Cittadinanza e lavoro, referendum senza quorum

Affluenza al 30,59%: meglio del 20,4% del 2022, ma lontana dall’87,7% del 1970

Dal 1946 a oggi, l’Italia ha visto ben 83 referendum nazionali: 77 abrogativi, 4 costituzionali, 1 di indirizzo e il celebre istituzionale del 1946 che sancì la nascita della Repubblica. Una lunga storia di democrazia diretta, come dimostrano i recenti casi de referendum sulla cittadinanza, che però negli ultimi anni sembra aver perso decisamente smalto, complici affluenze sempre più basse, ma soprattutto una crescente disaffezione degli elettori. E questo nonostante i quesiti che sono stati posti agli italiani siano estremamente importanti come, per esempio, il referendum sulla cittadinanza per il quale si è potuto votare l’8 e il 9 giugno 2025.

Malissimo il referendum della cittadinanza

Cinque i quesiti referendari sottoposti al voto nel 2025: quattro riguardavano il lavoro, un referendum la cittadinanza. Nessuno ha raggiunto il quorum del 50% più uno degli aventi diritto. L’affluenza si è fermata per i primi tre quesiti al 30,58% e per gli altri  due al 30,59%. I quesiti sul lavoro puntavano a rafforzare le tutele in caso di licenziamento illegittimo (89,06% di Sì). Chiedevano inoltre di eliminare i limiti ai risarcimenti nelle piccole imprese (87,71% di Sì), rendere obbligatoria la motivazione nei contratti a termine (89,05% di Sì) e estendere la responsabilità per gli infortuni anche ai committenti negli appalti (87,36% di Sì).

Il referendum sulla cittadinanza, sostenuto da +Europa e altre forze del centrosinistra, proponeva di ridurre da 10 a 5 anni la residenza regolare necessaria per presentare domanda. Ha ottenuto il 65,49% di voti favorevoli, ma anche un significativo 34,51% di contrari. Un dato che segnala un’opinione pubblica (votante) più divisa su questo tema rispetto agli altri.

Nonostante il largo consenso ottenuto su quattro dei cinque quesiti, l’astensione ha reso inefficace l’intera consultazione. Anche questa volta, la partecipazione è rimasta sotto la soglia di validità. Il dato conferma la crisi dello strumento referendario, già evidente nelle ultime tornate. Per molte forze politiche, soprattutto di opposizione, l’ultimo voto è stato più un’occasione per contarsi e misurare il consenso che una vera sfida per raggiungere il quorum. Con 83 referendum nazionali tenuti dal 1946 a oggi, l’Italia resta il terzo paese europeo per numero di consultazioni, dopo Svizzera e Liechtenstein.

Quorum referendum abrogativi, solo 39 su 77 validi

I referendum abrogativi permettono ai cittadini di esprimersi su una legge già esistente decidendo se mantenerla o cancellarla. Si tratta di uno degli strumenti più diretti di partecipazione democratica, ma anche uno dei più “esigenti”: perché l’esito sia valido, serve che alle urne si presenti almeno la metà più uno degli aventi diritto.

Dal 1974 al 2025 si sono svolti in Italia 77 referendum abrogativi. Fino al 2022 l’affluenza media era pari al 50,13%, ma con i risultati degli ultimi cinque quesiti la media è scesa al 48,86%. In ben 38 casi il quorum non è stato raggiunto, con un’affluenza media del 29,6%. Solo in 39 occasioni si è superata la soglia del 50% più uno degli aventi diritto, con un’affluenza media del 67,63%.

Nel tempo, la partecipazione è calata drasticamente. Nel 1974, per il referendum sul divorzio, votò l’87,7% degli elettori. Nel 1978 l’affluenza fu dell’81,2%, su due quesiti: uno sull’ordine pubblico, l’altro sul finanziamento pubblico ai partiti. In quegli anni il dibattito era acceso e la partecipazione massiccia. Nel 2022, per cinque quesiti sulla giustizia, l’affluenza è crollata al 20,4%. Un dato che mostra quanto il referendum si sia svuotato di efficacia. Da strumento di partecipazione si è ridotto, spesso, a formalità o terreno di calcolo politico.

referendum cittadinanza

L’inesorabile crollo dell’affluenza alle urne

L’interesse cominciò a calare già negli anni Ottanta: l’affluenza oscillò tra il 79,4% e il 65,1%, pur rimanendo ampiamente sopra il quorum. Ma fu negli anni Novanta che il segnale d’allarme diventò evidente: alcuni quesiti – come quelli sulla privatizzazione della RAI o sull’abrogazione del Ministero dell’Agricoltura – non superarono il 30% di affluenza. Il quorum del 50% è diventato così sempre più un ostacolo difficile da raggiungere e, in molti casi, un mezzo strategico per affossare il referendum, favorendo chi preferisce lo status quo semplicemente evitando di votare.

Negli anni Duemila il calo di partecipazione è diventato strutturale. L’unica eccezione è il referendum del 2011, che superò il quorum con un’affluenza del 54,8%. Si votò su acqua pubblica, nucleare, profitto nei servizi idrici e legittimo impedimento. Il contesto era segnato da una forte opposizione al governo Berlusconi. Dopo quella parentesi, è tornato il disinteresse. Nel 2022, i cinque quesiti sulla giustizia hanno attirato solo il 20,4% degli elettori.

Come sono andati i referendum costituzionali

In Italia si sono tenuti 4 referendum costituzionali tra il 2001 e il 2020, che – a differenza di quelli abrogativi – non prevedono il quorum per essere validi. Solo due di questi hanno prodotto un cambiamento concreto. Il primo è stato quello del 2001, con un’affluenza del 34,05% e la vittoria del “Sì” (64,21%) alla modifica del Titolo V della Costituzione, che ha ampliato le competenze delle Regioni. Il secondo è stato quello del 2020, con il 69,96% di “Sì” e un’affluenza del 51,12%, che ha approvato il taglio del numero dei parlamentari, in un contesto politico segnato dalla crisi post-Covid e da un’ampia convergenza tra maggioranza e opposizione.

Gli altri due referendum non hanno superato la prova delle urne. Nel 2006, il 61,29% votò “No” a una riforma costituzionale voluta dal centrodestra e l’affluenza fu del 52,46%. Ancora più alta la partecipazione nel 2016 (65,48%), quando il “No” (59,12%) bloccò la riforma Renzi-Boschi, in un clima polarizzato che si trasformò in un vero e proprio voto politico contro il governo. In sintesi, solo quando la riforma è stata sostenuta da un ampio consenso e un basso tasso di conflittualità politica, il referendum ha portato a un cambiamento effettivo.

…e quello istituzionale e quello di indirizzo

Si è tenuto un solo referendum istituzionale, ma ha segnato un passaggio storico: il 2 giugno 1946, con un’affluenza dell’89,1%, gli italiani furono chiamati a scegliere tra monarchia e repubblica. Vinse la repubblica con il 54,3% dei voti. Il voto avvenne in un clima di ricostruzione dopo la guerra e la caduta del fascismo, ed è considerato l’atto di nascita della Repubblica Italiana.

L’unico referendum di indirizzo si è svolto il 18 giugno 1989. Si votava in un clima di forte spinta verso l’integrazione europea. Il quesito, di tipo consultivo e non vincolante, chiedeva se conferire al Parlamento europeo un mandato costituente. L’affluenza fu dell’80,7%, con l’88% dei voti a favore. Quella data segnò anche un primato: 37.560.404 cittadini si recarono alle urne, il numero più alto mai registrato in un referendum italiano. Pur senza effetti giuridici immediati, fu una presa di posizione netta sul futuro dell’Unione Europea.

 

Fonte: Ministero dell’Interno
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