Tfr in azienda o a fondi? Ecco chi vince nei rendimenti

Quelli azionari, in un anno, hanno reso fino al 18,9%. L’Inps si è fermata al 3,9%

Rischiare conviene, affidare il proprio ai fondi pensione invece che lasciare il Tfr in azienda o all’Inps porta a rendimenti molto più importanti. Questo è il succo dell’ultimo report del Covip (Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione).

Come si calcola il proprio Tfr

Che cosa è il Tfr? Si tratta del trattamento di fine rapporto, introdotto nel 1982 al posto della già esistente indennità di anzianità, ed è la somma che l’azienda deve dare al lavoratore quando il suo rapporto di lavoro cessa, per qualsiasi motivo. La cosiddetta buonuscita, insomma. Di fatto è un fondo che viene alimentato ogni mese dal datore di lavoro, che deve corrispondere in un anno una quota pari alla retribuzione annuale divisa per 13,5.

Ogni anno la rivalutazione del Tfr

Annualmente il Tfr viene rivalutato dell’1,5% più il 75% dell’incremento dell’indice dei prezzi, costituendo quindi di fatto una riserva che il lavoratore potrà usare alla fine della propria carriera. È grazie a questo che, soprattutto in passato, molte famiglie avevano potuto acquistare una casa per sé o per i figli.

La competizione tra fondi pensione e Tfr in azienda

Nel 2007 è entrata in vigore una legge, approvata nel 2005, che ha introdotto un elemento di concorrenza nella gestione di questi fondi. In base a questa legge ogni lavoratore è stato chiamato a scegliere se tenere il proprio Tfr in azienda (in caso abbia meno di 50 dipendenti) o al fondo Inps corrispondente (se gli addetti sono più di 50), oppure se affidarlo a fondi di previdenza complementare. Questi ultimi fino a quel momento in Italia non erano stati molto popolari, a differenza di quanto da tempo avveniva all’estero, ma questa legge ha contribuito a sdoganarli presso il grande pubblico anche nel nostro Paese.

Il rendimento del Tfr

Nel tempo a trarne beneficio sono stati sia i lavoratori che, naturalmente, tutti quei soggetti del mondo finanziario, banche, assicurazioni, Sicav (società di investimento a capitale variabile), ecc che gestiscono tali accantonamenti obbligatori. I numeri di Covip sul numero di lavoratori dipendenti che hanno scelto di affidare il proprio trattamento di fine rapporto ai fondi pensione e i numeri sul rendimento che questi hanno realizzato sono eloquenti. Cominciamo dalle cifre sugli aderenti.

Gli iscritti alla previdenza complementare  sono 9,7 milioni

Secondo la Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione nel 2011 erano 5.536.780 gli italiani che avevano aderito a qualche forma di previdenza complementare. A dicembre 2021 nonostante le varie crisi, quella dell’euro e della pandemia, questo numero è salito a 9.744.595, il 76% in più. Di questi circa 7 milioni sono dipendenti privati. Di cosa parliamo però nello specifico quando citiamo i fondi pensione come destinazione del Tfr e di altri risparmi? Ce ne sono di diversi tipi.

tfr in azienda

Quali fondi pensione hanno attirato più lavoratori

Vi sono innanzitutto i fondi pensione negoziali. Sono quelli riservati solo a lavoratori che sono inquadrati in determinati contratti collettivi che prevedono il conferimento del Tfr proprio a tali fondi, tanto che l’adesione a questi è tacita se entro sei mesi dall’inizio del lavoro il dipendente (o socio di cooperativa) non ha scelto diversamente. Proprio per questa loro natura la loro gestione è in mano ad organismi di controllo in cui anche i lavoratori hanno una rappresentanza. Negli ultimi 10 anni coloro che vi hanno aderito sono passati da 1.994.280 a 3.456.975.

Il Tfr può andare anche a fondi pensione aperti

Importante è stata anche la crescita degli iscritti a fondi pensione aperti. Sono quelli istituiti da banche, compagnie di assicurazione, società di gestione del risparmio (Sgr) e società di intermediazione mobiliare (Sim), cui i lavoratori possono aderire a livello individuale ma anche collettivo se in un’azienda si raggiunge un accordo in tal senso. Dato particolarmente importante: questi sono gestiti in modo separato dagli altri già esistenti della società che li ha istituiti. In questo caso gli iscritti, che 10 anni fa erano 881.311, sono diventati nel dicembre 2021 1.735.450. Una quota importante di questi, il 45%, è costituita da lavoratori autonomi, che, seppure non debbano mettere da parte ufficialmente un Tfr, possono fare versamenti individuali.

I fondi pensione gestiti dalle assicurazioni

Una terza tipologia di fondi pensione alternativi per la gestione del Tfr è quella dei Pip. Sono i piani individuali pensionistici, istituiti da compagnie di assicurazione. Si tratta di fatto di assicurazioni sulla vita, per cui in seguito a versamenti periodici a una certa età comincia l’incasso del capitale con relativo rendimento. Questi fondi possono essere a gestione separata, perché trattati come autonomi, o “unit linked,” ovvero legati all’andamento di altri fondi dell’assicurazione, che possono essere di vario tipo,  quindi anche azionari, e quindi più rischiosi. Questa forma di previdenza complementare è su basi completamente individuali, non possono esservi accordi aziendali di adesione. Secondo gli ultimi dati sono quasi 4 milioni gli italiani che si sono iscritti ai Pip, ovvero 3.951.352. Erano 2.025.331 nel dicembre 2011.

Le grandi differenze di rendimento tra le diverse gestioni

Vi sono poi i cosiddetti fondi preesistenti. Sono quelli che erano stati istituiti prima della legge del 2005, e che sono rimasti attivi. Il numero degli aderenti, che già nel 2011 era particolarmente ridotto, di poco meno di 665mila persone, è sceso in 10 anni, a 645mila.

Tra i motivi della sempre maggiore importanza delle nuove forme di previdenza vi è certamente il rendimento che riescono a generare. Lo vediamo nella nostra infografica. Nell’ultimo anno, caratterizzato da un rimbalzo sia delle Borsa che dell’inflazione e dell’economia in generale, la crescita del valore dei fondi pensione negoziali è stata del 4,9%, ma ancora superiore è stato il rendimento netto di quelli aperti, del 6,4%. I più convenienti, però, sono stati i Pip “unit linked”, che ne hanno messo a segno un rendimento dell’11,1%.

In particolare i fondi pensione individuali che fanno dipendere il valore del Tfr dall’andamento di fondi azionari hanno visto un rendimento medio di ben il 18,9%. Molto superiore alla rivalutazione legale del Tfr in azienda e Inps, che è stata del 3,9%.

Il confronto tra i rendimenti dei fondi pensione e del Tfr in azienda

Il 2021 è stato un anno particolare, ma anche se osserviamo questi numeri da una prospettiva decennale notiamo come sia convenuto rischiare un po’ di più e affidare il trattamento di fine rapporto ai fondi. Tra il 2011 e il 2021 il Tfr non investito ha goduto di una crescita del proprio valore mediamente di solo l’1,9% annuo, mentre il rendimento dei fondi negoziali è stato del 4,1% e quello dei fondi aperti del 4,6%, sempre annuo. Anche in questo caso, però, sono stati i Pip, i piani individuali pensionistici “Unit Linked”, ad essere i più convenienti, con un incremento medio annuo del 5% e uno del 7,2% per quanto riguarda quelli collegati agli indici azionari.

Del resto in tempi di crisi del sistema pensionistico, con i lavoratori destinati a ritirarsi sempre più tardi e con assegni sempre più ridotti, riuscire a ricavare rendimenti maggiori dal Tfr sembra essere una delle poche strade per avere una vecchiaia dignitosa.

I dati si riferiscono al 2011-2021

Fonte: Covip

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