Il valore del “sottostante” è 3 volte il Pil. Sono di più i titoli in perdita di quelli che guadagnano
Una cifra monstre, pari a 3 volte il nostro Pil. Tanto valgono i derivati presenti nel sistema finanziario italiano. Lo rivelano i dati di fine 2018 di Banca d’Italia, basati su un’indagine effettuata dal Committee on the Global Financial System (CGFS). Ebbene, nelle istituzioni bancarie italiane sono presenti derivati finanziari “over the counter” (ovvero al di fuori dei mercati regolamentati) che “fanno riferimento” a 6.656,9 miliardi di dollari. La cifra corrisponde al valore complessivo di sottostanti, azioni, titoli e obbligazioni su cui si basano gli stessi derivati in Italia. Rispetto a giugno 2018 c’è stato un calo del 4,9%. Una buona notizia, perché significa che negli ultimi mesi dell’anno scorso sono stati impacchettati in derivati meno capitali rispetto al passato. Ma non è così per tutti gli strumenti finanziari.
Attenzione, però: questo è il valore dei titoli “sottostanti”, il cui valore può cambiare (facendo cambiare il valore dei derivati che ad essi solo legati. Ma se vogliamo capire il valore nominale dei derivati venduti in Italia bisogna sommare sia i derivati in senso stretto che i Cds (di cui si parla più avanti) e il risultato è di 1.667 miliardi di dollari. In pratica questa è la somma di denaro che è stata investita in strumenti cosiddetti “tossici”.
Derivati in Italia da brividi
Come si vede dal grafico sopra, gran parte dei derivati in Italia, l’85,9%, è sui tassi d’interesse. Di che si tratta? Di contratti per cui per esempio una banca si impegna a pagare a un’azienda una certa somma, qualora il tasso variabile a cui si è sottoscritto un mutuo dovesse diventare più oneroso di una certa soglia. Se invece l’ammontare dell’interesse va sotto un’altra soglia, sarà l’azienda stessa a pagare la banca. In sostanza è una sorta di assicurazione contro le eccessive oscillazioni dei tassi, sia per la banca che per le imprese. Il derivato in cui è incluso questo contratto poi può essere venduto dalla banca a un investitore terzo che, in un certo senso, “scommette” su quanto il contratto sottostante potrà rendere. Ad esempio se sarà la banca a guadagnare perché il tasso va al di sotto di un certo livello oppure no. I sottostanti di questa tipologia di derivati sono diminuiti in sei mesi del 3,8% e ammontano a 5.716 miliardi di dollari.
Altri derivati in Italia hanno come sottostante dei contratti che riguardano l’andamento di azioni, cambi o prezzi delle merci. Anche qui sono spesso simil-assicurazioni che permettono a un cliente di tutelarsi contro l’eccessiva oscillazione del mercato. Come? In caso di aumenti o cali sotto una certa soglia, si riceve in cambio una somma di denaro. Chiaramente diventa anche uno strumento speculativo per cui l’investitore acquista i derivati non perché abbia alcun interesse nel contratto sottostante (non è lui ad avere stipulato il contratto-assicurazione con la banca), ma magari solo perché pensa che il valore del derivato salga, oppure diminuisca nel tempo. Di conseguenza c’è il pericolo che un sottostante vada a zero, e con esso il derivato. È accaduto con le azioni di Lehman Brothers, che hanno trascinato i derivati posseduti da tanti investitori, magari inconsapevoli che nel loro prodotto fossero impacchettate azioni dell’azienda fallita.
Prezzo dei Cds in aumento
Fra i derivati in Italia ci sono poi quelli creditizi, ovvero i famosi Credit default swap (Cds). Si tratta di contratti anche in questo caso simili alle assicurazioni, per cui un investitore paga una cifra periodica (o in un’unica soluzione) a una banca, mentre la stessa banca verserà una somma in caso di default del debitore.
Il Cds è un classico strumento speculativo, infatti può essere sottoscritto anche da un soggetto “terzo”, interessato alla possibilità di incassare un risarcimento se si verifica un determinato default. O perché pensa di poter a sua volta rivendere il Cds ad altri ad un prezzo sempre più alto. Prezzo che, ovviamente, sale se il rischio di default aumenta. Il Cds è un derivato che è molto in voga durante le crisi economiche. Nel 2011-2012, ad esempio, c’è chi ha scommesso sul possibile default dell’Italia, perciò i Cds legati al default dei Btp italiani sono molto aumentati di valore, perché comprati e rivenduti con intento speculativo.
Come si vede dal grafico sopra, a fine 2018 i Cds comprati in Italia hanno registrato come sottostante un valore di 113,2 miliardi di euro, mentre quelli venduti di 114,1. C’è stato un aumento del 3,2% dei primi e del 5,7% dei secondi sul semestre precedente. Nel complesso si è passati, quindi, da un valore nominale di crediti oggetto di Cds di 217,6 miliardi a uno di 227,3, con una crescita del 4,5%. Cosa vuol dire? Che i crediti sottostanti impacchettati sono stati di più, perché forse in seguito all’aumento dello spread sono state stipulate più assicurazioni contro il default dei nostri titoli di Stato. Insomma, c’è chi ha temuto che, durante la stesura della prima legge di bilancio “gialloverde”, l’Italia potesse davvero fallire.
I dati si riferiscono al: 2018
Fonte: Banca d’Italia
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