Dividendi più alti in Italia: 4,2% contro il 2,8% tedesco

Unipol, Mediolanum, Intesa e Poste sopra il 6%, la classifica delle 10 maggiori società

Conviene investire in azioni italiane? Guardando ai dividendi attesi nel 2026, la risposta è sì. A Piazza Affari il rendimento da dividendo medio risulta più alto rispetto a quello delle principali Borse europee, aumentando le probabilità di incassare cedole più ricche. Secondo le stime FTSE Russell e Kepler Cheuvreux, il dividend yield medio del FTSE MIB nel 2026 è pari al 4,2%. Un livello superiore a quello di molti altri grandi listini: il DAX tedesco si ferma al 2,8%, il CAC 40 francese al 3,9%, l’IBEX 35 spagnolo al 4,0%, mentre l’Euro Stoxx 50 non va oltre il 3,5%. Ancora più distante il mercato americano, con l’S&P 500 che offre un rendimento medio da dividendi di appena 1,4%.

Non è un vantaggio episodico, ma una tendenza che si sta consolidando. Il contesto del 2026 va nella stessa direzione, perché le società quotate italiane continuano ad aumentare le risorse destinate ai dividendi. Secondo le stime di Allianz Global Investors, Piazza Affari potrebbe distribuire 38,6 miliardi di euro nel 2026, circa il 7% in più rispetto al 2025. In un panorama europeo in cui i rendimenti medi da dividendi restano più contenuti, questo rafforza il posizionamento del mercato italiano come uno dei più interessanti per chi punta su flussi di reddito regolari e prevedibili nel tempo, più che sulla sola crescita delle quotazioni.

Cos’è il dividend yield e come funziona

Cos’è il dividend yield e perché è così importante per chi investe in azioni? Il dividend yield indica quanto rende un investimento grazie ai dividendi, cioè ai soldi che le aziende distribuiscono periodicamente agli azionisti. Si calcola in modo molto semplice: dividendo annuo diviso per il prezzo dell’azione, espresso in percentuale. In pratica risponde a una domanda concreta: quanti euro incasso ogni anno, solo di dividendi, rispetto a quanto ho investito?

Un esempio per capire di cosa stiamo parlando. Ma soprattutto per dire di “quanto” stiamo parlandodo. Investendo 10.000 euro in azioni italiane, con un dividend yield medio del 4,2%, il ritorno annuo da dividendi è di 420 euro. La stessa cifra investita sul mercato tedesco, dove il dividend yield del DAX è al 2,8%, genera 280 euro. In questa differenza si trova il motivo per cui il dividend yield viene così monitorato con attenzione da chi cerca un’entrata periodica e prevedibile, e non solo il guadagno legato alle oscillazioni dei prezzi in Borsa.

Quali sono i settori con dividendi più alti

L’Italia tende a “rendere di più” soprattutto per la struttura del FTSE MIB, fortemente concentrata su banche, energia, utility e società infrastrutturali, settori che per modello di business generano flussi di cassa regolari e li distribuiscono agli azionisti con maggiore continuità rispetto ai comparti più ciclici. Non a caso, nella top 10 dei titoli del FTSE MIB per dividend yield stimato prevalgono le banche, affiancate da energia e infrastrutture essenziali come le reti di telecomunicazione.

Secondo le principali proiezioni per il 2026 i rendimenti medi da dividendo superano il 6,2% per le banche, il 5,6% per l’energia, il 5,3% per utility e infrastrutture e il 4,8% per le telecomunicazioni. Si tratta di attività meno esposte ai cicli economici, con ricavi più stabili e prevedibili, come dimostra il fatto che l’85% delle società di questi settori ha aumentato i dividendi tra il 2021 e il 2025, sostenendo cedole elevate e regolari nel tempo.

E quali sono i settori con dividendi più deboli

All’estremo opposto si collocano i settori più deboli attesi nel 2026, come consumi discrezionali, automotive e lusso. Parliamo di aziende che producono o vendono beni non essenziali – auto, abbigliamento, viaggi, elettronica, arredamento – e che dipendono molto dalla spesa delle famiglie e dal ciclo economico. Sempre secondo le principali stime, questi comparti mostrano dividend yield medi inferiori al 2,5%: le aziende che producono consumi discrezionali si fermano al 2,1%, automotive 1,8%, lusso 2,3%.

Anche a livello di singole aziende la differenza è evidente: Ferrari ha uno dividend yield intorno all’1,2%, mentre Stellantis sale al 3,5%, ma con una forte volatilità legata agli utili. Non è un caso: nei periodi di recessione, tra il 2008 e il 2020, i dividendi medi di questi settori sono scesi del 25%, rendendo più difficile garantire cedole elevate e regolari rispetto ai comparti più difensivi.

Perché alcune aziende pagano più dividendi

Poi c’è il tema delle politiche di payout, cioè la scelta di quanta parte degli utili un’azienda decide di distribuire agli azionisti sotto forma di dividendi. In Italia molte grandi società hanno storicamente un approccio più orientato alla remunerazione periodica, soprattutto nei settori maturi proprio come quelli di banche, utility ed energia. Un esempio chiarisce subito il meccanismo. Due aziende guadagnano entrambe 1 miliardo di euro: la prima ne distribuisce il 60%, cioè 600 milioni, la seconda solo il 20%, pari a 200 milioni. A parità di valore di Borsa, la prima offrirà un dividendo per azione più alto e quindi anche un dividend yield più elevato.

È una scelta che ha senso quando l’azienda genera cassa in modo stabile e non ha bisogno di reinvestire gran parte degli utili per crescere. Il payout medio stimato del FTSE MIB per il 2026 è intorno al 58%.Per l’S&P 500, l’indice che raccoglie le 500 maggiori società quotate negli Stati Uniti, la quota scende a circa 40%. In pratica, le aziende italiane distribuiscono più della metà degli utili sotto forma di dividendi. Le grandi aziende americane, invece, ne distribuiscono una quota più bassa e preferiscono spesso remunerare gli azionisti in altri modi. Negli Stati Uniti, ad esempio, una parte rilevante della remunerazione passa dai buyback: solo nel 2025 i riacquisti di azioni hanno superato 800 miliardi di dollari. In Europa — e in Italia in particolare — la preferenza va invece ai dividendi. Anche per questo, il mercato italiano mostra rendimenti da dividendo più elevati rispetto ad altri listini internazionali.

dividendo azioni

Perché l’Italia rende di più

Oltre ai dividendi contano anche i prezzi delle azioni. Il dividend yield dipende infatti da due fattori: quanto dividendo viene pagato e quanto costa l’azione. Se il dividendo resta uguale ma il prezzo scende, il rendimento percentuale aumenta automaticamente. Esempio: un’azione che paga 1 euro di dividendo rende il 5% se vale 20 euro, ma sale al 6,7% se il prezzo scende a 15 euro.

È qui che entra il cosiddetto “risk premium” italiano: il mercato richiede un rendimento più alto per compensare un rischio percepito maggiore. Questo spesso si traduce in prezzi più bassi delle azioni rispetto agli utili e ai dividendi che producono. Per questo il mercato italiano può apparire più generoso nei dividendi non solo perché distribuisce di più, ma anche perché vale meno a parità di risultati.

Quali sono i titoli che pagano più dividendi

Negli ultimi anni, tra le azioni italiane più generose in termini di dividend yield compaiono soprattutto alcuni nomi ricorrenti. Unipol, Banca Mediolanum, Intesa Sanpaolo e Poste hanno registrato rendimenti da dividendo mediamente elevati, spesso superiori al 6%, grazie a utili solidi e a politiche di distribuzione molto generose. Accanto alle banche compaiono anche gruppi non finanziari come Poste Italiane ed Eni, che negli ultimi anni hanno garantito cedole consistenti e regolari.

È importante però distinguere tra yield elevato e dividendi totali staccati: un titolo può offrire un rendimento percentuale alto perché il prezzo è basso, ma in valore assoluto distribuire meno di un grande gruppo. Guardando agli importi complessivi, infatti, il peso maggiore è sostenuto dai big di Piazza Affari come Enel, Intesa Sanpaolo, Stellantis ed Eni, che ogni anno distribuiscono miliardi di euro di dividendi e contribuiscono in modo decisivo al rendimento complessivo del mercato italiano.

Come sono cambiati i dividendi italiani negli ultimi anni

Negli ultimi cinque anni i dividendi italiani hanno seguito un percorso piuttosto lineare. Il 2020 è stato un anno di rottura, con un calo del 32% dei dividendi del FTSE MIB, legato alla pandemia e soprattutto allo stop imposto alle banche da BCE e Bankitalia. Dal 2021 è partita la ripresa: le cedole sono cresciute del 28% e nel biennio 2022–2023 molte società hanno recuperato, e in diversi casi superato, i livelli pre-Covid, con l’85% delle banche tornate a distribuire dividendi dopo lo zero del 2020.

Nel 2024–2025 la distribuzione si è consolidata, nonostante un contesto tutt’altro che semplice, tra inflazione al 2,1% in Italia e tassi BCE al 3,25%. Il dato più significativo è questo: tra il 2019 e il 2025 il FTSE MIB ha perso circa il 15%, ma i dividendi netti sono cresciuti dell’11%. Ancora più marcata la dinamica nel periodo post-Covid. Tra il 2021 e il 2025 i dividendi cumulati sono aumentati del 162% rispetto al 2020, passando da 22,1 a 36,1 miliardi di euro. In altre parole, i prezzi hanno oscillato, mentre i dividendi sono rimasti più stabili e in molti casi sono aumentati. Questa tenuta è stata trainata soprattutto dal recupero della redditività bancaria, con un ROE in crescita di circa il 5% annuo nel biennio post-shock.

 

I dati sono aggiornati al 2025
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