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Diminuisce ovunque, in Italia no. Entra in vigore il decreto del governo per tagliarlo

 

Alcune categorie di lavoratori italiani nel mese di luglio si sono ritrovati 100 euro in più in busta paga. Sono gli effetti del taglio del cuneo fiscale approvato con la manovra di dicembre. Complice la pandemia del coronavirus, sembra passata un’eternità. Il problema del cuneo fiscale, però, resta molto serio. Soprattutto ora che l’Italia si trova a fronteggiare una durissima crisi economica. Ma vediamo quali sono i dati di partenza con gli ultimi dati disponibili. Possiamo anticipare che il nostro Paese non ne esce tanto bene. Anzi.

Che cos’è il cuneo fiscale?

Ecco il significato: è la differenza tra quanto il datore di lavoro paga e quanto il lavoratore incassa al netto di tutte le trattenute. Come si calcola? Il cuneo fiscale è la somma dell’imposta personale sul reddito, dei contributi sociali del lavoratore dipendente e dei contributi a carico del datore di lavoro.

Ma a quanto ammonta in Italia e negli altri Paesi europei? Ebbene, l’Italia è tra i Paesi in cui la differenza tra la retribuzione lorda e netta è maggiore. Come emerge dal rapporto “Taxing wages” dell’Ocse, un dipendente con un reddito medio e senza persone a carico costa il 47,88% in più rispetto al netto che percepisce. E il fatto è che il 2018 è stato un anno da record, il cuneo fiscale non era mai stato così alto. Non nel 2017, quando era stato del 47,68%, non gli anni precedenti. Anche si era già andati molto vicini alla percentuale del 2018 dal 2011 in poi, quando si è sempre rimasti sopra il 47,6%, toccando il 47,84% nel 2013 e il 47,83% nel 2015.

Le tasse sul lavoro e sui redditi

La fonte ufficiale per fare un confronto con gli altri Paesi sul tema del cuneo fiscale è senza dubbio l’Ocse. Per uniformare le statistiche tra tutti i Paesi, però, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo econimico non prende in considerazione il Tfr e le trattenute Inail. Bisogna, così, affidarsi ad alcune stime per avere un dato che includa anche queste due voci. Anche perché, solo così possiamo avere una fotografia più veritiera degli effetti del cuneo fiscale.

Secondo la stima di Confindustria e Itinerari previdenziali, ad esempio, ogni 100 euro netti che finiscono in tasca del lavoratore il costo di quel reddito per il datore di lavoro è di 207 euro. Così divisi: 61 euro sono contributi a carico del datore di lavoro; 14 a carico del lavoratore; 32 imposte sul reddito. Poco? Tanto? La media dell’Eurozona è di 179 euro ogni 100 euro netti.

L’andamento cuneo fiscale

E se per gli ultimi anni si può parlare di una sostanziale stabilità con tendenza al rialzo, è notevole il fatto che tra il 2005 e il 2013 ogni anno il cuneo fiscale sia cresciuto di qualche decimale, passando dal 45,9% al 47,84% e questo nonostante gli sforzi fatti dai governi tra i quali quello di Matteo Renzi. Tra il 2000, quando era al 47,08%, al 2005, pur a fasi alterne, si era assistito invece a un lieve calo. La fase di maggiore incremento del cuneo fiscale tra l’altro è coincisa con la crisi economica, fattore che non ha fatto che peggiore il quadro complessivo della recessione.

Cuneo fiscale, i più penalizzati

Affronta il tema del cuneo fiscale anche l’Istat nel rapporto “Condizioni di vita, reddito e carico fiscale delle famiglie”. In questo caso i dati si riferiscono al 2017, ma possiamo vedere le differenze tra le varie categorie di lavoratori. Il cuneo fiscale è più elevato se aumenta l’età e del titolo di studio che consente di accedere a lavori più remunerativi. Infatti il cuneo per i dirigenti raggiunge il valore massimo del 52,8% del costo del lavoro e per gli operai è al 43,6%. Inoltre, è nettamente più elevato per chi presenta un contratto di lavoro a tempo indeterminato (46,4% contro i 41,8% di chi ha un contratto temporaneo) e un orario di lavoro a tempo pieno (46,4% rispetto a 40,9% di chi lavora meno di 30 ore settimanali); si attesta al 45,9% per i cittadini italiani contro il 42,5% di chi non ha la cittadinanza italiana. A livello territoriale, il cuneo è più elevato nel Nord-ovest (46,7%) e più basso (43,4%) al Sud e nelle Isole, dove i redditi sono mediamente inferiori.

Dove cala il cuneo fiscale

Nel frattempo altrove le cose andavano diversamente. In media a livello Ocse, ovvero nei Paesi sviluppati del mondo, l’andamento cuneo fiscale ha avuto un trend contrario, di discesa. Nel 2000 era al 37,4%, per poi diminuire al 35,54% nel 2009, e risalire oltre il 36% negli anni successivi, ma posizionandosi comunque nel 2018 al 36,06%, un livello inferiore a quello dei 7 anni precedenti, mentre in Italia si toccava un nuovo record. La differenza tra il cuneo fiscale italiano e quello medio Ocse era dell’11,81% nel 2018. Il più alto mai registrato. Nel 2003, per esempio, era solo del 9,19%.

Certo, ci sono Paesi con una tassazione superiore alla nostra. Ma sono pochi, solo due, Belgio, al primo posto nel 2018 con un cuneo del 52,67%, e Germania, con uno dl 49,5%. Tuttavia se nel 2003 il cuneo tedesco era di ben il 7,22% superiore al nostro, 53,2% contro 45,97%, nel 2018 la differenza era scesa solo al 1,62%.

I dati si riferiscono al: 2000-2018

Fonte: Ocse; Istat

Leggi anche: L’economia digitale paga solo il 9,5% di tasse

 

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