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Utili a 5 miliardi nel 2018 per l’azienda, nei primi 9 mesi 2019 ha perso 500 milioni

Arcelor Mittal ha presentato dopo una lunga trattativa con il governo giallorosso un nuovo piano per l’ex Ilva di Taranto: prevede 4.700 esuberi entro il 2023, di cui 2.900 immediati. Nei piani dell’azienda potrebbe aumentare la produzione da 4.500 tonnellate di acciaio a 6.000, sostituendo il forno Afo2 nel 2023 con uno elettrico, a minore impatto ambientale ma anche occupazionale.

Una proposta “irricevibile” per i sindacati, che ha già annunciato uno sciopero per il 10 giugno. Il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, si è detto “deluso” dai “passi indietro” fatti dall’amministratore delegato di Arcelor Mittal Lucia Morselli. Adesso, si aspetta la contro proposta del governo.

Cos’è Arcelor Mittal?

Arcelor Mittal è il colosso dell’acciaio controllato dal miliardario indiano Lakshmi Mittal, uno degli uomini più ricchi del mondo. L’azienda ha registrato nei primi nove mesi del 2019 una perdita di 572 milioni di dollari (516 milioni di euro) dopo aver ottenuto un utile di 3.956 milioni di dollari (3.572 milioni di euro) nello stesso periodo del 2018. Nel 2018, invece, ha distribuito utili per 5 miliardi, un terzo dei quali – secondo gli analisti – sono finiti ai componenti della famiglia Mittal.

L’azienda ha rivisto al ribasso le sue aspettative di domanda di acciaio negli Stati Uniti e in Europa. Ma la agenzie di rating non prevedono cali significativi nei dividendi da distribuire agli azionisti. Intanto, però, l’acciaio europeo è sempre più in crisi. Per dare esempi concreti: tra il primo trimestre 2018 e settembre 2019 il prezzo del coils a caldo, quello prodotto dall’Ilva, è precipitato mediamente da circa 550 a meno di 400 euro alla tonnellata.

Primo produttore

ArcelorMittal non è solo il primo produttore di acciaio in Europa, ma non teme rivali neanche a livello mondiale. La società, che ha deciso di ritirare la sua offerta d’acquisto per l’ex Ilva di Taranto, ha aumentato il fatturato da 68,67 miliardi a 76 miliardi di dollari del 2018. Il gruppo è indiano, ma ha il suo quartier generale in Lussemburgo ed è quotato sulle Borse di Parigi, Amsterdam, New York, Bruxelles, Lussemburgo e Madrid. Lo guidano da Londra gli indiani Lakshmi Mittal (fondatore del gruppo Mittal nel 1976) e il figlio Adyta.

L’azienda ArcelorMittal nasce nel 2006 quando la multinazionale indiana Mittal Steel Company rileva il produttore dell’acciaio dell’Europa occidentale Arcelor. L’acquisizione viene fatta attraverso un’offerta pubblica di acquisto lanciata dopo il fallimento di una precedente fusione pianificata tra Arcelor e la russa Severstal a causa della mancanza del consenso della maggioranza degli azionisti. Subito dopo l’operazione portata a termine da Lakshmi Mittal la nuova azienda  è nata come la più grande impresa siderurgica del mondo con il 10% della produzione globale e e un fatturato di 105 miliardi di dollari. Adesso ArcelorMittal ha 209mila dipendenti.

Leader incontrastato

Come si vede dal grafico in alto, sul mercato europeo della produzione di metalli ArcelorMittal non teme concorrenza. Le entrate complessive delle altre quattro aziende concorrenti (55,970 miliardi di dollari) non raggiungono quelle della singola ArcelorMittal. Norsk Hydro, a maggioranza norvegese e specializzata nella produzione di alluminio, è seconda in classifica con entrate per 17,29 miliardi dollari. L’austriaca Voestalpine ha un volume di entrate da 14,77 miliardi di dollari. Ancora più staccate in classifica la russa GMK, specializzata nella produzione di nichel e palladio, con 12,42 miliardi di dollari di entrate, e la tedesca Aurubis, nel settore del rame, con 11,49 miliardi di dollari di entrate.

Il caso dell’ex Ilva

ArcelorMittal, però, ha fatto partire le procedure per lasciare l’Ilva di Taranto chiedendo due condizioni per ripensarci: la possibilità di fare 5mila esuberi, una norma che consenta l’uso per almeno 14-16 mesi dell’altoforno 2 che, altrimenti, verrebbe spento a metà dicembre per decisione dei magistrati. L’azienda chiederebbe anche il ripristino dello scudo che la tutela rispetto alle responsabilità penali della precedente gestione. Ma il governo si è già detto disponibile ad accettare questa condizione. Sulle altre, invece, non se ne parla. Il Governo, però, si è diviso sul tema e il M5S è spaccato al suo interno mentre avanza sempre di più l’ipotesi nazionalizzazione.

Sei milioni di tonnellate

Il polo siderurgico di Taranto dà lavoro a circa 17mila persone tra dipendenti e lavoratori dell’indotto. Ha una capacità di produzione di acciaio di 6 milioni di tonnellate annue. Ora, però, l’ex Ilva Taranto perde 2 milioni di euro al giorno, ovvero 60 milioni al mese. La produzione è ferma a 4,5 tonnellate annue, quando a pieno regime potrebbe produrne 6. Ad aggravare la situazione, l’aumento del costo della materia prima (i minerali) e la guerra dei dazi tra Usa e Cina.  All’orizzonte due scenari possibili. Lo Stato che si fa carico della gestione aziendale attraverso anche Cassa Depositi e Prestiti. Oppure si fa avanti Jindal, colosso indiano arrivato secondo nella gara di gestione dell’ex Ilva.

I dati si riferiscono al 2019

Fonte: Financial Times

Leggi anche: L’inquinamento fa almeno 450mila morti in Europa

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