Sanità, capacità di spesa a due velocità: Campania al 30%, Lombardia all’88%
La crisi della sanità italiana non si vede solo tra le corsie degli ospedali o nei lunghi mesi d’attesa per un esame. C’è un’emorragia di risorse più silenziosa, fatta di progetti immobili e autorizzazioni che si dissolvono nel tempo e nella polvere. Secondo il Rapporto 2025 della Ragioneria generale dello Stato, aggiornato al 31 dicembre 2024, dal 1988 a oggi sono stati messi in campo 35.166.807.991 euro per costruire ospedali, rinnovare reparti e portare tecnologia nel sistema pubblico. Eppure una parte consistente di queste risorse non si è mai tradotta in opere concrete.
Il sistema somiglia a una rete idrica ridotta a un colabrodo: i fondi entrano, ma lungo la filiera si disperdono. Dei circa 21,5 miliardi di euro programmati negli Accordi di programma, solo il 79% si trasforma in finanziamenti concreti. Oltre 4,5 miliardi restano bloccati tra verifiche, accordi e passaggi amministrativi: una cifra che, considerando che un ospedale costa tra 150 e 300 milioni, potrebbe tradursi in decine di nuove strutture. Non è un problema di risorse, ma di funzionamento: i fondi si fermano prima ancora di arrivare ai cantieri. Il risultato è uno scarto evidente tra ciò che è disponibile e ciò che si realizza, mentre sul territorio restano bisogni concreti – nuovi reparti, strutture più moderne, servizi più accessibili – che quei fondi avrebbero già potuto soddisfare.
Fondi sanità, perché si fermano prima dei cantieri
La dispersione non è un incidente di percorso, ma un peccato originale: comincia prima ancora che i progetti prendano vita. Gli Accordi di programma – gli strumenti con cui Stato e Regioni definiscono, approvano e finanziano nel dettaglio i singoli interventi sanitari – non riescono a tradursi pienamente in cantieri. A livello nazionale, solo l’81% delle risorse previste arriva effettivamente a finanziamento. Ma il dato medio nasconde differenze profonde.
In alcune regioni il meccanismo funziona pienamente: Veneto, Liguria, Emilia-Romagna, Provincia autonoma di Trento e Provincia autonoma di Bolzano raggiungono il 100% degli interventi ammessi a finanziamento. In altre, invece, il sistema si inceppa molto prima: in Campania ci si ferma al 56%, in Sicilia al 62%, in Calabria all’86%. Il punto è che, in Italia, la sanità è gestita dalle Regioni: sono loro che devono trasformare i fondi in progetti concreti e portarli avanti fino ai cantieri. Non basta che le risorse vengano stanziate: serve una macchina amministrativa capace di usarle davvero. Dove questo non accade, i fondi restano bloccati tra progettazione, verifiche e tempi lunghi. E così la distanza tra ciò che viene deciso e ciò che si realizza si apre già all’origine del processo.


Cantieri a singhiozzo, non arrivano tutti i fondi
E anche quando i progetti superano la fase del finanziamento, il percorso non è ancora concluso. C’è un altro passaggio, meno visibile ma decisivo: quello dei pagamenti effettivi, cioè dei soldi che arrivano davvero ai cantieri man mano che i lavori avanzano. Qui il flusso si assottiglia di nuovo. Dei fondi ammessi a finanziamento, solo 12.109.704.954,42 euro sono stati effettivamente trasferiti, pari al 72%. Significa che quasi un terzo delle risorse resta fermo anche dopo aver superato tutte le fasi preliminari.
Il motivo è legato al meccanismo di erogazione: i fondi vengono sbloccati a stati di avanzamento lavori, quindi se un cantiere rallenta o si blocca, si fermano anche i pagamenti. Il risultato è un nuovo scarto tra ciò che è stato approvato e ciò che si traduce in opere reali. Anche qui non si tratta di soldi che spariscono, ma di risorse che arrivano in ritardo o a singhiozzo, mentre i tempi si allungano e gli interventi restano incompiuti.
Sanità, fondi alle regioni: chi li spende davvero
La distribuzione delle risorse non è uniforme, ma segue il peso dei sistemi sanitari regionali. La Lombardia supera i 2,05 miliardi di euro di pagamenti, seguita da Emilia-Romagna con 1,17 miliardi, Veneto con 1,13 miliardi, Toscana con 1,01 miliardi e Sicilia con 1,03 miliardi. Si tratta delle regioni più grandi o con una rete sanitaria più estesa, che quindi assorbono una quota rilevante degli investimenti. Ma il dato sui volumi, da solo, non basta a spiegare cosa accade davvero lungo la filiera.
Il divario emerge quando si guarda alla capacità di spesa. In Lombardia viene speso l’88% delle risorse finanziate, in Emilia-Romagna l’84%, in Veneto il 69%. Spostandosi verso Sud, la quota si riduce: Sicilia 72%, Calabria 57%, Campania 30%. Significa che, a parità di fondi disponibili, una parte consistente non arriva alla fase operativa. Qui si misura la differenza reale tra territori: non quanto ricevono, ma quanto riescono a trasformare in opere concrete.
Quando i cantieri restano a metà
Quando si arriva ai cantieri, la vera sfida non è più aprirli, ma portarli a termine. È qui che la dispersione diventa concreta. Il report conta 4.271 interventi attivi a fronte di 2.115 conclusi: circa la metà delle opere resta sospesa, tra avanzamenti parziali e tempi che si allungano. Parliamo di ospedali, reparti e strutture territoriali che dovrebbero già essere operativi e invece restano incompleti.
Il ritardo, a questo punto, non è più solo amministrativo: si traduce in servizi che non arrivano e spazi che restano inutilizzati. Anche qui il divario territoriale è evidente. In Emilia-Romagna 334 interventi su 403 risultano conclusi, in Veneto 381 su 423, mentre in Lombardia il rapporto si ferma a 151 su 333. Il dato più critico è quello della Campania, con appena 18 interventi conclusi su 204 attivi: una quota minima che segnala difficoltà persistenti nella fase esecutiva.
Non è un caso isolato. In diverse regioni del Sud il numero di opere concluse resta contenuto rispetto a quelle avviate, segno di cantieri che procedono lentamente o restano bloccati. Qui pesano fattori strutturali: gestione delle gare più complessa, tempi amministrativi più lunghi, minore capacità di accompagnare i progetti fino alla chiusura. Il risultato è una sanità che, anche quando riesce ad avviare gli interventi, fatica a completarli, lasciando sul territorio opere a metà e servizi che tardano ad arrivare.
Quanto tempo serve per un ospedale?
E anche quando i lavori partono, resta il nodo più difficile da sciogliere: il tempo. Tra la firma degli accordi e l’ultimo pagamento, un intervento può richiedere fino a 4.171 giorni, cioè 11,4 anni. Non è più un ritardo che si misura in passaggi burocratici, ma in anni di attesa per strutture che dovrebbero rispondere a bisogni immediati. E il dato cambia molto da territorio a territorio. In Umbria bastano in media 1.910 giorni, poco più di cinque anni. In Lombardia si sale a 2.570 giorni, in Piemonte a 3.630, fino ad arrivare alla Campania, dove si raggiungono gli 11,4 anni.
Una distanza di oltre sei anni tra le regioni più veloci e quelle più lente. In un arco di tempo così ampio cambiano i bisogni sanitari, evolvono le tecnologie e si trasformano i territori. Il risultato è che gli interventi non arrivano solo in ritardo: arrivano spesso fuori fase, con strutture progettate per un sistema che, nel frattempo, è già cambiato.
Fino a 15 anni per finire i lavori più grandi
Se si guarda ai tempi medi ponderati – quelli che tengono conto anche del valore economico degli interventi – il quadro si allunga ancora. Il completamento può arrivare fino a 5.670 giorni, cioè 15,5 anni. È il dato più estremo, ma anche il più significativo: indica che le opere più rilevanti, quelle che assorbono più risorse, sono anche le più lente da realizzare. Il divario territoriale resta ampio: si passa dai 1.866 giorni dell’Umbria, poco più di cinque anni, fino ai 15,5 anni della Toscana. In questo arco temporale attraversano intere fasi amministrative, cambiano le priorità politiche e si trasformano i bisogni sanitari. Così il problema non è più solo il ritardo, ma il rischio di arrivare fuori tempo: strutture che nascono quando il contesto è già diverso da quello per cui erano state progettate.
Quanti cantieri vengono cancellati?
E non tutti i progetti arrivano nemmeno a metà strada. Il report conta 113 interventi revocati: opere che, dopo essere state programmate e in alcuni casi avviate, vengono cancellate perché non rispettano i tempi o non completano le procedure previste. È il punto in cui la dispersione diventa definitiva sul piano operativo. Le risorse non scompaiono – vengono riassegnate ad altri interventi – ma quelle opere non verranno mai realizzate.
Dietro questi numeri emergono criticità ricorrenti: progettazioni fragili, difficoltà nella gestione amministrativa, incapacità di portare avanti iter complessi. E il fenomeno non è uniforme. Alcune regioni mostrano segnali più evidenti di fragilità, come la Sardegna, con 12 interventi revocati su 202 attivi. In Liguria e Toscana si registrano rispettivamente 15 e 11 interventi cancellati, a fronte di 332 e 250 opere attive.
Il caso più critico resta però quello della Campania, dove alle 3 revoche si aggiunge un dato ancora più significativo: solo 18 interventi conclusi su 204 attivi. È qui che la difficoltà non riguarda solo i progetti che saltano, ma soprattutto quelli che non arrivano mai a termine. Ogni revoca riapre il ciclo: nuovi progetti, nuove verifiche, nuovi tempi. Così il sistema non solo rallenta, ma ricomincia continuamente da capo, lasciando sul territorio il vuoto di strutture che erano già state previste.
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Dati aggiornati al: 31 dicembre 2024
Fonte: MEF – Ragioneria Generale dello Stato, Rapporto 2025 sulla spesa sanitaria
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