Secondo il bollettino dell’Inail nel 2024 3.732 contusioni e 1.362 distorsioni
Nel 2024 il fronte della sanità ha registrato numeri da vero conflitto: 18.000 aggressioni e 22.000 operatori coinvolti, secondo l’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie. Un aumento del 15% che racconta un ambiente di lavoro sempre più simile a una linea esposta. E su quel fronte a pagare il prezzo più alto sono gli infermieri, che assorbono oltre il 55% degli attacchi. Seguono i medici (17,3%) e gli operatori socio-sanitari (9,5%).
È solo l’inizio del quadro. Il report raccoglie infatti dati che arrivano da canali diversi — le rilevazioni degli Ordini professionali, gli infortuni riconosciuti dall’Inail, le denunce registrate dal Ministero dell’Interno — ognuno con il proprio modo di contare e classificare le aggressioni. Per questo nei paragrafi successivi i numeri cambieranno: c’è chi registra ciò che gli operatori dichiarano, chi documenta le ferite che aprono una pratica assicurativa e chi fotografa solo ciò che diventa reato. Insieme, però, queste fonti compongono l’immagine più completa che abbiamo oggi della violenza contro chi lavora nella sanità.
Ordini professionali: la mappa delle aggressioni
Tra le diverse fonti raccolte nel report, la prima a offrire una prospettiva alternativa è quella degli ordini professionali. Qui non vengono considerate solo le aggressioni registrate dalle strutture, ma anche gli episodi che gli operatori riportano personalmente attraverso questionari e rilevazioni interne, inclusi quelli che non arrivano a una segnalazione formale o a una comunicazione ufficiale. In questa raccolta 7.230 professionisti dichiarano almeno un episodio e il totale degli eventi riportati supera 18.700 aggressioni: una massa di situazioni che mette in luce la tensione quotidiana nei servizi sanitari, fatta di minacce, pressioni e contestazioni ostili.
Dentro questo sguardo interno alle professioni alcune categorie emergono con numeri particolarmente elevati. Gli assistenti sociali dichiarano 6.867 aggressioni, seguiti da medici e odontoiatri con 2.006 e dagli infermieri con 1.543. È una fotografia che non descrive la violenza “registrata”, ma quella vissuta: la parte sommersa del fenomeno, quella che spesso resta fuori dai verbali ma pesa sul lavoro quotidiano di chi opera nella sanità e nel sociale.
Quando l’aggressione diventa infortunio
Quando si passa ai dati dell’Inail, il quadro delle aggressioni cambia ancora: qui dentro finiscono solo gli episodi che hanno prodotto un danno fisico vero, certificato, tanto da aprire una pratica assicurativa. Nel triennio 2021-2023 gli eventi riconosciuti come aggressioni sul lavoro sono 6.903, con un picco nel 2023, anno in cui gli episodi indennizzati arrivano a 2.532, il valore più alto della serie. Le lesioni più frequenti sono le contusioni, con 3.732 casi, seguite da 1.362 distorsioni e lussazioni, numeri che rendono tangibile la natura fisica dello scontro.
Dentro questi dati si distinguono chiaramente anche le professioni più colpite: gli infermieri registrano 1.927 episodi, i profili socio-sanitari e gli operatoro socio-sanitario 2.051, mentre i medici specialisti arrivano a 152 casi. È un elenco che racconta come le aggressioni più gravi ricadano sui ruoli più esposti al contatto diretto, quelli che lavorano nella zona di frizione tra urgenza, sofferenza e aspettative del paziente.
Violenza in corsia: reati in aumento
Di fronte ai numeri del Ministero dell’Interno, il fenomeno cambia ancora pelle: qui non compaiono le aggressioni percepite né quelle che diventano infortunio, ma solo gli episodi che sfociano in un reato denunciato alle forze dell’ordine. Sono i casi che finiscono nelle banche dati nazionali utilizzate da Polizia e Carabinieri, e che quindi entrano nelle statistiche ufficiali del Viminale. È la scala più stretta e più severa, quella in cui ogni episodio deve aver superato la soglia penale. Negli ospedali, le lesioni personali oscillano fra 286, 286, 309 e 288 casi nel quadriennio 2021-2024, mentre le percosse crescono da 47 nel 2021 a 86 nel 2024. La curva più impressionante, però, riguarda le lesioni personali gravi ai danni di sanitari: erano 16 nel 2022 e diventano 284 nel 2024, un salto che da solo spiega il livello di conflitto che arriva a toccare le corsie ospedaliere.
E fuori dall’ospedale la situazione non è meno eloquente. Negli istituti di cura i reati di lesioni personali passano da 3 nel 2021 a 70 nel 2024, mentre negli ambulatori le lesioni personali gravi arrivano a 34 nel 2024 (erano 7 nel 2022). Anche gli autori dei reati seguono la stessa traiettoria: negli ospedali si passa da 10 persone denunciate o arrestate nel 2021 per lesioni personali gravi a 241 nel 2024.
Aggressioni al personale sanitario: la mappa italiana
Quando si confrontano le aggressioni con il numero di operatori in servizio, il quadro diventa una vera classifica tra territori. E, come si vede anche dal grafico, per i medici i territori da evitare sono la Lombardia, con 78,8 aggressioni ogni 1.000 dirigenti medici, seguita dal Lazio, fermo a 43,7, e dall’Emilia-Romagna, a 40,8. Appena sotto si muovono Veneto (39,5), Liguria (39,2) e Friuli-Venezia Giulia (38,3), territori dove la segnalazione sembra essere parte strutturale dell’organizzazione sanitaria. In fondo alla classifica, invece, compaiono regioni dove il numero di segnalazioni è molto più basso: Umbria con 2,8, Molise con 4,6 e Sicilia con 5,2. Nel mezzo si distribuisce il resto del Paese, da Piemonte (30,1) e Marche (32,5) fino a Campania (3,9) e Basilicata (11,1).
Il quadro cambia ma resta altrettanto polarizzato quando si passa agli infermieri. La regione con il rapporto più alto è ancora la Lombardia, con 83,1 aggressioni ogni 1.000 operatori, seguita dal Veneto, che arriva a 64,9, e dal Friuli-Venezia Giulia, a 56,5. Subito dopo compaiono Emilia-Romagna (55,4), Piemonte (52,2) e Trentino-Alto Adige (51,9), territori che presentano un’intensità di segnalazione molto superiore alla media nazionale. All’estremo opposto ci sono invece le regioni che chiudono la graduatoria: Basilicata con 0,9, Calabria con 4,2 e Puglia con 4,4, seguite da Sicilia (5,0) e Molise (9,9). In entrambi i casi una forbice ampissima, che mette insieme comportamenti diversi: non solo la frequenza delle aggressioni, ma soprattutto la capacità degli operatori e delle strutture di registrarle, comunicarle e trasformarle in un dato ufficiale.
Chi aggredisce il personale sanitario
A guardare chi alza la voce o mette le mani addosso, il quadro è molto meno semplice di quanto sembri. Nel 67% degli episodi l’aggressione arriva direttamente dall’utente o dal paziente, cioè dalla persona che l’operatore ha davanti mentre sta cercando di curarlo. Nel 29% dei casi a intervenire sono i parenti o i caregiver, figure che vivono la malattia in prima persona e spesso trasformano frustrazione e ansia in gesti ostili.
Solo nel 4% le aggressioni provengono da estranei, una percentuale che sposta lo sguardo su ciò che davvero accade nei servizi: il conflitto nasce quasi sempre dentro la relazione assistenziale. La violenza non irrompe dall’esterno, ma si sviluppa nel cuore del percorso di cura, dove aspettative disattese, tempi percepiti come insostenibili e condizioni di fragilità rendono più sottili i confini tra disagio e ostilità.
Chi sono le vittime delle aggressioni sanitarie?
Come si manifesta la violenza in ospedale
Se si entra nel merito delle aggressioni, il copione è tutt’altro che casuale. Il 70% degli episodi rientra nella violenza verbale, il 24% nella violenza fisica e il 6% negli atti contro la proprietà. Per chi lavora in corsia o nei servizi territoriali questo significa soprattutto gestire insulti, urla, minacce e contestazioni aggressive, ma in un quarto dei casi la tensione oltrepassa la soglia delle parole e si trasforma in spintoni, colpi e oggetti scagliati contro il personale.
Fonte: Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie
I dati sono aggiornati al 2023
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