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Per i giapponesi 1787 euro ogni anno dal 1990, ma i cinesi hanno fatto meglio

La globalizzazione è stata il motore della crescita mondiale dal 1990 in poi, all’incirca dalla fine della Guerra Fredda e dalla rigida divisione del mondo in blocchi. L’epoca di liberalizzazione dei viaggi e dei commerci per la fondazione tedesca Beltesmann Stiftung, il cui studio è stato ripreso dal Think Thank del Parlamento Europeo, è stata cruciale per lo sviluppo di tutti i Paesi, ma l’impatto che ha avuto su questi non è stato uniforme.

In alcuni è stato più decisivo per incrementare il tasso di crescita dei redditi e controbilanciare altri fattori che al contrario lo hanno spinto al ribasso. Tra questi come la grande recessione del 2008-09, oppure la maturità dell’economia stessa, ovvero la presenza di redditi già molto alti che tipicamente portano un Paese ricco a crescere meno una volta raggiunto un certo livello.

La globalizzazione è servita, a dispetto di quello che generalmente molti pensano, a evitare l’eccessivo rallentamento della crescita dei Paesi già più ricchi, che altrimenti sarebbero andati incontro a una stagnazione peggiore.

Il Giappone ha frenato il declino con la globalizzazione

Un esempio è il Giappone. Il quale risulta al primo posto per euro pro capite guadagnati ogni anno dal 1990 al 2018 grazie al processo di globalizzazione. Gli economisti della fondazione hanno calcolato quanto sarebbe aumentato il reddito senza l’apertura dei commerci, e il contributo di questi è la differenza rispetto alla crescita avvenuta effettivamente. E per il Sol Levante ammonta a 1.787 euro pro capite ogni anno. Il Giappone è noto per avere subito un deciso rallentamento dell’aumento del PIL dopo i suoi ruggenti anni ’80, ma secondo questo studio senza globalizzazione la frenata sarebbe stata peggiore. Del resto è una delle economie mondiali che più di tutte dipende dalle esportazioni, più che dal mercato interno, e la globalizzazione in questo caso ha contato.

Dopo vengono una serie di Paesi piccoli, che per motivi strutturali si affidano al commercio internazionale, e in particolare all’esportazione di prodotti tecnologici e servizi avanzati. L’Irlanda, sede di molte multinazionali, in cui non a caso ogni cittadino ha visto incrementarsi il reddito di 1.609 euro dopo il 1990, e poi la Svizzera, Finlandia, Israele, i Paesi Bassi, tutti Paesi sedi di grandi aziende che in vari settori, dalla difesa all’informatica, alla meccanica di precisione, alla farmaceutica, sono leader mondiali e che tali non potrebbero essere senza la globalizzazione.

La Germania è settima, con un guadagno aggiuntivo di 1.012 euro l’anno. Del resto sempre più nel corso degli ultimi decenni ha fondato la propria crescita sulle esportazioni, in particolare quelle extra-UE, per esempio in Cina, fino a raggiungere il maggior surplus a livello mondiale, anche a costo di generare critiche in Europa.

L’Italia ha beneficiato della globalizzazione più di Francia e USA

L’Italia è al 18esimo posto, con un aumento del reddito pro-capite di 742 euro all’anno. Davanti anche a Francia, Spagna, USA, tutti Paesi in cui pure il PIL ha avuto una crescita maggiore in questi 30 anni. Questo vuol dire, un po’ come per il Giappone, che da un lato la globalizzazione è stata per noi più importante di quello che si pensa, e dall’altro che generalmente da sola non basta.

Può aiutare quei Paesi in cui la domanda, gli investimenti, la produttività interni sono insufficienti e carenti, come il nostro, a limitare il proprio declino. Tuttavia Francia e USA mostrano che anche chi come essi ne ha beneficiato meno, con incrementi annui pro capite di reddito di 625 e 452 euro rispettivamente, può più che compensare la relativamente minore apertura e dipendenza dai mercati internazionali tramite di aumenti di produttività maggiori e un mercato interno più vivace, con conseguenti crescite salariali più importanti,

I Paesi dell’Europa Orientale, così come i colossi India, Cina, Nigeria, risultano molto più in basso in questa classifica. In valore assoluto il reddito in più generato dalla globalizzazione è stato più limitato, solo di 24 euro all’anno a testa in India per esempio, di 95 in Cina. In questi casi tuttavia quello che conta in realtà è l’aumento percentuale, visto che si partiva nel 1990 da redditi pro-capite di fatto da Terzo Mondo o quasi in Asia e parte dell’Europa dell’Est, con poche eccezioni.

Cinesi vincitori in termini percentuali

E  infatti così come si vede nell’infografica sono i cinesi quelli che a livello di crescita percentuale hanno beneficiato di più della globalizzazione, con un aumento del 618% del loro reddito pro capite attribuibile a essa. Dopo viene la Corea del Sud, con il 373%, che ha avuto uno sviluppo eccezionale, orientato all’export, nonostante non partisse così in basso come la Cina, seguendo le orme del Giappone con un paio di decenni di ritardo. In Europa invece il guadagno percentuale maggiore è stato quello di polacchi e ungheresi, con rispettivamente un +366% un +352%. Non solo il reddito di partenza dopo il comunismo era molto minore di quello dell’Europa Occidentale, ma più di altri vicini orientali hanno saputo approfittare di alcune delle caratteristiche della globalizzazione, gli investimenti internazionali e la delocalizzazione di industrie da Paesi in cui i costi, del lavoro ma non solo, erano superiori.

In questo caso l’Italia risulta ancora più indietro, al 33esimo posto su 45, con un aumento dei redditi del 112% in 28 anni grazie alla globalizzazione. E’ un dato inferiore a quello goduto dai tedeschi, del 142%, ma superiore al +100% degli spagnoli e all’85% dei francesi. Penultimi gli americani, con un +45% che forse spiega anche il recente scetticismo verso il libero commercio, molto maggiore Oltreoceano che in Cina o Germania, non a caso.

I dati si riferiscono al periodo 1990-2018

Fonte: Beltesmann Stiftung

Leggi anche: I numeri del dumping cinese (e perché lo fanno)

 

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