Dai costi allo 0,07% alle cedole fino al 9%: un confronto tra i due diversi investimenti
ETF e Certificates oggi compaiono spesso uno accanto all’altro: stessa piattaforma, stesso gesto per acquistarli, stesso linguaggio che li circonda. Scorri, clicchi, investi. Per chi inizia, la sensazione è che siano due strade molto simili, quasi intercambiabili. È una percezione comprensibile: l’esperienza è identica, l’accesso è immediato e anche i nomi, a furia di utilizzarli, finiscono per suonare familiari. Così la differenza sembra solo una questione di etichetta, non di sostanza. In realtà, dietro questa semplicità si muovono meccanismi molto diversi tra loro, che incidono su rendimento, rischio e obiettivi. Se l’ETF è un paniere di titoli che possiedi fisicamente con costi minimi, il Certificate è un contratto di debito con una banca che ti promette un rendimento condizionato a una “barriera” di protezione.
ETF o Certificates: cosa sono e in cosa differiscono?
ETF e Certificates si acquistano nello stesso modo, come una normale azione: entri nella piattaforma, scegli e clicchi. Ma quello che stai comprando è molto diverso. Con un ETF, in pratica, investi in un “cesto” che contiene tanti titoli (per esempio le 500 aziende più grandi degli Stati Uniti). Non compri direttamente le singole azioni, ma una quota di un fondo che le possiede. Il risultato, però, è semplice da capire: il valore del tuo investimento segue quello delle aziende dentro il cesto. Se crescono loro, cresce anche il tuo investimento. E quel patrimonio è separato dalla società che gestisce l’ETF: anche in caso di problemi del gestore, i titoli restano tuoi.
Con un Certificate, invece, non entri in possesso di quei titoli. Stai facendo un accordo con una banca, che ti promette un risultato in base a come si muove un indice o un’azione. A differenza degli ETF, però, il rendimento non dipende solo dalla crescita: in alcuni casi puoi ottenere un guadagno anche se il mercato resta fermo o scende leggermente, grazie a condizioni come le cosiddette “barriere”. La differenza principale è tutta qui: con un ETF investi direttamente nell’andamento di un insieme di titoli; con un Certificate hai un credito verso una banca, che funziona finché quella banca è in grado di rispettare l’accordo.
Quanto costano davvero ETF e Certificates?
Quando si parla di costi, la differenza non è tanto quanto paghi, ma come e quando lo paghi. Negli ETF il costo è chiaro, dichiarato e molto basso: si chiama TER e in media va dallo 0,07% allo 0,25% l’anno. Su 10.000 euro investiti significa tra 7 e 25 euro all’anno. È un costo ricorrente: lo paghi ogni anno finché mantieni l’investimento, un po’ come un piccolo canone trasparente che puoi monitorare facilmente.
Nei Certificates, invece, il costo non compare come una voce esplicita. È già incorporato nel prezzo e nella struttura del prodotto: lo sostieni soprattutto all’inizio, senza accorgertene davvero, e può arrivare anche all’1%–3%. A questo si aggiunge spesso uno spread più ampio tra prezzo di acquisto e vendita. In pratica, il costo è più concentrato all’ingresso (una tantum) e meno visibile.
Quanto rendono ETF e Certificates oggi?
Quando si parla di rendimento, ETF e Certificates giocano due partite diverse. Gli ETF seguono il mercato: se le Borse salgono, salgono anche loro. Nel 2025, ad esempio, un ETF legato allo Stoxx 600, cioè all’insieme delle principali aziende europee, ha guadagnato il +19,53%. Uno sull’S&P 500, che rappresenta le grandi società americane, si è fermato al +4,11% per un investitore europeo. Questo perché, oltre all’andamento delle aziende, entra in gioco anche il cambio tra euro e dollaro, che può ridurre il rendimento finale.
I Certificates, invece, funzionano più come uno strumento che punta a generare entrate nel tempo. Molti prodotti offrono cedole periodiche, con rendimenti medi tra il 6% e il 9% annuo, anche quando i mercati non crescono o si muovono poco (a patto ovviamente che non crollino oltre una certa soglia di sicurezza). La differenza è tutta qui: gli ETF puntano sulla crescita del capitale, i Certificates sulla produzione di reddito più costante.
Quanto è rischioso investire?
Quando si parla di rischio, la differenza non è tanto capire quale sia “più pericoloso”, ma da dove nasce. Con gli ETF il meccanismo è diretto: il tuo investimento segue il mercato. Se le Borse scendono, perdi; se salgono, guadagni. È un rischio unico, legato all’andamento delle aziende e dell’economia, e riguarda un insieme ampio di titoli. Inoltre, quei titoli sono separati dalla società che gestisce l’ETF: non dipendi dalla solidità di una singola banca.
Con i Certificates, invece, il rischio è composto da più livelli che si sommano. C’è il mercato, perché il risultato dipende comunque da come si muove il sottostante. C’è la banca che ha emesso il prodotto, da cui dipende il pagamento finale. E ci sono le regole interne del Certificate (barriere, cedole, scadenze), che possono cambiare l’esito anche con piccoli movimenti del mercato. In pratica, non stai gestendo un solo rischio, ma tre insieme: mercato, emittente e struttura del prodotto. Con l’ETF accetti di ondeggiare insieme al mare (il mercato); con il Certificate cerchi di stare fermo sulla barca, ma devi sperare che la barca (la banca) sia solida e che l’onda non superi il bordo (la barriera).

Perché in Italia i Certificates stanno crescendo così tanto?
Negli ultimi anni i Certificates stanno guadagnando sempre più spazio tra i risparmiatori italiani. Come si vede anche dal grafico, nel 2025 i volumi collocati hanno raggiunto 31.821 milioni di euro, il livello più alto mai registrato. Il dato arriva da ACEPI (Associazione Italiana Certificati e Prodotti di Investimento), che riunisce i principali operatori del settore. La crescita è evidente anche nel confronto storico: il 2025 supera di 8.226 milioni di euro il precedente record del 2023 (25.764 milioni), pari a un aumento del +23% in un solo anno. Numeri che mostrano un passaggio chiaro: da mercato di nicchia a segmento sempre più rilevante nel portafoglio degli investitori italiani.
A trainare questa crescita è soprattutto il tipo di prodotti scelti: il 64% è a capitale protetto (ovvero garantito a scadenza), mentre la restante parte è spesso a capitale condizionatamente protetto, dove la difesa regge solo se non si rompe la famosa ‘Barriera’. In altre parole, molti investitori non cercano solo rendimento, ma anche una forma di difesa. È un approccio tipico: meno ricerca del massimo guadagno, più attenzione a non perdere. Ed è proprio su questo equilibrio che i Certificates stanno trovando spazio.
Quanto conta davvero la fiscalità negli investimenti?
Quando si parla di investimenti, la fiscalità è uno di quei fattori che fanno davvero la differenza, anche se all’inizio passa spesso in secondo piano. In Italia la tassazione sui rendimenti finanziari è del 26%, ma il modo in cui viene applicata cambia a seconda dello strumento. Con gli ETF, ad esempio, i guadagni non possono essere utilizzati per compensare eventuali perdite accumulate in passato: se realizzi un profitto, su quello paghi comunque le tasse, indipendentemente da quello che è successo prima.
Con i Certificates, invece, il meccanismo è più flessibile. I guadagni possono essere compensati con le minusvalenze degli anni precedenti, cioè con le perdite già registrate. È un po’ come tenere un “conto” delle perdite: quando torni in positivo, puoi usarle per ridurre o azzerare le tasse. Facciamo un esempio semplice: se hai perso 2.000 euro e poi guadagni 2.000 euro, con un ETF pagheresti comunque 520 euro di tasse; con un Certificate, invece, puoi arrivare a pagarne zero. Non significa che non siano tassati, ma che offrono più strumenti per abbassare l’impatto fiscale nel tempo.
Quando conviene usare gli ETF?
Non tutti gli strumenti funzionano allo stesso modo in ogni fase di mercato. Gli ETF, ad esempio, danno il meglio quando le Borse crescono nel tempo: seguono l’andamento dei mercati e premiano chi ha pazienza. Sono pensati per un orizzonte lungo, spesso 5–10 anni, in cui si costruisce valore poco alla volta. È un approccio che punta sull’accumulo: si investe con continuità, si accettano le oscillazioni nel breve periodo e si lascia lavorare il tempo. Gli ETF funzionano meglio quando i mercati sono in crescita e quando l’obiettivo è far aumentare il capitale nel tempo, senza cercare risultati immediati. In questo modo si sfrutta l’interesse composto, che permette ai rendimenti di generare altri rendimenti, un effetto che diventa dirompente proprio dopo il decimo anno di investimento.
Quando conviene usare i Certificates?
I Certificates, invece, vengono utilizzati soprattutto quando il mercato non offre una direzione chiara o si muove poco. Non hanno bisogno di forti rialzi per funzionare: grazie alle cedole e alle condizioni interne, possono generare rendimento anche in fasi laterali o incerte. Per questo vengono scelti più spesso con un orizzonte breve, tra 1 e 3 anni, e con obiettivi più mirati. L’idea è diversa rispetto agli ETF: non costruire crescita nel tempo, ma ottenere reddito o gestire situazioni specifiche, come il recupero di minusvalenze. È un utilizzo più tattico, legato al contesto di mercato e alle esigenze dell’investitore.
Come li usano davvero gli investitori italiani?
Nella pratica, gli investitori italiani raramente scelgono un solo strumento. Più spesso costruiscono un portafoglio combinando approcci diversi. Una strategia diffusa è quella di usare gli ETF come base, per la crescita nel tempo, e affiancare i Certificates per ottenere reddito e gestire la fiscalità. In termini semplici, una ripartizione tipica può essere intorno al 70% ETF e 30% Certificates.
Questa scelta è legata anche a una caratteristica concreta del mercato italiano: molti investitori hanno minusvalenze accumulate negli anni. Si stima che circa 1 investitore su 3 si trovi in questa situazione. Per questo i Certificates vengono spesso utilizzati in modo mirato, non come alternativa agli ETF, ma come complemento per rendere il portafoglio più efficiente nel suo insieme.
Quale scegliere se stai iniziando oggi?
Se stai iniziando oggi, non esiste una scelta giusta in assoluto. La differenza la fanno le tue esigenze: cosa vuoi ottenere e in quanto tempo. Prima di decidere, ha senso fermarsi un attimo e chiarire alcuni punti semplici ma decisivi. Vuoi far crescere il capitale nel tempo o ottenere un’entrata periodica? Quanto puoi lasciare investiti i tuoi soldi, pochi anni o molti? Quanto sei disposto a vedere oscillare il valore del tuo investimento? E hai eventuali perdite passate da recuperare? Le risposte a queste domande aiutano a orientarsi molto più di qualsiasi confronto teorico, perché trasformano la scelta in qualcosa di concreto e personale.
Anno di riferimento: marzo 2026
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