimi dodici mesi, contro il 20% delle donne. Ancora più marcate le differenze generazionali. Tra gli under 35, la quota di utilizzatori raggiunge il 38%, mentre nella fascia 35-44 anni è pari al 34%. Nelle fasce d’età successive il dato scende sensibilmente: 22% tra i 45-54 anni, 16% tra i 55-64 anni e appena 6% tra gli over 65. Il divario tra under 35 e over 65 è quindi di 32 punti percentuali netti.
Le differenze si amplificano se si osservano i contesti lavorativi. Nel sottocampione composto da lavoratori e pensionati, l’uso regolare della Gen AI supera il 56% tra gli occupati nel settore dell’informazione e comunicazione (ICT) e si attesta attorno al 25% nei servizi professionali e scientifici e nell’istruzione. All’opposto, nei settori manifatturieri l’uso regolare è praticamente nullo.

L’istruzione (e non il reddito) incide sull’uso di AI
L’adozione dell’intelligenza artificiale generativa in Italia è fortemente influenzata dal livello di istruzione, ma non dal reddito. Secondo il report della Banca d’Italia, il 36% di chi possiede almeno una laurea o un titolo superiore ha utilizzato strumenti di Gen AI negli ultimi dodici mesi, contro il 18% tra chi ha al massimo un diploma di scuola secondaria inferiore. Un divario netto di 18 punti percentuali che sale a 26 punti nella fascia più giovane della popolazione, tra i 18 e i 34 anni. Anche l’uso settimanale della Gen AI segue lo stesso schema: tra i più istruiti la quota si attesta al 12%, mentre tra chi ha un livello di istruzione più basso scende al 5%.
Al contrario, il reddito non rappresenta un fattore discriminanti. Tra le famiglie con redditi più bassi e quelle con redditi più alti, l’uso dell’intelligenza artificiale generativa cambia di poco: le differenze sono inferiori a 3 punti percentuali. Il report sottolinea che questa assenza di correlazione può dipendere dal fatto che molti strumenti di Gen AI sono gratuiti o accessibili a costi contenuti, e che nei settori più digitalizzati è frequente trovare utenti con elevata istruzione anche tra chi ha redditi medio-bassi.
Gli italiani usano ChatGPT come fosse Google
Tra gli utenti italiani che hanno utilizzato strumenti di intelligenza artificiale generativa nell’ultimo anno, l’uso più frequente riguarda la ricerca di informazioni. Un dato che acquista ulteriore rilevanza se si considera che, per la prima volta, alcuni studi hanno registrato un calo nelle ricerche effettuate su Google. La Gen AI, in particolare ChatGPT, viene quindi sempre più spesso percepita come un’alternativa diretta ai motori di ricerca tradizionali, soprattutto per chi cerca risposte rapide e personalizzate.
Il 75% degli intervistati che dichiarano di aver fatto uso della Gen AI indica questo come scopo principale. È una percentuale nettamente superiore rispetto ad altri ambiti di utilizzo: il 29% la utilizza per l’assistenza alla scrittura, il 26% per attività creative, il 21% per l’intrattenimento e il 20% per il supporto all’apprendimento. Percentuali più contenute si registrano per la programmazione o per usi diversi non classificati.
Prevale più la fiducia che la preoccupazione per il posto di lavoro
Pur con qualche timore, una parte significativa dei lavoratori guarda all’IA generativa come a un possibile alleato, più che come a una minaccia diretta. Tra i lavoratori italiani, le aspettative positive sull’impatto dell’intelligenza artificiale generativa prevalgono nettamente sulle preoccupazioni: il 33% degli intervistati non pensionati ritiene che l’utilizzo della Gen AI possa migliorare la propria produttività sul lavoro. Il 27% si aspetta che questi strumenti possano creare nuove opportunità professionali.
Le preoccupazioni legate alla possibile perdita del posto di lavoro sono molto più contenute: solo il 13% valuta come sostanziale la probabilità di essere sostituito dall’intelligenza artificiale, mentre il 23% teme una riduzione dello stipendio o una crescita salariale più lenta a causa della sua diffusione. Inoltre, il 34% ritiene probabile che le proprie mansioni saranno influenzate dall’adozione di strumenti basati su Gen AI. Mentre il 42% degli intervistati si dice preoccupato che l’uso dell’intelligenza artificiale possa danneggiare le relazioni con colleghi e superiori sul posto di lavoro.
Sono meglio ancora le persone…
Nonostante la crescente diffusione degli strumenti di intelligenza artificiale generativa, la fiducia degli italiani continua a essere saldamente orientata verso i servizi gestiti da persone: il 65% degli intervistati dichiara di fidarsi di più di un essere umano rispetto a uno strumento di Gen AI per quanto riguarda i servizi finanziari, a fronte di appena l’8% che esprime fiducia maggiore verso l’intelligenza artificiale. Anche in ambiti come le decisioni di politica pubblica, il divario resta ampio: il 62% favorisce l’intervento umano, mentre solo il 12% si affida maggiormente all’IA.
La fiducia nei servizi gestiti da persone resta nettamente prevalente. Solo una minoranza degli intervistati si fida di più dell’IA, soprattutto in ambiti sensibili come i servizi finanziari (8%) e le politiche pubbliche (12%). Le percentuali salgono leggermente nei settori dell’istruzione (25% di fiducia verso l’IA, contro il 44% verso l’umano) e dell’informazione (20% contro 51%), ma anche in questi casi la maggioranza degli italiani preferisce ancora l’intervento umano.
Meglio ancora le persone soprattutto se si tratta di soldi
Nel sottocampione formato da lavoratori e pensionati, il livello di fiducia nei confronti dell’intelligenza artificiale applicata ai servizi bancari varia sensibilmente in base al settore professionale. Nel sottocampione lavoratori e pensionati, chi lavora nei servizi finanziari e tecnico-scientifici ha una propensione alla fiducia nella Gen AI più alta di 17 punti percentuali rispetto ai colleghi del settore manifatturiero.
Una percentuale che si discosta nettamente dal 6% registrato nel resto del campione, con una differenza di 17 punti percentuali netti. Questo dato suggerisce che l’esposizione diretta alle tecnologie e una maggiore familiarità con i processi automatizzati incidano positivamente sulla propensione a fidarsi dell’IA in contesti sensibili come quello finanziario.
Fonte: Banca d’Italia
Anno: 2024
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