I contratti stagionali sono cresciuti del 146% in 4 mesi

Quelli indeterminati del 43%, apprendistato +41%. Tutti i numeri del precariato

Taglio del cuneo fiscale, creazione di nuovi posti di lavoro, incentivi per chi assume donne e giovani e super premi se lo si fa a tempo indeterminato. C’è anche l’immancabile promessa di una settimana lavorativa più corta ma a parità di salario. La campagna elettorale-lampo prima delle elezioni del 25 settembre 2022 fa sfoggio delle consuete promesse elettorali e il lavoro è uno dei temi più caldi. Ma nessun dibattito sul contratto a tempo determinato, ed è un errore. Perché? Perché è la forma contrattuale attraverso la quale si entra nel mondo del lavoro e come tale andrebbe potenziata; non lo diciamo noi, lo dice esplicitamente la Banca d’Italia in uno studio dedicato alle forme di lavoro presenti nell’ordinamento italiano.

Che cosa è il contratto a tempo determinato

Il contratto a tempo determinato è quello che cresce di meno nonostante sia quello che “converta” di più in posti di lavoro stabili. Basta guardare il grafico qui sopra: le tipologie contrattuali che sono cresciute di più nei primi 4 mesi del 2022 sono quelle delle assunzioni stagionali +146% (gennaio-aprile: quindi non c’entrano i lavoretti sulle spiagge) e dei cosiddetti intermittenti (chi lavora a chiamata) +113%. In Italia quindi a crescere di più sono le tipologie contrattuali meno tutelanti per il lavoratore. Inoltre aumentano anche i giovani che non cercano lavoro e non studiano più. E sono il 23,9% dei ragazzi tra i 15 e i 29 anni. Crescono anche le altre tipologie contrattuali ma in maniera decisamente più contenuta. Per il tempo indeterminato si registra un +43%, per l’apprendistato un +41% e per il contratto a tempo determinato +38%.

Contratto a tempo determinato, al Sud sono il 24,84% in meno

Ed è proprio quest’ultimo, come detto, quello che mostra la crescita minore, a essere la chiave di volta per migliorare la condizione lavorativa di milioni di italiani. A metterlo nero su bianco è uno studio della Banca D’Italia che afferma che al fine di ridurre la quota di lavoro temporaneo, “le politiche lavorative potrebbero non doversi necessariamente concentrare sulle nuove assunzioni ma piuttosto promuovere la conversione delle posizioni con contratto a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato“.

Al nord il 18% dei contratti diventa indeterminato, al Sud l’11%

Lo studio sottolinea come la priorità sia quella di contrastare il passaggio da un contratto determinato a un altro, una situazione che riguarda soprattutto il Mezzogiorno dove i problemi sono principalmente due: si fanno troppo pochi contratti a tempo determinato e quelli che si fanno non si trasformano in indeterminati. Nel primo trimestre del 2022 nel Mezzogiorno sono stati siglati il 26.84% di contratti a tempo determinato in meno che al Nord con una differenza di conversione di 7 punti percentuali rispetto alle regioni settentrionali, il tasso di conversione dei contratti è infatti in media dell’11% al Sud e del 18% al Nord.

La maggior parte dei contratti determinati è di trenta giorni

Guardiamo, facendoci aiutare dal grafico qui sopra, in maniera più approfondita gli ultimi dati relativi al primo trimestre del 2022. In totale in Italia nel primo trimestre 2022 si contano 3 milioni e 170 mila dipendenti con contratto a termine. Il 33,3% delle posizioni lavorative attivate a tempo determinato ha una durata prevista fino a 30 giorni, addirittura il 9,2% di un solo giorno, il 27,5% da due a sei mesi, e soltanto l’1,0% supera un anno. Si riscontra poi un aumento dell’incidenza sul totale delle attivazioni dei contratti di brevissima durata che arrivano per il 19,7% fino a una settimana, in forte aumento di +2,9 punti rispetto al primo trimestre 2021. Nessun aumento invece per le assunzioni a tempo determinato che restano stabili. Ma quali sono i settori, escludendo l’agricoltura, che propongono più contratti a tempo determinato? Scopriamolo nel grafico qui sotto.

Alberghiero e badanti e il contratto a tempo determinato

Alberghiero e servizi alla persona, ovvero badanti. Sono questi i settori dove i contratti a tempo determinato sono più diffusi. Per il primo la media è del 21% sul totale dei contratti, per il secondo del 20,6%. Per tutti i settori presi in esame la quota maggiore di lavoratori precari è registrata al Sud. Il settore dove i contratti a tempo determinato sono meno diffusi è quello finanziario che registra solo il 5,1%, l’unico caso in cui la percentuale è uguale tra Nord-Centro e Sud. Anche per il settore dei trasporti si registrano percentuali elevate in tutta Italia, con il 19,2% al Sud e il 15,5% al Nord.

contratto tempo determinato

Al Nord dopo il contratto a tempo determinato c’è l’assunzione

Al Sud no. I contratti a tempo determinato restano tali. E’ questa la differenza, il gap, maggiore che emerge dallo studio della Banca D’Italia sui contratti a tempo determinato. Mentre nel Nord i contratti a tempo determinato rappresentano un punto di ingresso nel mercato del lavoro con lavoratori che alla fine passano a una posizione permanente, al Sud i lavoratori, per lo più donne e dipendenti poco qualificati, passano da un contratto a tempo determinato a un altro, e non solo nella fascia 18-34 ma anche in età più avanzata. Inoltre nell’anno di crescita dell’occupazione (2015-2019) la quota di lavoro a tempo determinato è cresciuta più velocemente al Sud, mentre è rallentata al Nord. Per questo, secondo lo studio, una politica che voglia mettere un freno all’instabilità lavorativa deve per forza di cose dedicare al problema della conversione dei contratti da precari a stabili lo stesso impegno profuso nelle nuove assunzioni.

La maggior parte delle assunzioni viene da determinati “lunghi”

La ragione è che un numero maggiore di contratti a tempo indeterminato viene creato, nel Nord, non attraverso l’apertura di nuove posizioni, ma piuttosto attraverso la conversione di quelle esistenti. In secondo luogo, il maggior tasso di conversione registrato al Nord è associato a un più alto tasso di sopravvivenza delle posizioni temporanee. Infine, i contratti a tempo determinato vengono interrotti prima nelle regioni meridionali, costringendo i dipendenti a trovare spesso un nuovo impiego che probabilmente sarà temporaneo.

Per questo i legislatori, secondo lo studio di Bankitalia, per aumentare l’occupazione potrebbero concentrarsi sull’aumento della durata dei contratti a tempo determinato dal momento che questa tipologia di assunzione rappresenta il viatico al contratto indeterminato in tutti i settori.

I dati si riferiscono al: 2021-2022

Fonte:Banca D’Italia – Istat

Leggi anche: Italiani con borse di studio: quasi 1 su 2 è espatriato

Ti piace citare i numeri precisi quando parli con gli amici? – La redazione di Truenumbers.it ha aperto un canale Telegram: qui potrai ricevere la tua dose quotidiana di dati, restare aggiornato sui principali dati (rigorosamente ufficiali) e fare domande. Basta un attimo per iscriversi. Un’ultima cosa: siamo anche su Instagram.