I numeri del dumping cinese (e perché lo fanno)

dumping cinese
L’Unione europea ha appena aperto nuove indagini per contrastare il fenomeno. Ma che cos’è?


La Commissione europea ha appena aperto nuove indagini anti-dumping, questa volta contro le importazioni di acciaio turco. Un classico. I dati sul fenomeno più aggiornati sono quelli di uno studio del Parlamento europeo. Il grafico mostra in rosso il numero di provvedimenti antidumping in vigore nell’Unione Europea, divisi per Paese che hanno portato a una sanzione. Come si vede, il dumping cinese è oggetto di ben 53 provvedimenti in vigore: Indonesia (7 provvedimenti), Malesia (6 provvedimenti), Russia (6 provvedimenti, 1 indagine), India (5 provvedimenti) e Taiwan (5 provvedimenti, 1 indagine).

Che cos’è il dumping cinese

E’ una pratica commerciale scorretta che consiste nel vendere i propri prodotti a prezzi stracciati, spesso inferiori ai costi di produzione, con l’intento di mettere fuori mercato la concorrenza. Quando qualche azienda extra europea mette in atto questo tipo di azioni l’Ue apre un’indagine, di solito su richiesta delle aziende europee del settore. Se le accuse di dumping si rivelano fondate, vengono presi provvedimenti che consistono nell’introdurre di dazi, in modo da riportare i prezzi delle merci provenienti dall’estero a livelli normali. I provvedimenti antidumping sono fondamentali per salvaguardare i posti di lavoro in Europa. I dazi in vigore al momento riguardano soprattutto i settori metalmeccanico e manifatturiero, in particolare la produzione di biciclette (27.800 posti di lavoro salvati dai dazi), viti e bulloni (20mila posti di lavoro), stoviglie in ceramica (oltre 100mila posti di lavoro), pannelli solari (25.100 posti di lavoro) e le scarpe con tomaia in pelle, prodotte al 70% da piccole aziende in Italia, Spagna e Portogallo, che senza i provvedimenti antidumping sarebbero destinate al fallimento.
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Le azioni antidumping verso la Cina

Il grafico sopra mostra, invece, il tasso di utilizzo degli impianti produttivi cinesi in sei settori: acciaierie, produzione di alluminio, cementifici, raffinerie, estrazione del gas naturale e cartiere. Come si vede, in tutti questi settori, il tasso di utilizzo nel 2014 si è molto ridotto rispetto al 2008. Gli impianti metalmeccanici sono sottoutilizzati nonostante la Cina sia riuscita ad aumentare la propria quota nel mercato mondiale dell’acciaio grezzo dal 25,6% nel 2004 al 49,2% nel 2014, perché la domanda interna si è molto ridotta. Per questo, sta cercando di aumentare ancora le vendite all’estero. Con tutti i mezzi.

I dati si riferiscono al 2016
Fonte: Eprs

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