Cantine Riunite-GIV guida con 635,1 milioni. Consumi, export e margini in calo
Le bottiglie restano più a lungo sugli scaffali e il vino si accumula nelle cantine. Nel 2025 le vendite dei principali produttori italiani sono diminuite del 2,8% rispetto all’anno precedente: il mercato nazionale ha perso il 2,2%, mentre l’export è arretrato del 3,4%. Ma il problema non riguarda soltanto quanto si vende. Anche i margini si sono assottigliati: il primo livello di redditività operativa è sceso del 4,2%, quello calcolato dopo gli ammortamenti del 9,5% e l’utile finale del 7,5%. In altre parole, le aziende non hanno solo incassato meno: hanno anche guadagnato meno su ciò che sono riuscite a vendere.
A pesare è soprattutto la frenata degli Stati Uniti, dove le esportazioni di vino italiano sono diminuite del 6,3%. Su questo mercato si aggiunge ora l’incertezza legata ai dazi introdotti da Donald Trump, che possono rendere le bottiglie italiane più costose e quindi meno competitive. Intanto, Unione Italiana Vini ha lanciato l’allarme sulle giacenze: a maggio 2026 nelle cantine erano conservati oltre 53 milioni di ettolitri di vino, il 7,3% in più rispetto a un anno prima. È il paradosso del settore: l’Italia resta il primo produttore mondiale, con 44,4 milioni di ettolitri nel 2025, ma deve fare i conti con consumi in diminuzione, vendite più deboli e una quantità crescente di prodotto ancora invenduto.
Quali aziende vinicole italiane fatturano di più
La maggiore azienda vinicola italiana per fatturato è Cantine Riunite-GIV, che nel 2025 ha raggiunto 635,1 milioni di euro di ricavi. Il gruppo ha comunque registrato un calo del 4,6% rispetto al 2024. Al secondo posto si conferma Argea, con 462,9 milioni di euro e una flessione limitata allo 0,3%. Seguono Italian Wine Brands, con 395,9 milioni e ricavi in diminuzione dell’1,5%, e Caviro, con 351,3 milioni, in calo dell’8,8%. Sono le sole quattro realtà del settore a superare i 300 milioni di euro di fatturato.
Ai vertici della classifica dominano grandi gruppi e cooperative, più che singole cantine legate a un solo territorio o a una sola etichetta. Queste realtà riuniscono marchi molto diversi tra loro: da Riunite, Bolla e Nino Negri a Zaccagnini e Cuvage, fino a Giordano, Barbanera, Tavernello e Leonardo da Vinci. Dietro nomi societari poco familiari al grande pubblico si nascondono così bottiglie presenti da anni sugli scaffali dei supermercati, nelle enoteche e nei mercati esteri. Questa dimensione industriale non cancella però il forte radicamento familiare del comparto: le famiglie detengono il 66% del patrimonio netto del settore; sommando anche il peso delle cooperative, la quota sale all’82%.
Le cantine subito dietro ai leader
Sotto la fascia dei 300 milioni di euro, il mercato appare più frammentato e composto da realtà molto diverse tra loro: famiglie storiche come Antinori, grandi cooperative come Cavit, Terre Cevico, Mezzacorona e Gruppo Collis, e operatori specializzati negli spumanti come La Marca. Dietro i numeri compaiono anche nomi molto riconoscibili: Antinori firma vini come Tignanello e Solaia, Cavit riunisce 11 cantine sociali e 5.250 viticoltori, Mezzacorona affianca ai propri vini gli spumanti Trentodoc di Rotari, mentre La Marca ha costruito la propria identità soprattutto attorno al Prosecco.
Antinori guida questo secondo gruppo con 259,7 milioni di euro di fatturato, seguita da Herita Marzotto Wine Estates con 246,7 milioni, Cavit con 242,8 milioni e La Marca con 234,7 milioni. Più vicine alla soglia dei 200 milioni si collocano Terre Cevico con 213,2 milioni, Mezzacorona con 213 milioni, Mack & Schühle con 205,7 milioni e Gruppo Collis con 202,7 milioni.
Quali aziende vinicole crescono di più
Il fatturato misura la dimensione di un’azienda. Il confronto con l’anno precedente racconta invece chi ha resistito meglio al rallentamento del mercato. Tra le prime dodici realtà del settore, solo tre hanno chiuso il 2025 con ricavi in crescita. Terre Cevico ha registrato l’aumento più consistente, pari al 3,4%. Mezzacorona è salita dello 0,3% e Mack & Schühle dello 0,1%. Sono incrementi piccoli, ma sufficienti a distinguersi in un anno in cui quasi tutta la classifica si è tinta di rosso. Argea ha limitato la flessione allo 0,3%, Herita Marzotto Wine Estates allo 0,6% e Antinori allo 0,7%. Più marcati, invece, i cali di Caviro, -8,8%, Gruppo Collis, -7,6%, e La Marca, -6,5%. A soffrire di più sono state però le imprese di minore dimensione. Quelle che nel 2024 fatturavano meno di 30 milioni di euro hanno registrato nel 2025 una diminuzione delle vendite del 3,5%. Un calo superiore al 2,8% rilevato in media nell’intero campione.
Quanto vino bevono gli italiani
Il problema del vino italiano non è quanto si produce, ma quanto il mercato riesce davvero ad assorbire. Nel 2025 la produzione mondiale ha raggiunto 227 milioni di ettolitri, lo 0,6% in più rispetto al 2024, mentre i consumi sono scesi a 208 milioni di ettolitri, con una flessione del 2,7%. L’Italia resta il primo produttore mondiale, con 44,4 milioni di ettolitri, pari al 19,7% del totale, ma sul mercato interno i consumi sono diminuiti del 9,4%.
Il consumo medio annuo è così passato da 38 litri pro capite nel 2022 a 35,6 litri nel 2025. Quando la produzione tiene e la domanda arretra, il risultato è un aumento delle scorte e una pressione crescente sui prezzi e sul valore del prodotto. È per questo che il presidente di Unione Italiana Vini, Lamberto Frescobaldi, ha richiamato le aziende sulla necessità di ridurre i volumi: produrre di più non significa vendere di più, soprattutto se il mercato riconosce meno valore a ogni bottiglia.
Quali regioni producono più vino in Italia
Il Veneto è il cuore produttivo del vino italiano: nel 2024 ha concentrato un quarto dei volumi nazionali, oltre il 35% del valore e più del 35% dell’export. Alle sue spalle, però, emergono modelli molto diversi. Emilia-Romagna e Puglia pesano soprattutto per quantità: la prima rappresenta il 12,4% dei volumi ma l’8,8% del valore, mentre la seconda arriva al 15,2% della produzione e si ferma al 7,4% del valore. Il Piemonte mostra il rapporto opposto, con il 4,4% dei volumi e il 7,6% del valore, segnale di un prezzo medio più elevato.
Sul fronte delle esportazioni, Piemonte e Toscana seguono il Veneto, con una quota vicina al 15% ciascuna. Le aziende toscane si distinguono invece per la capacità di trattenere una parte maggiore dei ricavi dopo aver sostenuto i costi della produzione: ogni 100 euro incassati, ne restano in media 15,5 prima di pagare interessi e imposte. Le imprese abruzzesi sono invece quelle che ottengono il rendimento più alto rispetto alle risorse investite nell’attività, con un valore dell’8,1%, davanti a quelle piemontesi, 6,9%, e venete, 6,8%. Nel 2025 le vendite sono diminuite soprattutto per le aziende siciliane, -7,8%, friulane, -5,7%, ed emiliano-romagnole, -4,4%.

Quali aziende del vino esportano di più
La frenata del vino italiano non riguarda un solo mercato e nemmeno un unico canale di vendita. Nel 2025 le esportazioni verso i Paesi dell’Unione europea sono diminuite del 2,8%, quelle verso gli Stati Uniti del 6,3%, mentre il Regno Unito ha mostrato una maggiore tenuta, con un calo dello 0,7%. Per alcune aziende, però, il mercato estero rappresenta quasi l’intero fatturato: Fantini Group realizza fuori dall’Italia il 95,7% dei ricavi, Argea il 93,8%, mentre Ruffino e Fratelli Castellani superano il 90%. Per queste realtà, quindi, la debolezza della domanda internazionale e l’incertezza legata ai dazi non sono fattori marginali, ma incidono direttamente sui risultati economici.
Nonostante il rallentamento, l’Italia resta il primo esportatore mondiale di vino per quantità, con 21 milioni di ettolitri venduti all’estero, e il secondo per valore, con 7,8 miliardi di euro, dietro alla Francia, che raggiunge 11,2 miliardi. Le difficoltà si vedono anche sul mercato interno. Le vendite nel canale Ho.Re.Ca., cioè hotel, ristoranti e bar, sono diminuite del 2% e rappresentano il 17,2% del totale. Enoteche e wine bar hanno perso il 5,1%, fermandosi a una quota del 5,5%, mentre le vendite dirette sono scese dell’1% e valgono il 7,8% del mercato. In calo anche il commercio online: -2,4% per i siti delle aziende e -3,6% per le piattaforme esterne.
Spumanti, biologico e premium in testa
In un mercato in calo, nessun segmento cresce davvero: alcuni, però, perdono meno degli altri e mostrano quindi una maggiore capacità di tenuta. Nel 2025 le vendite degli spumanti sono diminuite dell’1,5%, una flessione più contenuta rispetto al -3,3% registrato dagli altri vini. I vini biologici hanno perso lo 0,8%, mantenendo una quota pari al 6,2% del mercato. Anche la fascia premium ha retto meglio, con un calo del 2,2%, contro il -2,7% dei vini basic e il -3,1% della fascia intermedia. Non significa che questi prodotti stiano crescendo, ma che stanno arretrando meno in una fase difficile per tutto il settore. Restano invece ancora marginali i vini No-Low Alcohol, che valgono meno dello 0,5% del mercato. È anche per questo che i grandi gruppi stanno ampliando l’offerta: diversificare marchi, fasce di prezzo e tipologie di prodotto permette di ridurre la dipendenza dai segmenti più deboli.
Su cosa investono le cantine italiane
Il settore resta attrattivo, ma per continuare a crescere deve cambiare passo. Negli ultimi cinque anni l’80% dei produttori ha registrato un calo dei consumi e circa due terzi si aspettano che la tendenza prosegua. Nonostante questo, il 70% delle aziende continua a considerare il vino un comparto interessante. La risposta passa soprattutto dalla diversificazione dell’offerta, indicata come priorità dal 72% dei produttori, e dallo sviluppo di nuovi mercati, scelto dal 64%.
Il 60% punta inoltre sul rafforzamento di marketing e comunicazione, mentre circa il 45% considera decisivi nuovi canali di vendita e sostenibilità. Per il 50% delle imprese sarà importante presidiare l’intera filiera produttiva e commerciale. Gli investimenti degli ultimi tre anni si sono concentrati soprattutto sulla cantina, nel 90% dei casi, sull’efficienza energetica, nel 77%, e sulla tecnologia, nel 57%. Una strategia che alimenta aspettative ancora positive: il 58% dei maggiori produttori prevede una crescita delle vendite nel 2026.
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Fonti: Mediobanca
Anni di riferimento: 2025
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