Efficienza e redditività in aumento, ma la diffusione resta ferma all’11,2%
Nelle imprese che adottano l’intelligenza artificiale, il valore aggiunto generato da ogni lavoratore aumenta del +5,2% e il margine operativo lordo (EBITDA) per addetto cresce dell’11,9%. È quanto emerge da un’analisi di Banca d’Italia sull’impatto economico dell’AI nelle imprese italiane. Non è fantascienza, non è propaganda tech: sono numeri, e vengono da una delle istituzioni più serie e prudenti del paese. In termini concreti, ogni dipendente contribuisce a produrre più valore e più margine per l’azienda — e no, non a scapito di nessuno: questo avviene senza variazioni significative nell’occupazione complessiva e senza un aumento del costo del lavoro per unità di prodotto.
L’aumento della produttività dipende soprattutto da processi più efficienti. L’intelligenza artificiale viene utilizzata per automatizzare le attività ripetitive, ridurre i tempi e usare meglio le risorse. Questo libera tempo che viene spostato su compiti a maggiore valore aggiunto, con un effetto diretto sulla produttività media. Il risultato è semplice: le imprese riescono a produrre di più e a generare più margini con le stesse risorse, senza aumentare gli input. In questo senso, l’AI non sostituisce il lavoro, ma ne migliora l’efficacia.
AI, diffusione lenta tra le imprese italiane
In Italia la diffusione dell’intelligenza artificiale resta ancora contenuta. Sulla base di dati raccolti nel 2024 su imprese con almeno 50 addetti, l’11,2% utilizza già queste tecnologie, mentre il 28,4% prevede di adottarle entro i due anni successivi. Accanto a queste, il 33,4% le considera non rilevanti per la propria attività e il 26,9% non esprime una valutazione, segno di una diffusione ancora incerta e disomogenea. Il confronto europeo conferma il ritardo: secondo Eurostat, solo l’8,2% delle imprese italiane con almeno 10 addetti utilizza l’AI, contro una media UE del 13,5%.
La tecnologia resta quindi concentrata in una parte limitata del sistema produttivo, soprattutto tra le imprese più grandi e nei settori a maggiore intensità di conoscenza. Questo limita, almeno in questa fase, l’impatto sull’economia nel suo complesso: i miglioramenti in termini di produttività e margini emergono già a livello aziendale, ma non sono ancora abbastanza diffusi da incidere in modo significativo sugli aggregati macroeconomici.
Con l’AI le imprese hanno più profitti
AI, lavoro stabile ma più qualificato
L’introduzione dell’intelligenza artificiale non modifica in modo significativo il numero complessivo di occupati nelle imprese che la adottano: i dati non evidenziano variazioni rilevanti nei livelli totali di occupazione. Cambia però la composizione della forza lavoro. In particolare, aumenta la quota di lavoratori white collar – impiegati e figure con mansioni amministrative, tecniche o gestionali – di +0,7 punti percentuali, mentre diminuisce quella dei blue collar, legati ad attività manuali o ripetitive, di −1,1 punti percentuali. L’effetto principale è quindi una riallocazione interna del lavoro verso profili più qualificati, più che una riduzione o un aumento dell’occupazione complessiva.
Il cambiamento riguarda soprattutto la qualità del lavoro, più che la sua quantità. L’intelligenza artificiale viene impiegata per automatizzare attività operative e ripetitive, mentre cresce il peso delle funzioni che richiedono competenze analitiche, organizzative e decisionali. Ne deriva una riorganizzazione interna di processi e ruoli, senza effetti evidenti sul numero complessivo degli occupati. Questa lettura è coerente anche con le aspettative delle imprese: circa il 70% non prevede alcun impatto sull’occupazione, mentre il 17% si attende una riduzione e solo il 2% un aumento.
Più efficienza nei processi che innovazione
Nelle imprese l’intelligenza artificiale entra ovviamente più nei processi che nei prodotti. Nel 54% dei casi viene utilizzata per rendere più efficienti le attività produttive e organizzative, mentre nel 24,8% serve a automatizzare compiti ripetitivi e standardizzati. Solo in una quota più limitata, pari al 13,9%, contribuisce a migliorare la qualità di prodotti e servizi, e in appena il 3,6% dei casi viene impiegata per sviluppare nuove offerte o applicazioni più innovative. Il quadro che emerge è quello di un utilizzo ancora pragmatico: l’AI viene adottata prima di tutto per far funzionare meglio ciò che già esiste, più che per cambiare in modo radicale il modello di business.


Con l’AI, prezzi stabili e rincari più contenuti
Nel breve periodo l’intelligenza artificiale non cambia i prezzi praticati dalle imprese: i listini restano sostanzialmente invariati e non emergono effetti significativi sui prezzi applicati. La differenza si vede guardando avanti. Le aziende che adottano l’AI si aspettano aumenti più contenuti, inferiori di circa 0,4 punti percentuali rispetto a chi non la utilizza. In altre parole, prevedono di ritoccare i prezzi meno del resto del mercato.
Alla base ci sono i guadagni di efficienza. Processi più veloci, meno errori e un uso più efficace delle risorse riducono i costi operativi nel tempo. Questi benefici non si trasferiscono subito sui prezzi, ma iniziano a entrare nelle strategie future delle imprese. L’effetto è graduale e si riflette soprattutto nelle aspettative: una minore pressione ad aumentare i listini negli anni successivi.
L’AI non cambia l’inflazione oggi, ma domani sì
Le imprese che adottano l’intelligenza artificiale si aspettano un’inflazione più bassa nel medio periodo: −0,25 punti percentuali a due anni e −0,33 a quattro anni. In questo caso, per inflazione si intendono le aspettative delle aziende sull’aumento generale dei prezzi nell’economia. Nel breve termine, infatti, non emergono differenze: tra i 6 e i 12 mesi le previsioni restano sostanzialmente invariate. Il cambiamento riguarda l’orizzonte più lungo, dove i guadagni di efficienza legati all’AI iniziano a essere incorporati nelle aspettative. In altre parole, le imprese si attendono che, nel tempo, produrre costi meno e questo contribuisca a ridurre la pressione sui prezzi.
Diffusione diseguale: l’AI resta per pochi
L’intelligenza artificiale non sta avanzando in modo uniforme nel sistema produttivo. Si concentra soprattutto nelle imprese più grandi e nei settori ad alta intensità di conoscenza, dove competenze tecniche, investimenti digitali e strutture organizzative più complesse rendono più facile integrare queste tecnologie nei processi. È qui che l’AI trova terreno fertile e produce effetti più evidenti in termini di produttività e margini.
Al di fuori di questo perimetro, la diffusione è ancora limitata. Le imprese più piccole e meno strutturate faticano ad adottarla, sia per mancanza di risorse sia per competenze. Ne deriva un quadro ancora parziale: i benefici esistono, ma restano concentrati. Il rischio, in questa fase, è che si allarghi la distanza tra le aziende che riescono a sfruttare l’AI e quelle che restano indietro.
Dati aggiornati al: 2024
Fonte: Banca d’Italia
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