Nel Centro-Nord i cali peggiori. Il Mezzogiorno mostra una maggiore tenuta
Ogni negozio che chiude lascia un vuoto più grande della sua vetrina. È un pezzo di città che si spegne, una strada che perde presenza, un quartiere che diventa un po’ meno abitato anche quando le case restano piene. La crisi del commercio locale in Italia non è più soltanto una tendenza economica: è una forma di desertificazione quotidiana, fatta di serrande abbassate, servizi che arretrano e relazioni che si assottigliano. A dare la misura di questo arretramento è l’Osservatorio Reciprocità e Commercio Locale di Nomisma: tra il 2015 e il 2025 sono scomparsi 86mila negozi di vicinato.
La rete commerciale italiana si è assottigliata fino al livello più basso del decennio. Tra il 2015 e il 2025 il saldo delle unità locali del commercio locale è sceso del 6,7% e il 2025 rappresenta il punto minimo dell’intero periodo osservato. Dietro la media nazionale, però, ci sono territori che arretrano molto più di altri: la desertificazione commerciale cambia intensità da provincia a provincia e ridisegna la mappa dei servizi di prossimità. Dove chiudono i negozi, non spariscono solo vetrine. Si riducono presidi quotidiani, occasioni di incontro e luoghi che contribuiscono a tenere vivi quartieri, paesi e comunità.
Commercio locale, Nord in crisi
Il grafico mostra con chiarezza dove la crisi è stata più dura: le dieci province peggiori sono tutte nel Centro-Nord. In testa c’è Ancona, che tra il 2015 e il 2025 perde il 21,3% dei negozi di vicinato, quasi il doppio della media italiana indicata nel grafico (-11,2%). Seguono Pesaro-Urbino (-20,0%), Mantova (-19,9%), Macerata (-19,4%), Rovigo (-19,0%), Belluno (-18,5%), Fermo (-17,5%), Massa-Carrara (-16,3%), Biella (-15,9%) e Ferrara (-15,8%).
È una geografia precisa: città medie, province industriali, piccoli centri e territori dove la rete commerciale era storicamente molto diffusa. Proprio qui l’arretramento pesa di più, perché i negozi sotto casa non erano solo punti vendita, ma parte dell’organizzazione quotidiana dei quartieri e dei paesi. Il dato può riflettere più fattori: consumi spostati verso grandi superfici e online, invecchiamento della popolazione, scarso ricambio nelle attività familiari e centri urbani meno dinamici rispetto alle grandi metropoli.
Negozi, il Sud va in controtendenza
Nel Mezzogiorno la desertificazione commerciale sembra essere decisamente più attenuata. Il quadro tracciato da Nomisma mostra una maggiore capacità di tenuta rispetto al resto del Paese, con alcune province che registrano persino un saldo positivo risultando quindi delle vere e prorpie oasi. Trapani cresce del 7,8%, Crotone del 7,0%, Napoli del 4,6%. Seguono Brindisi e Taranto, entrambe a +3,7%. Sono dati che non cancellano le difficoltà del commercio locale, ma indicano una geografia meno scontata: mentre molte aree del Centro-Nord arretrano, una parte del Sud riesce ancora a conservare, e in alcuni casi rafforzare, la propria rete di prossimità.
Negozi in città, Napoli è la migliore
Nelle città metropolitane la tenuta del commercio locale diventa un indicatore ancora più sensibile, perché misura cosa accade nei territori dove si concentrano residenti, turismo, servizi, affitti e nuove abitudini di consumo. Anche qui la frattura territoriale resta evidente: le poche aree in crescita sono tutte nel Mezzogiorno, con Reggio Calabria a +1,9% e Messina a +1,1%, oltre al dato positivo di Napoli. Nel resto del Paese prevale invece il segno meno, con cali molto più marcati: Bari perde il 14,8%, Roma il 9,7%, Torino il 9,3%, Bologna l’8,3% e Genova il 7,9%. Più contenuta la flessione di Milano, ferma a -1,3%, e Palermo, a -1,7%. Il risultato è una mappa urbana rovesciata rispetto agli stereotipi: il Mezzogiorno mostra più resistenza, mentre molte grandi città del Centro-Nord arretrano.
Commercio locale, il paradosso degli addetti in crescita
Il paradosso è che, mentre i negozi diminuiscono, il lavoro nel commercio locale cresce. Tra il 2015 e il 2025 gli addetti sono aumentati del 21,2% e nessuna provincia italiana registra un calo. Il dato non cancella la crisi delle piccole attività, ma aiuta a leggerla meglio: il commercio non scompare, cambia struttura. Perdono terreno molti negozi tradizionali, spesso familiari o indipendenti, mentre il lavoro tende a concentrarsi in comparti più organizzati e ad alta intensità di personale, dalla ristorazione ai servizi alla persona, fino alle forme più strutturate della distribuzione.
È anche il segnale di uno spostamento verso modelli commerciali meno legati alla singola vetrina sotto casa e più vicini a reti, catene, grandi superfici e attività capaci di assorbire più addetti. Le crescite più alte si registrano a Matera (+37,2%), Sassari (+36,8%) e Siracusa (+35,9%). Tra le città metropolitane spiccano Roma (+30,4%), Palermo (+27,9%) e Milano (+27,3%), mentre Torino si ferma a +15,9%.


Commercio, soffrono moda e cultura
A perdere terreno sono soprattutto le attività legate agli acquisti meno indispensabili: vestiti, libri, giochi, mobili, gioielli, articoli per la casa. Prodotti che le famiglie possono rinviare quando i consumi rallentano e che, sempre più spesso, finiscono anche nei carrelli dell’e-commerce. Il settore più colpito è cultura e svago, che tra il 2015 e il 2025 perde il 28,0% degli esercizi e il 19,5% degli addetti. Subito dopo c’è il tessile-abbigliamento, con un calo del 21,4% delle unità locali e del 6,1% degli occupati. Considerando anche gli accessori, il saldo negativo arriva a 55.570 attività. Il quadro conferma la fragilità dei negozi più esposti al passaggio nei centri urbani, alla stagionalità e alla concorrenza online. La difficoltà riguarda anche presenze storiche del commercio di prossimità, dalle ferramenta agli alimentari: punti vendita che per anni hanno disegnato la mappa quotidiana dei quartieri e oggi faticano di più a restare aperti.
La ristorazione è il motore del commercio
A crescere, più che i negozi tradizionali, sono le attività che intercettano nuovi stili di consumo. Il caso più evidente è la ristorazione: tra il 2015 e il 2025 le unità locali aumentano del 26,2%, gli addetti del 69,4% e il saldo supera le 55mila attività in più. È anche l’effetto di una cultura del cibo diventata centrale, spinta dai social, dai format televisivi e dalla stagione dei cuochi trasformati in personaggi pop, da MasterChef in poi.
Più contenuta, ma positiva, la crescita della cura della persona, cioè parrucchieri, barbieri, estetisti, centri benessere e servizi legati all’immagine e al benessere individuale: +0,4% le unità locali, +27,5% gli addetti. Negli articoli per l’edilizia, invece, i punti vendita calano del 2,3%, ma gli occupati aumentano del 21,4%. Il commercio locale non sparisce: cambia pelle e si sposta verso cibo, servizi, casa e cura.
Ristoranti e bar trainano i ricavi
Chi resta sul mercato cresce, ma non tutti corrono alla stessa velocità. Tra il 2015 e il 2024, le imprese sopravvissute del commercio locale hanno aumentato i ricavi medi del 37,6%. Dietro questo dato, però, si apre una distanza sempre più evidente tra comparti forti e settori più fragili. La ristorazione registra l’incremento più marcato, con un +54,6%, seguita dai bar (+51,2%), dagli alimentari e bevande (+44,4%) e dalle ferramenta (+41,0%). Molto più debole, invece, la crescita dei settori già colpiti dalla riduzione dei punti vendita: tessile, abbigliamento e accessori si fermano al +16,5%, mentre cultura e svago arrivano solo al +13,3%. Il commercio locale, quindi, non arretra in modo uniforme: una parte si rafforza, un’altra fatica a recuperare terreno.
Il caro affitti pesa sui negozi
Il paradosso del commercio locale passa anche dagli immobili: comprare un negozio costa meno, ma restare aperti può pesare di più. Tra il 2015 e il 2025 i prezzi di compravendita degli spazi commerciali sono scesi in media del 9,0%, mentre nello stesso periodo i canoni di affitto sono aumentati del 12,9%. È una forbice che racconta bene la pressione sui piccoli esercizi: il valore degli immobili cala, ma il costo quotidiano per chi deve sostenere un’attività resta alto.
A Milano, per esempio, gli affitti crescono del 16,1% a fronte di prezzi di vendita in calo del 7,0%. A Roma la dinamica è diversa, ma conferma la debolezza del mercato: i prezzi scendono del 22,8% e i canoni del 4,8%. Per molti negozi di vicinato, il problema non è solo vendere di meno, ma riuscire a reggere costi fissi sempre più selettivi.
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Fonti: Nomisma, Osservatorio Reciprocità e Commercio Locale
Anni di riferimento: 2015-2025
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